giovedì 28 dicembre 2023

 

Circoncisione di Cristo. G. Dimov, Sofia, XX sec.

Santi Basilio Magno e Gregorio Magno. 

R. Kopsidis, Atene, XX sec.

 

1° gennaio: Circoncisione nella carne del Signore, Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, e memoria del nostro santo padre Basilio Magno.

…sacra ape della Chiesa di Cristo…

       La tradizione liturgica bizantina il giorno 1° gennaio celebra la Circoncisione nella carne del Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, e lo stesso giorno celebra anche la memoria di San Basilio Magno, arcivescovo di Cesarea di Cappadocia, morto nell’anno 379.

       La celebrazione della circoncisione del Signore, come vedremo nei testi della liturgia, ricorda l’adempimento della prescrizione legale della circoncisione nel bambino neonato, ma è soprattutto una celebrazione chiaramente presentata e vissuta in chiave cristologica: il Signore Gesù, Verbo eterno di Dio fattosi uomo, viene circonciso nella carne per sottolineare così la sua vera incarnazione e allo stesso tempo la sua kenosi, il suo farsi piccolo, il suo farsi uno di noi e come noi. I tropari di questo giorno si alternano nelle diverse ore di preghiera tra quelli che fanno riferimento alla circoncisione di Cristo e quelli che si riferiscono a san Basilio Magno.

         I testi liturgici della circoncisione del Signore sono delle vere e proprie professioni di fede sia nelle due nature, divina e umana, nel Verbo di Dio incarnato, sia anche nella sua vera incarnazione, vista come un “farsi piccolo, svuotarsi, lasciarsi avvolgere, fasciare…”: “Il Salvatore, discendendo presso il genere umano, accettò di essere avvolto in fasce; non ebbe orrore del­la circoncisione della carne, colui che, quanto alla Madre, era nato da otto giorni, e quanto al Padre era senza prin­cipio...”. Diversi dei tropari della festa riprenderanno il tema della doppia nascita del Verbo incarnato, dal Padre mettendo così in rilievo sua la natura divina, e dalla Madre sottolineando appunto la sua natura umana. Altri testi liturgici del periodo di Natale ed Epifania riprenderanno ancora questo tema, cioè Cristo “…nato dal Padre senza madre, e dalla Madre senza padre…”, espressione che ritroveremo il giorno 6 gennaio, ed anche altre espressioni simili. Ancora altri tropari si servono di un parallelo quasi contrastante tra la grandezza soprannaturale dell’incarnazione virginale del Verbo nella Madre di Dio, e la realtà “legale” della sua circoncisione nella carne: “Oltrepassando i limiti di tutta la natura umana, Cristo è soprannaturalmente partorito dalla Vergine, e, come la lettera della Legge comanda, è circonciso nella carne, e mostra di essere colui che dà compimento alla Legge”.

       Per quanto riguarda la figura di san Basilio Magno, i testi della liturgia ne mettono in rilievo diversi aspetti. In primo luogo, il quasi parallelo semantico tra il nome di “Basilio” e quello di “re/regno/regale”: “Tu, il cui nome significa ‘regno’, quando cominciasti a pascere con filosofia e scienza, o padre, il sa­cerdozio regale, il popolo santo di Cristo, allora, o Ba­silio, ti ornò del diadema del regno il Re dei re e Signore di tutti, colui che noi conosciamo eterno Figlio del Padre e come lui senza principio… (e riprendo qua il testo greco del tropario nella sua bellezza, sempre difficile di rendere nella traduzione: “ πωνύμως κληθες τς βασιλείας, τε τ βασίλειον σ εράτευμα, τό του Χριστο θνος γιον, φιλοσοφί, κα πιστήμη Πάτερ ποίμανας, τότε διαδήματι, σ κατεκόσμησε, τς βασιλείας Βασίλειε, βασιλευόντων, βασιλεύων κα πάντων Κύριος, τ τεκόντι συννοούμενος ϊδίως Υἱὸς κα συνάναρχος…)”. Basilio è presentato come vescovo e padre/teologo di retta fede, in riferimento a quella ortodossia che prenderà forma definitiva dalla teologia del nostro santo cappadoce nella seconda metà del IV secolo e che vediamo ripresa in questo testo, quasi riassumendo la teologia dei concili ecumenici di Nicea (325) e Costantinopoli (381): “Risplendente nei paramenti pontificali, con gioia hai annunziato il vangelo del regno, o Basilio, riversando sulla Chiesa insegnamenti di retta fede: da essi illuminati, noi proclamiamo ora l’unica Divinità nel Padre onnipotente, nell’Unigenito Verbo di Dio e nel divino Spirito, e la glorifichiamo indivisa, in tre Persone; supplicala di salvare e illu­minare le anime nostre”. In un altro dei tropari vediamo applicata a Basilio l’immagine dell’ape che ha in mano sia il pungiglione che trafigge, sia la dolcezza del miele del suo insegnamento: “O divina e sacra ape della Chiesa di Cristo, Basilio beatissimo! Tu, infatti, armato del pungiglione del divino amore, hai trafitto le be­stemmie delle eresie odiose a Dio, e hai accumulato nel­le anime dei fedeli la dolcezza della pietà. Percor­rendo ora i prati divini del pascolo im­ma­colato, ricordati anche di noi, poiché stai presso la Trinità con­su­stanziale”.

