lunedì 27 aprile 2020


Arrivati al monte della gioia. Riflessioni personali.
Scrivo queste mie riflessioni, perché scrivere è una forma di creatività ed aiuta nei momenti di stanchezza, di noia, di accidia, usiamola questa parola della tradizione monastica cristiana senza che ci faccia paura. 

Quando si fa il lungo pellegrinaggio a piedi a Santiago di Compostela, ad un certo momento si sale una piccola collina chiamata in spagnolo “Monte del gozo”, il monte / il colle della gioia. Quale gioia? La gioia che sgorga nel cuore dei pellegrini che vedono nella lontananza le guglie della cattedrale di Santiago di Compostella. Forse nel nostro pellegrinare quaresimale e pasquale segnato dalle privazioni, dai digiuni, da tante sofferenze a causa della pandemia del Covit-19, siamo arrivati al nostro “monte del gozo”, arrivati ad intravedere le guglie delle nostre cattedrali, delle nostre chiese parrocchiali, delle piccole cappelle che sono sempre sacramento di quella meta finale del nostro pellegrinare quotidiano come cristiani. 
Scrivo in questi giorni in cui, mentre da una parte la pandemia sembra che cominci a diminuire e perdere violenza, dall’altra parte emergono i primi problemi e non da poco conto da risolvere o da affrontare. In questi giorni a livello europeo in genere, e concretamente italiano e greco, si tende a rimandare una riapertura delle chiese per le celebrazioni liturgiche verso la metà di giugno. Le reazioni e le domande, di noi vescovi e di tanti fedeli emergono e sono a fior di pelle: “Per ché le chiese vengono lasciate per ultime nella riapertura? Per ché musei ed altri luoghi sì e le chiese no?”.  
Sono temi che ci mettono se non altro a disagio e, senza voler fare polemica, ci fanno chiedere se non siamo forse stati troppo zitti o ammutoliti noi pastori della Chiesa nelle settimane che ci hanno preceduto. È una questione che per me rimane ancora aperta… Certamente siamo stati “ubbidienti nella sofferenza” alle disposizioni dello stato, e questo dal primo momento ho sottolineato che bisognava farlo per il bene di tutti, anche di fronte alle perplessità da parte di molte persone ed anche di fronte alle critiche non sempre “benevole” fatte dagli stessi fedeli.

All’inizio della pandemia ero molto perplesso su alcuni fatti che stavano accadendo, e concretamente sulla diffusione delle trasmissioni delle liturgie in televisione o via internet, trasmissioni comunque seguite da tantissimi fedeli nostri e da tante persone che attraverso di esse hanno potuto vedere e sentire la liturgia delle Chiese cristiane. Infatti, in diverse delle lettere di questo periodo ho ridimensionato un po la mia posizione, soprattutto a partire e spinto da qualche commento o scambio di opinione con degli amici, e a dei suggerimenti e riflessioni loro assai giusti e profondi. 
Continua la mia perplessità anche sulla non soltanto possibile ma ben provabile “intossicazione” di televisione ed internet su persone labili emotivamente e anche deboli nell’età, cioè il fatto di inghiottire senza discernimento il cumulo di notizie che ci arrivano, e credere che tutte siano vere o possano esserlo allo stesso livello. E sottolineo il “senza discernimento” perché in questo c’è la chiave del buon uso e la “buona digestione” -mi si consenta l’espressione- delle notizie che ci arrivano, che ci cascano sopra, che ci piovono addosso. Comunque, riconoscendo il bene che ha fatto e fa la trasmissione via internet delle liturgie cristiane, ritengo che il pericolo di “neo docetismo” a cui accennavo in lettere precedenti sussiste comunque, e che bisognerà fare una mistagogia ai fedeli da parte dei pastori della Chiesa, sul mistero centrale della nostra fede, cioè la vera Incarnazione del Verbo eterno di Dio e sulla vita sacramentale che ne sgorga per le Chiese cristiane. Qualcuno potrebbe dirmi che questo è un argomento che viene fuori in ognuna delle mie lettere ed interventi, certamente perché lo ritengo un / il tema fondamentale e centrale della nostra professione di fede.
Se in queste lunghe settimane quaresimali e pasquali le celebrazioni fatte attraverso i mezzi sociali hanno spinto molte persone alla meraviglia, magari alla gioia ed anche alla preghiera è stata sempre, non lo dimentichiamo, una spinta che viene dal di fuori, come una bella musica di sottofondo può spingerci ad un atteggiamento di serenità, di preghiera addirittura. Ma, ripeto, è sempre una spinta dal di fuori, che entra dallo sguardo e dall’ascolto ma che non ha la sua origine nel cuore del credente, senza dimenticare comunque che i sensi: visione, ascolto, olfatto, tutti i sensi… sono fondamentali nella vita di noi tutti cristiani. Entrare in una bella chiesa affrescata e guardare le icone, ci spinge, attraverso la bellezza dei dipinti, a guardare e a pregare Colui che in esse è rappresentato, ci spinge a ritrovare nel nostro cuore credente, attraverso anche il bacio dell’icona, a ritrovare e a rivivere la nostra fede in Colui che dallo Spirito Santo e dalla Vergine si è incarnato e fatto uomo. Entrare in una chiesa in cui ci sia una registrazione musicale di sottofondo, canto gregoriano o bizantino che esso sia, quell’audizione, bella e magari anche commuovente, non sostituisce la nostra preghiera, anzi dovrebbe magari scuoterci e spingerci a pregare. Ascoltare quei bei canti non sostituisce la nostra preghiera ma la provoca, la fa nascere, ci fa prendere il salterio, o il libro di preghiera e ci porta a esprimere quel che sgorga dal nostro cuore, anche attraverso versetti salmici che la memoria custodisce gelosamente nel profondo di noi stessi. Come nelle belle chiese affrescate a cui accennavo, non si rimane a guardare incantati, ma lo sguardo diventa preghiera nella metania (prostrazione) davanti alle icone e il bacio ad esse, che diventa possiamo dire l’incarnazione e la manifestazione della nostra preghiera.
Cose da farsi quando si normalizzi la vita cristiana o forse meglio quando si normalizzi la “prassi, la pastorale” cristiana nelle nostre diocesi e parrocchie? Per primo stiamo a vedere il quando ci sarà questa normalizzazione. Sarà possibile già fare qualche celebrazione comunitaria alla conclusione della Pasqua? O almeno a Pentecoste? E per questo si parla della fine maggio ed inizio giugno. Fondamentale sarà il riprendere una catechesi sia per bambini sia per adulti sui sacramenti e sulla liturgia. I mesi di “assenza” forzata potrebbero aver “minimizzato” la percezione della vita sacramentale nei nostri fedeli. O forse no! Il “sensus fidelium” è stato sempre ed è molto più forte e radicato nel cuore dei fedeli dai nostri timori e perplessità.
Sono dei punti che lascio aperti, da pensarci nei prossimi giorni. Credo che le decisioni saranno importanti per tutti. Si tratterà di un momento di ripartenza, di rinascita e di riscoperta della fede, della vita sacramentale, della Chiesa, del nostro Esarcato in tutta la sua ricchezza e allo stesso tempo complessità.

Atene 28 aprile 2020
+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico


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