lunedì 21 novembre 2022

Santi Basilio e Gregorio Magno
R. Kopsidis. Cattedrale Santissima Trinità
Atene


Omelia di Papa Francesco l’11 ottobre 2022

Sessantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II

Note in margine

         L’omelia di Papa Francesco pronunciata durante la messa nella basilica di San Pietro il giorno 11 ottobre, festa liturgica di San Giovanni XIII e 60° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, è un testo direi fondamentale per capire lo stesso evento commemorato, il concilio ecumenico, e per leggere anche, nel pensiero di papa Francesco, il momento attuale della vita della Chiesa.

         Dall’inizio del testo il papa situa in modo molto chiaro le parole del Vangelo che è stato proclamato nella liturgia come parole rivolte a noi. Ogniqualvolta che, come cristiani, ci raduniamo per ascoltare la Parola del Signore, per celebrare i Santi Misteri, ci raduniamo come Chiesa, e questo “raduno” ci fa “Chiesa”, (Εκκλησία), comunità dei chiamati. E chiamati a che cosa? Chiamati a fare nostra questa Parola rivolta a noi, questo Vangelo proclamato, ascoltato ed accolto. Nella tradizione bizantina, nel mattutino della domenica, il Vangelo della risurrezione viene letto, proclamato dall’altare stesso, dal luogo della risurrezione; e l’evangeliario da cui è stato letto il vangelo, viene baciato dai fedeli che, in processione si avvicinano al sacerdote che dalla porta centrale dell’iconostasi lo porge a loro, e l’avvicinarsi dei fedeli segue lo stesso percorso, lo stesso “cammino processionale” che faranno quando, gli stessi fedeli, nella celebrazione della Divina Liturgia si avvicineranno per ricevere i Santi Doni del Corpo e del Sangue del Signore. Si tratta della Parola del Signore nel Vangelo, recepito, accolto dalla Chiesa come comunità orante e celebrante dei Santi Misteri.

Il Papa sottolinea dall’inizio dell’omelia come le due parole che inquadrano la narrazione evangelica di Giovanni 21, 15ss: “Mi ami?... Pasci le mie pecore”, sono indirizzate “…a noi, a noi come Chiesa”. L’ascolto, l’accoglienza nella nostra vita della Parola del Vangelo e dei Santi Doni sarà quello che ci fa, ci configura, ci “crea” in ogni momento come Chiesa di Cristo. E l’omelia del Papa si articola, possiamo dire, in tre momenti, tre parti, che scaturiscono ognuna dalla domanda che Cristo fa a Pietro: “Mi ami?”.

         Il primo momento dell’omelia inquadra da subito la centralità della dimensione ecclesiologica assunta dal concilio Vaticano II dall’inizio della sua celebrazione. La domanda del Signore: “Mi ami?... ”, ci fa scoprire lo stile provocatorio della domanda che il Signore stesso pone a noi per farci riflettere, per farci pensare: “…lo stile di Gesù non è tanto quello di dare risposte, ma di fare domande, domande che provocano la vita”, afferma il Papa. Già dall’inizio dell’omelia troviamo presente quello che il Papa chiamerà lo sguardo “dall’alto” verso la Chiesa, vista nel suo triplice aspetto di “Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio vivo dello Spirito Santo!”. Triplice aspetto che non sempre, nei travagliati decenni post-conciliari, sono stati vissuti insieme, come sfaccettature diverse di un unico mistero, quello della Chiesa di Cristo. E il Papa propone un’immagine molto bella e molto attuale, cioè “…la Chiesa va guardata prima di tutto dall’alto, con gli occhi innamorati di Dio”. Dio guarda la sua Chiesa, guarda ognuno di noi con gli occhi di un innamorato: “Chiediamoci se nella Chiesa partiamo da Dio, dal suo sguardo innamorato su di noi”. Il testo insiste su questo rapporto sponsale tra Dio e la sua Chiesa, un rapporto di cui i pastori, i vescovi dovrebbero esserne sempre garanti e allo stesso tempo ministri.