       Concludo con i due tropari (apolytikia) della festa, quello di Basilio e quello della circoncisione che riassumono con delle belle immagini poetiche e teologiche la celebrazione odierna: “Per tutta la terra è uscita la tua voce, poiché essa ha accolto la tua parola con la quale hai definito divine dottrine, hai illustrato la natura degli esseri, hai ordinato i costumi degli uomini. Regale sacerdozio, padre santo, prega il Cristo Dio perché ci doni la grande misericordia”. “Senza mutamento hai assunto forma umana, essendo Dio per essenza, o pietosissimo Signore. E, adempiendo la Legge, volontariamente ricevi la circoncisione della carne, per far cessare le ombre e togliere il velo delle nostre passioni. Gloria alla tua bontà; gloria alla tua amorosa compassione; gloria, o Verbo, alla tua inesprimibile condiscendenza”.


martedì 26 dicembre 2023

 



+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico per i cattolici di tradizione bizantina in Grecia

 

Ai sacerdoti dell’Esarcato Apostolico per i cattolici di tradizione bizantina in Grecia.

 

Carissimi sacerdoti,

Lo scorso 18 dicembre, il Dicastero per la Dottrina della Fede della Santa Sede ha pubblicato il testo di una dichiarazione, firmata dal cardinale Prefetto del Dicastero mons. Victor Manuel Fernández, ed approvata dal Santo Padre, che porta come titolo “Dichiarazione Fiducia supplicans, sul senso pastorale delle benedizioni”. Questo testo potete trovarlo per intero e tradotto in diverse lingue nella pagina web del suddetto Dicastero: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20231218_fiducia-supplicans_it.html.

           Dal primo momento della sua pubblicazione, Fiducia supplicans (FS) il testo ha provocato delle reazioni molto diverse, di plauso oppure di riprovazione e di rifiuto. Bisogna sottolineare che il testo, dalla prima pagina, ribadisce la dottrina della Chiesa Cattolica sul matrimonio, conferma quanto essa ha affermato sull’irregolarità di diverse situazioni odierne di “coppia”, e allo stesso tempo il documento insiste sull’atteggiamento pastorale verso queste situazioni “irregolari”, atteggiamento che mai deve confondersi con una accoglienza liturgica e meno ancora con una benedizione di carattere nuziale. In questo, la Dichiarazione è molto chiara, ma allo stesso tempo alcuni paragrafi dello stesso testo possono essere letti ed interpretati in modo diverso ed anche vario. Per questa ragione, già dal primo momento le reazioni -alcune molto superficiali e anche dettate soltanto dal sentimento-, sono andate, come accennavo, dal plauso al rifiuto e al rimprovero più totale.

          Nei giorni successivi alla pubblicazione di FS ci sono state diverse valutazioni ed anche prese di posizione di diversi episcopati mondiali, assai diverse tra di loro. Come Esarca Apostolico per i fedeli di tradizioni bizantina in Grecia, accenno soltanto alla Dichiarazione dell’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, in cui si appella soprattutto al cànone 1492 del CCEO (Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium), secondo cui questo tipo di testi ufficiali da parte dei Dicasteri vaticani, toccano direttamente le Chiese Orientali Cattoliche: “…riguardano i fedeli cristiani delle Chiese orientali solamente in quanto si tratta di cose della fede e dei costumi…-respiciunt tantummodo, quatenus de rebus fidei vel morum ”. Siccome FS porta come titolo: “…sul senso pastorale delle benedizioni…”, il testo può essere letto avente un carattere prettamente liturgico pastorale, e quindi non in riferimento diretto alla prassi liturgica e sacramentale delle Chiese Orientali Cattoliche.