         Chiesa Popolo di Dio; Chiesa Corpo di Cristo; Chiesa Tempio dello Spirito Santo. E così la Chiesa vista e vissuta attraverso queste tre immagini bibliche, viene inserita nel mistero stesso della Santa Trinità. La Chiesa Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro pieno e definitivo con il Signore. La Chiesa Corpo di Cristo, nata dal battesimo di coloro che ne sono membri, fortificata dal dono dello Spirito Santo, alimentata dal Corpo e dal Sangue del Signore. La Chiesa Tempio dello Spirito Santo, che vive ogni giorno il mistero dell’Incarnazione del Figlio nella Parola proclamata, nei sacramenti celebrati, nel suo popolo, nel suo corpo, nel suo grembo pure esso verginale.

         In questo paragrafo troviamo oserei dire il punto centrale dello sguardo del Papa verso il Concilio e verso la Chiesa stessa: “Stiamo però attenti: sia il progressismo che si accoda al mondo, sia il tradizionalismo –o l’“indietrismo”– che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà”. E prosegue con una frase che intesa nella sua profondità potrà esserci utile, fondamentale, per una buona o cattiva comprensione del Concilio e della storia stessa della Chiesa nei nostri giorni: “…sia il progressismo… sia il tradizionalismo… Sono egoismi pelagiani, che antepongono i propri gusti e i propri piani all’amore che piace a Dio, quello semplice, umile e fedele che Gesù ha domandato a Pietro”. È stata sicuramente la lettura “pelagiana” -neo pelagiana se si vuole- che tante volte ha sfigurato e sfigura il nostro vivere cristiano come Chiesa, l’opposizione irriconciliabile e in fondo irrazionale tra “conservatori e progressisti”, “destra e sinistra”, e tutte le letture che ne sono nate e ne nascono tuttora purtroppo, e che potrebbero portarci non soltanto a leggere ma a vivere la nostra vita cristiana come Chiesa in un’ottica di rottura, di spaccatura in due blocchi che, di cristiani ne hanno ben poco. Una lettura pelagiana che il Papa non sminuisce per niente bensì paragona all’infedeltà: “…non sono prove di amore, ma di infedeltà”.

         Siamo di fronte, forse con un altro linguaggio certamente, a quella “ermeneutica della riforma”, ermeneutica della continuità all’interno della Tradizione della Chiesa, proposta diverse volte da Papa Benedetto XVI negli anni del suo pontificato, per quanto riguarda il Concilio Vaticano II e la storia stessa della Chiesa. Non la rottura neo-pelagiana, sgorgata da filosofie e dottrine sociopolitiche in voga lungo il XX secolo, ma la continuità che rappresenta la celebrazione del Vaticano II nella scia della grande Tradizione della Chiesa.

         A partire dalla domanda del Signore a Pietro: “Mi ami tu?”, il Papa propone, ripropone il primato di Dio nel nostro vivere e lo scoprirci, come Chiesa, amati dal Signore: “… a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da Lui amati; a una Chiesa che sia ricca di Gesù e povera di mezzi; a una Chiesa che sia libera e liberante”. Una Chiesa che è Madre e Sposa, una Chiesa -e in essa ognuno di noi- “abitata / abitati dalla gioia”.

         Nel secondo momento dell’omelia, papa Francesco si sofferma nella seconda parola del Vangelo: “Pasci le mie pecore”. Il testo del Papa si trattiene nel commento del passaggio che avviene dall’immagine del pescatore a quella del pastore, cioè Pietro che era pescatore ed è chiamato a diventare pastore: “…era un pescatore di pesci e Gesù lo aveva trasformato in pescatore di uomini. Ora gli assegna un mestiere nuovo, quello di pastore… Ed è una svolta, perché mentre il pescatore prende per sé, attira a sé, il pastore si occupa degli altri, pasce gli altri. Di più, il pastore vive con il gregge, nutre le pecore, si affeziona a loro… Il pastore è davanti al popolo per segnare la strada, in mezzo al popolo come uno di loro, e dietro al popolo per essere vicino a coloro che vanno in ritardo”. Ed il papa fa un bel commento al fatto di essere, di trovarsi davanti, in mezzo e dietro al popolo che la Chiesa è chiamata a vivere tra gli uomini. E ne sgorga l’immagine del buon pastore, presa dal profeta Ezechiele, che il Papa applica a Pietro e alla Chiesa stessa: “…andare in cerca della pecora perduta e ricondurre all’ovile quella smarrita, fasciare quella ferita e curare quella malata”. Ed il papa esorta ben due volte a “tornare al Concilio” per riscoprire il fiume vivo della Tradizione, con maiuscola, la grande Tradizione della Chiesa, senza “ristagnare nelle tradizioni”, scoprendo la sorgente dell’amore per poter scendere tra il popolo. “Tornare al Concilio” per uscire da sé stessi, da qualsiasi tentazione di autoreferenzialità.

         Nel terzo momento dell’omelia, il Papa torna al testo del Vangelo: “Mi ami? Pasci le mie pecore”. Un gregge custodito e pascolato dai pastori che il Signore stesso gli ha dato. E torna ancora una volta, direi in modo insistente e coraggioso, a quanto accennato all’inizio del testo, alla non polarizzazione delle posizioni all’interno della Chiesa: “Il diavolo… vuole seminare la zizzania della divisione. Non cediamo alle sue lusinghe, non cediamo alla tentazione della polarizzazione. Quante volte, dopo il Concilio, i cristiani si sono dati da fare per scegliere una parte nella Chiesa, senza accorgersi di lacerare il cuore della loro Madre! Quante volte si è preferito essere “tifosi del proprio gruppo” anziché servi di tutti, progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, “di destra” o “di sinistra” più che di Gesù; ergersi a “custodi della verità” o a “solisti della novità”, anziché riconoscersi figli umili e grati della santa Madre Chiesa”. Il Papa ci mette in guardia di nuovo, senza citarlo, di fronte a quel neo-pelagianismo che divide, che spacca la vita dei cristiani e della Chiesa stessa.

         L’omelia si conclude con una preghiera a superare le polarizzazioni e ad essere una sola cosa, secondo la preghiera di Cristo stesso. La celebrazione della memoria liturgica di san Giovanni XXIII offre al papa l’occasione per riagganciarsi nei temi fondamentali e nello spirito all’allocuzione “Gaudet Mater Ecclesia” del santo Papa bergamasco all’apertura dell’assise ecumenica.

         Siamo di fronte a un testo bello, lucido e coraggioso. Bello per lo sguardo che ha verso la Chiesa nella sua dimensione di Sposa di Colui che per essa si è fatto uomo. Un testo lucido perché vede e denuncia quegli aspetti che possono bloccare il nostro vivere come cristiani: il neo-pelagianismo che divide tutto e tutti. Un testo coraggioso che propone una vita come Chiesa centrata in Cristo, unico Signore, unico Sposo della sua Chiesa.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico

 




martedì 15 novembre 2022

 


Ingresso della Madre di Dio nel tempio. Rallis Kopsidis, XX sec.

Cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità, Atene

 

La festa del 21 novembre nella tradizione bizantina

Oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio.

La tradizione bizantina, ed anche le altre tradizioni liturgiche cristiane, celebrano come una grande festa il giorno 21 novembre, l’Ingresso della Madre di Dio nel tempio. È una festa che ha un’origine gerosolimitana, legata alla dedicazione di una chiesa nella Città Santa di Gerusalemme. Molti degli aspetti della festa, presenti nei testi liturgici, ci vengono dal Protovangelo di Giacomo, un apocrifo che ha un influsso notevole su diverse feste liturgiche in Oriente ed in Occidente. Nella liturgia di questo giorno troviamo anche una grande quantità di titoli di origine veterotestamentaria, dati alla Madre di Dio: essa è tempio, arca, camera nuziale. I tropari della vigilia, della pre-festa, il giorno 20, e della festa stessa il giorno 21, hanno un carattere fortemente dogmatico, cioè cantano in modo poetico aspetti fondamentali della professione di fede cristiana, specialmente l’incarnazione del Verbo e Figlio di Dio nel grembo di Maria. Infatti, in uno dei tropari della vigilia troviamo descritto in poche righe tutto il mistero della nostra fede: l’incarnazione del Verbo, la sua kenosi, l’assunzione della nostra natura umana da Maria e la redenzione/ricreazione dell’uomo caduto, Il Creatore di tutte le cose, l’Artefice e Sovrano, pie­gan­dosi con ineffabile compassione, solo per il suo amore per gli uomini, ha avuto pietà di colui che con le sue mani aveva formato e che vedeva caduto, e si è compiaciuto di rialzarlo, riplasmandolo in modo più divino, con il proprio annientamento, perché per natura è buono e miseri­cordioso. Egli prende pertanto Maria, vergine e pura, come mediatrice del mistero, per assumere da lei, secondo il suo disegno, ciò che è nostro: essa è celeste dimora”.