Malgrado questa dimensione canonica e diciamolo anche ecclesiologica, il documento FS è destinato ad essere per molti un punto di riferimento, per molti altri anche una pietra di inciampo e di scandalo. E viste le prime reazioni a livello mondiale, e prevedendo che il tema possa portare ad un dibattito acceso e sicuramente non sempre sereno, ho scritto queste semplici riflessioni/indicazioni che ho mandato ai miei sacerdoti dell’Esarcato, per aiutare loro a vivere nella serenità e nella comunione necessarie il momento ecclesiale che ci tocca di vivere. Quindi non si tratta di una mia valutazione di FS, bensì di sei punti di riflessione che mando ai miei sacerdoti dell’Esarcato, come loro vescovo che si sente nel bisogno di accompagnarli in questo momento.

 

          Ai sacerdoti dell’Esarcato Apostolico per i Cattolici di tradizione bizantina in Grecia.

Con questa mia lettera, indirizzata a voi, sacerdoti delle tre diverse comunità del nostro Esarcato Apostolico -greci, ucraini e caldei-, voglio semplicemente offrirvi alcuni punti che ritengo importanti in questo momento ecclesiale, senza i quali potremo forse non dare ai nostri fedeli quella risposta serena, chiara ed evangelica di cui hanno bisogno. Indico brevemente questi punti che ritengo dovete sempre aver presenti nel vostro agire come pastori delle comunità dell’Esarcato che vi sono state assegnate.

    In primo luogo, siccome FS è un testo nuovo, recentissimo, e che potete trovare già tradotto in diverse lingue, vi chiedo, per onestà ecclesiologica, intellettuale ed anche pastorale, di leggere il testo, per bene e per intero, e non affidarvi soltanto ai commenti giornalistici pro e contro del suddetto documento, oppure ai commenti di persone che dicono di averlo letto. Stanno apparendo in questi giorni nei giornali e nelle reti sociali dei commenti esultanti e commenti di condanna del testo, dei commenti che purtroppo sono più portati ad una lettura ed un indirizzo più ideologico che ecclesiale. Quindi abbiate la prudenza di non farvi ingannare o abbagliare dai commenti manipolati o manipolanti.

2.           Il secondo punto, -che sicuramente è il più importante, ma che suppone la premessa del primo punto, cioè di aver letto per bene il testo di FS-, è il non dimenticare mai che, tutti noi, vescovo, sacerdoti, parroci, siamo chiamati dal Signore stesso ad essere uomini di comunione e mai, assolutamente mai, uomini di divisione, di rottura. Non dimentichiamo l’affermazione dei Padri della Chiesa -penso a san Cipriano tra altri- che mettono in guardia come primo grande pericolo nella Chiesa la divisione e lo scisma, un pericolo molto più grave dall’eresia stessa. Per questo vi esorto, in questi momenti in cui siamo “bombardati” da notizie e informazioni tanto contrastanti e purtroppo anche manipolate quando non falsificate, vi prego di dare ai nostri fedeli sempre, assolutamente sempre, delle parole che creino tra di loro e con tutta la Chiesa comunione e mai divisione. Rinunciando anche -e questo fatelo anche come forma di ascesi se volete!- a quella parola amara magari di sfogo che in momenti come l’attuale potrebbe uscire dalla nostra bocca, parola di critica che più che costruire servirebbe soltanto a dividere e ad amareggiarvi di più. E aggiungo anche, con l’umiltà di dover dire, delle volte, che una risposta soddisfacente alle diverse questioni forse non ce l’abbiamo, oppure affidatevi nella vostra risposta a quello che la Chiesa ha insegnato ed insegna tuttora.

3.           Non dimenticare mai che il Signore stesso condanna il peccato ma non il peccatore. Dobbiamo essere sempre icona del buon Pastore che esce alla ricerca della pecora smarrita, lasciando nell’ovile le altre novantanove. Inoltre, ricordatevi della pericope della donna adultera di Gv 8,1-11, dove il Signore è molto chiaro sia verso il peccato che verso la peccatrice, e alla fine la sua parola è incisiva come una spada a doppio taglio: “…va e non peccare più…”. Lui non benedice la situazione di peccato della donna, bensì l’ascolta e gli dà una parola non di condanna ma veramente evangelica: “…va e non peccare più…”.