Un secondo dei tropari della vigilia, collegando la tradizione del nutrimento ricevuto da Maria nel tempio dalla mano di un angelo, ci presenta il ruolo della Madre di Dio come colei che genera, che dà al mondo il vero nutrimento, che è Cristo stesso: Nutrita fedelmente con pane celeste, o Vergine, nel tem­pio del Signore, tu hai generato al mondo il Verbo, pane di vita: come suo tempio eletto e tutto imma­colato, fosti mi­sti­camente fidanzata allo Spirito, spo­sata a Dio Padre”. Questo tema del nutrimento da parte di un angelo viene ripreso in altri tropari, e addirittura è lo stesso Gabriele che viene indicato come colui che porta il cibo a Maria, quasi messo in parallelo di sé stesso che porterà l’annuncio dell’incarnazione: “…e da un angelo viene nutrita lei che realmente è tempio san­tissimo del santo Dio nostro… Dopo la tua nascita, o Sovrana, sposa di Dio, tu sei giunta nel tempio del Signore per essere allevata nel santo dei santi, quale creatura santificata. Allora a te, l’imma­co­lata, fu anche inviato Gabriele, per portarti cibo. Tutti gli esseri celesti furono nello stupore vedendo lo Spirito santo di­morare in te”.

Alcuni tropari fanno un gioco tra le parole stesse o tra sinonimi, per esempio tempio nel tempio, porta a cui si apre la porta del tempio: “Oggi è condotto al tempio del Signore il tempio che accoglie Dio, la Madre di Dio… Oggi il santo dei santi esulta…”. In alcuni dei tropari viene messo in evidenza il ruolo di Maria come porta, a partire dal testo di Ezechiele 44: Attonito, così Zaccaria a lei esclama: Porta del Signore, io ti apro le porte del tem­pio, in esso aggìrati gioiosa… La porta gloriosa, inaccessibile ai pensieri, var­cate le porte del tempio di Dio, ci invita ora a riunirci per godere delle sue divine meraviglie”.

Uno dei tropari del mattutino della festa raccoglie, quasi fosse un tessuto ricamato, tutta una lunga serie di titoli presi da altrettanta lunga serie di testi biblici: “Meravigliosamente, o pura, la Legge ti ha prefi­gurata come tenda e urna divina, come singolare ar­ca, velo e ver­ga, tempio indissolubile e porta di Dio; e ci insegna così ad acclamare: O Vergine pura, veramente tu sei elevata al di sopra di ogni creatura”. L’esegesi cristologica e mariologica dei testi biblici veterotestamentari la troviamo ancora in altri due testi della liturgia della festa: “Vedendoti profeticamente Salomone come colei che avrebbe accolto Dio, ti chiamò con parole enigmatiche porta del Re, vivente fonte sigillata, o Madre di Dio, dalla quale è sgorgata l’acqua limpida per noi che con fede acclamiamo: O Vergine pura, veramente tu sei elevata al di sopra di ogni creatura”. Un ultimo dei tropari riprende la lettura di tre testi tipicamente cristologici, cioè Esodo 16 e 31, Numeri 17 e Daniele 2: “Colei che un tempo l’assemblea dei profeti ha preannunciato come urna, verga, tavola della Legge e mon­tagna non tagliata, Maria, la divina fanciulla, con fede celebriamo: perché oggi è introdotta nel santo dei santi per esservi allevata per il Signore”.