4.           Nelle mie lettere pastorali precedenti ve l’avevo ripetuto e lo faccio di nuovo adesso in questo nostro tempo, questo momento “καιρός” ecclesiale forse non facile: dobbiamo essere uomini di comunione in mezzo ai nostri fedeli. San Giovanni della Croce affermava che “…al tramonto della vita saremo esaminati di amore…”; ed io, senza pretende emulare il santo spagnolo del sedicesimo secolo, mi sento di affermare che pure noi vescovi e sacerdoti “…al tramonto della vita saremo esaminati di amore certamente…, ma soprattutto di comunione -κοινωνία-”. Quindi sentiamoci tutti, vescovo e sacerdoti, responsabili di questa comunione ecclesiale, specialmente in questo momento ecclesiale che appare difficile e travagliato, benché sempre “vegliato/vigilato/guidato” dal Signore che dal cielo guarda “sulla sua vigna…”, e senza mai dimenticare la parola di Paolo a 1Cor 3,17: “Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. San Benedetto, nella sua Regola, dice che il monaco “…nulla deve anteporre all’amore di Cristo”, e come monaco benedettino mi permetto di usare il testo di san Benedetto e applicarlo a noi vescovo e sacerdoti: “…nulla deve anteporre all’amore di Cristo e alla comunione ecclesiale…”.

5.            Vi accennavo sopra ad una dimensione anche ascetica che suppone il silenzio, la rinuncia ad una o tante parole che ci potrebbero sembrare utili e necessarie, anche ripeto come sfogo, ma che nel momento attuale non aiuterebbero sicuramente, cioè al non proferire parole amare che distruggono e non costruiscono comunione, non edificano la comunità ecclesiale. Qualcuno di voi potrebbe dirmi: “Allora…, meglio tacere, meglio stare zitti?”. In certi momenti sì! È meglio tacere che parlare, cioè, evitare dei commenti che oltre ad essere superficiali e dettati più dalla passione che dalla ragione, non porterebbero a nulla di buono.

6.        Alle persone che verranno a chiederci chiarimenti e spiegazioni su FS, cercheremo di dare una parola che sia chiara su quello che la Chiesa crede, su quello che veramente il testo della Dichiarazione dice, senza costruirci sopra delle opinioni proprie, ma rimanendo nel testo e, ripeto, soprattutto nell’insegnamento della Chiesa. Se dovessero venire delle persone, fedeli o non delle nostre Chiese, a chiedere qualche sorta di benedizione, nel momento attuale date loro una parola di accoglienza ed evangelica, nel senso dei punti di cui sopra, che dipenderà dal vostro buon senso ecclesiale, che sicuramente avete per la grazia del sacerdozio che avete ricevuto. Una richiesta che vada oltre e supponga un impegno liturgico ed ecclesiale, fate riferimento al vostro vescovo.

 Benedico voi, le vostre comunità e tutti i fedeli a voi affidati.

 +P. Manuel Nin

Esarca Apostolico

 


domenica 10 dicembre 2023

 


Natività di Cristo. Icona ucraina XVI secolo


                             Lettera pastorale Natale 2023

 

L’Altissimo divenne un Bambino, nel quale era nascosto

il tesoro di sapienza che basta a tutto.

Era l’Altissimo e succhiava il latte di Maria,

mentre tutte le creature succhiano le sue benedizioni.

È Lui la mammella vivente del soffio della vita…

 

(Sant’Efrem il Siro. Inno IV Sulla Natività di Cristo)

 

         La celebrazione del Natale ci porta a vivere di nuovo anche quest’anno, nella nostra vita come cristiani, quello che è il mistero centrale della nostra professione di fede: l’Incarnazione e la Nascita nella carne del Verbo eterno di Dio. Leggendo alcuni degli Inni di Sant’Efrem il Siro (+373), che sono dei testi che ogni anno mi aiutano a prepararmi a questo periodo della vita della Chiesa, vi propongo la strofa che trovate sopra, presa da uno degli inni di questo Padre della Chiesa siriaca: L’Altissimo divenne un Bambino… e succhiava il latte di Maria... Si tratta di un testo breve e profondo in cui il santo diacono siriaco riesce a cantare, con un linguaggio teologico e poetico allo stesso tempo, il mistero che celebriamo in questi giorni: l’Altissimo che si fa Bambino, si fa uno di noi, e in Lui si nasconde, si cela, tutta la Sapienza e la Bontà di Dio. Il Dio Altissimo nel suo Verbo si fa uomo, ed Efrem si serve di un’immagine molto bella: succhia il latte da Maria, un’immagine che sta’ ad indicare che Lui si è fatto veramente uomo e cammina con gli uomini, accanto a tutti noi. E questo suo “succhiare il latte da Maria”, questo suo camminare con noi, diventa per tutti una fonte di benedizioni. Efrem ci propone questo dare, elargire benedizioni a tutto il genere umano, con l’immagine della “mammella”, cioè della fonte da dove sgorga la benedizione, il soffio della vita per tutti noi, cristiani, che viviamo nella Chiesa il mistero del Suo amore e della Sua misericordia. Il testo di sant’Efrem ci riporta, con delle immagini teologiche e poetiche, al nucleo della nostra fede: il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio e Verbo di Dio, è veramente nato da Maria, ha succhiato il suo latte, ha riso ed ha pianto, ha camminato con i suoi discepoli, ha calpestato la polvere della sua terra, ha assunto la nostra umanità, l’ha amata e l’ha redenta, l’ha rinnovata e continua a rinnovarla. E con questa sua e nostra umanità, in Lui assunta in cielo, continua a rinnovarci e a redimerci attraverso la sua Chiesa, per mezzo della sua Parola e dei sacramenti che sono, per noi oggi, la continuazione presenziale nella Chiesa della sua divino-umanità che ci salva.