La festa del 21 novembre è una celebrazione vissuta nella gioia della Chiesa e di tutta la creazione: Maria è la porta che guarda all’oriente che nessuno se non il Signore può varcare, è la dimora di Dio condotta oggi al tempio che ne diventa dimora. Oggi le porte del tempio vengono aperte a colei che diventa per tutti noi porta della salvezza.


 

Η ΓΙΟΡΤΗ ΤΗΣ 21ης ΝΟΕΜΒΡΙΟΥ 2022 ΚΑΤΑ ΤΗ ΒΥΖΑΝΤΙΝΗ ΠΑΡΑΔΟΣΗ

 «Σήμερα οδηγείται στον Ναό του Κυρίου ο Ναός που υποδέχεται τον Θεό.»

           Η βυζαντινή παράδοση, όπως και άλλες λατρευτικές παραδόσεις των χριστιανών, τελούν ως μεγάλη γιορτή την 21η Νοεμβρίου, τα Εισόδια της Θεοτόκου στον Ναό. Είναι μία γιορτή ιεροσολυμίτικης προέλευσης, συνδεόμενη με την αφιέρωση μίας εκκλησίας στην Αγία Πόλη Ιερουσαλήμ. Πολλές από τις απόψεις της γιορτής, παρούσες στα λειτουργικά κείμενα, μας έρχονται από το Πρωτευαγγέλιο του Ιακώβου, ένα απόκρυφο με μεγάλη επίδραση πάνω στις λατρευτικές γιορτές, τόσο της Ανατολής όσο και της Δύσης. Στη θεία λατρεία της ημέρας αυτής βρίσκουμε επίσης μία μεγάλη ποσότητα τίτλων, που προέρχονται από την Παλαιά Διαθήκη, και είναι δοσμένοι στην Μητέρα του Θεού: Αυτοί είναι ναός, κιβωτός, νυμφώνας. Τα τροπάρια της παραμονής, στα προεόρτια στις είκοσι Νοεμβρίου, και της ίδιας της γιορτής, στις είκοσι μία Νοεμβρίου, έχουν έναν χαρακτήρα έντονα δογματικό, δηλαδή ψάλουν με ποιητικό τρόπο θεμελιώδεις απόψεις της ομολογίας της χριστιανικής πίστεως, ιδιαίτερα της ενσάρκωσης του Λόγου και Υιού του Θεού, στα σπλάχνα της Αειπάρθενου Μαρίας. Πραγματικά, σε ένα από τα τροπάρια της παραμονής περιγράφεται σε λίγες γραμμές όλο το μυστήριο της πίστης μας: την ενσάρκωση του Λόγου, την «κένωση» του, την ανάληψη της ανθρώπινης φύσης μας από την Μαρία και την λύτρωση-αναδημιουργία του πεσμένου ανθρώπου: « τν πντων Ποιητς, Πλστης κα Δεσπτης, ρρτ εσπλαγχνίᾳ καμπτμενος, κα μν φιλανθρωπίᾳ τ ατο, ν περ τας οκεαις κατεσκεασε χερσν, δν πεσντα κτειρε, κα ναστναι τοτον εδκησε, πλσει θειοτρ, κα κενσει τ δίᾳ, ς γαθς φσει κα λεμων. Δι τν Μαριμ μεστιν λαμβνει, ς παρθνον κα γνν, το μυστηρου, κ τατης τ μν φορσαι ς βουλθη· Ατη πρχει σκην πουρνιος».

     Ένα δεύτερο από τα τροπάρια της παραμονής, συνδέοντας την παράδοση της τροφής που λάβαινε η Μαρία στον Ναό, από έναν άγγελο, μας παρουσιάζει τον ρόλο της Μητέρας του Θεού, ως Εκείνης που γεννά, που δίνει στον κόσμο την αληθινή τροφή, που είναι ο ίδιος ο Χριστός: «Επουρανίω τραφείσα παρθένε άρτω πιστώς εν τω Ναώ Κυρίου, απεκύησας ζωής άρτον τον Λόγον, ου ως ναός εκλεκτός και πανάμωμος προεμνηστεύθης τω πνεύματι μυστηκώς, νυμφευθείσα τω Θεώ και Πατρί». Αυτό το θέμα της τροφής από ένα άγγελο επαναλαμβάνεται και σε άλλα τροπάρια, και μάλιστα ο ίδιος ο Γαβριήλ υποδείχνεται ως ο άγγελος που φέρνει την τροφή στην Μαρία, σχεδόν σε παραλληλισμό με τον ίδιο άγγελο, ο οποίος θα φέρει το χαρμόσυνο άγγελμα της ενσάρκωσης: «κα δι' γγλου κτρφεται, τ ντι πρχουσα, γιτατος νας, το γου Θεο μν… Μετ τ τεχθνα σε, Θενυμφε Δσποινα, παρεγνου ν Να Κυρου, το νατραφναι ες τ για τν γων, ς γιασμνη. Ττε κα Γαβριλ πεστλη πρς σ τν πανμωμον, τροφν κομζων σοι. Τ ορνια πντα ξστησαν, ρντα τ Πνεμα τ γιον ν σο σκηνσαν».

     Μερικά τροπάρια παίζουν με τις ίδιες λέξεις ή ανάμεσα σε συνώνυμα, π.χ. ναός στον ναό, πόρτα στην οποία ανοίγεται η πόρτα του ναού: «Σήμερον ο θεοχώρητος ναός, η Θεοτόκος εν Ναώ, Κυρίου προσάγεται….» Σε μερικά τροπάρια υπογραμμίζεται ο ρόλος της Μαρίας ως  πόρτας, σε αναφορά με το κείμενο του Ιεζεκχιήλ 44: «πρς ν κπληττμενος, Ζαχαρας βησε, Πλη Κυρου, το Ναο πανογω σοι, πλας χαρουσα, ν ατ περιχρευε· γνων γρ κα πεπστευκα, ς δη λτρωσις, πιδημσει προδλως, το σραλ κα τεχθσεται, κ σο Θες Λγος, δωρομενoς τ κσμ, τ μγα λεος».

     Ένα από τα τροπάρια του όρθρου της γιορτής, σαν να είναι ύφασμα κεντητό, περισυλλέγει μία μακρινή σειρά τίτλων, παρμένων από μία άλλη σειρά βιβλικών κειμένων: «Παραδξως προδιετπου γν, Νμος σε σκηνν κα θεαν στμνον, Ξνην κιβωτν, κα καταπτασμα κα βδον, Ναν κατλυτον, κα πλην Θεο· θεν κδιδσκει σοι κρζειν· ντως νωτρα πντων, πρχεις Παρθνε γν». Η χριστολογική και μαριολογική εξήγηση των βιβλικών κειμένων της Παλαιάς Διαθήκης την βρίσκουμε ακόμα σε άλλα δύο κείμενα της θείας λατρείας της γιορτής: «Θεοδχον προθεωρν Σολομν, νοξατο σε πλην Βασιλως, Ζσν τε πηγν σφραγισμνην, ξ ς τ θλωτον μν προλθεν, δωρ τος ν πστει βοσιν· ντως νωτρα πντων, πρχεις Παρθνε γν». Ένα τελευταίο από τα τροπάρια επαναλαμβάνει την ανάγνωση τριών κειμένων χαρακτηριστικά χριστολογικών, δηλαδή Εξόδου 16 και 31, Αριθμών 17 και Δανιήλ 2: «ν πλαι προκατγγειλε, τν Προφητν σλλογος, στμνον κα βδον κα πλκα, κα λατμητον ρος, Μαραν τν Θεπαιδα, πιστς νευφημσωμεν· σμερον γρ εσγεται, ες τ για τν γων, νατραφναι Κυρίῳ».

 

Η γιορτή της εικοστής πρώτης Νοεμβρίου είναι μία τελετή, την οποία ζούμε μέσα στη χαρά της Εκκλησίας και όλης της δημιουργίας: η Μαρία είναι η πόρτα που ατενίζει προς την Ανατολή, η πόρτα από την οποία μόνο ο Κύριος μπορεί να περάσει, είναι η κατοικία του Θεού, που οδηγείται σήμερα στον Ναό, ο οποίος γίνεται κατοικία της. Σήμερα οι πόρτες του Ναού ανοίγονται για Εκείνη, η  οποία γίνεται για όλους εμάς η πόρτα της σωτηρίας.