         Questo Natale lo vivremo, noi cristiani dell’Esarcato Apostolico per i cattolici di tradizione bizantina in Grecia, come un momento speciale di benedizione. Il Signore ha voluto che da quest’anno 2023 tutte le tre comunità dell’Esarcato celebrassimo insieme in un unico calendario, quello Gregoriano, anche le feste natalizie. Questo fatto, dobbiamo accoglierlo e viverlo come una benedizione dal Signore, che ci chiede di essere sempre, noi cristiani dell’Esarcato -vescovo, sacerdoti, suore, laici-, uomini e donne di comunione, uomini e donne veramente cristiani e cattolici, senza preclusioni o esclusioni di nessun tipo. E questo, dovrebbe farci sentire sempre membra vive di un’unica Chiesa Orientale Cattolica in Grecia.

…unica Chiesa, perché per il battesimo siamo fatti membra dell’unico Corpo di Cristo; diversi l’uno dall’altro certamente, e questo è un dono e una ricchezza, ma in una unica Chiesa, in un unico Corpo, quello di Cristo.

…Orientale, cioè una Chiesa che celebra e vive la fede secondo la propria tradizione ecclesiale e liturgica, per noi quella bizantina che, inoltre in Grecia e nel nostro Esarcato, si vede arricchita dalla presenza della comunità caldea che celebra la fede in questa sua tradizione liturgica, diversa come tradizione e lingua liturgiche ma, nell’Esarcato, ben radicate in questa nostra Chiesa. Perché la celebrazione della liturgia è la nostra professione di fede, non una mera variante “rituale e folclorica” che magari ci identificherebbe come gruppo nazionale o etnico, ma è il luogo dove confessiamo la nostra fede, vissuta in un’unica Chiesa.

…Cattolica, e questo è un termine impegnativo per tutti noi, perché da una parte siamo cattolici in quanto siamo una Chiesa vera e propria nella piena comunione con il vescovo di Roma e tutta la Chiesa Cattolica. E dall’altra parte, essere e chiamarci cattolici vuol dire, chiede ed esige da noi un cuore e una mente veramente aperti, accoglienti, larghi nel sentire e vedere come fratelli, tutti coloro che di questa Chiesa ne siamo membra.

…in Grecia, in questa terra e con questo popolo che ci ha accolti e ci accoglie, cercando effettivamente e affettivamente, tutti quelli che siamo venuti da tante altre parti del nostro mondo, di sentirci greci con i greci, fieri certamente delle nostre origini, delle nostre tradizioni, delle nostre lingue materne, ma anche fieri della ricchezza che è per ognuno di noi sentirsi accolti ed accogliere, vivendo, noi come cristiani e come unica Chiesa Cattolica, con uno spirito veramente fraterno, veramente cattolico, veramente cristiano.

Siamo sempre chiamati a vivere quell’immagine, quell’icona che nasce, che sgorga dalla Pentecoste: popoli e lingue diversi, che per il dono dello Spirito Santo diventano un unico Corpo di Cristo, un’unica Chiesa che cammina con Cristo annunciando il Suo Vangelo. Per questa ragione, la Divina Liturgia pontificale del vescovo sarà unicamente quella delle ore 9.15 nella cattedrale della Santissima Trinità, dove sono invitate le re comunità greca, ucraina e caldea, ed anche i loro sacerdoti. Credo sia importante sottolineare, soprattutto a partire dalle celebrazioni liturgiche, che siamo un’unica Chiesa Cattolica Orientale in Grecia.

         Durante l’anno 2023, che stiamo ormai concludendo, ci sono stati diversi fatti che hanno toccato direttamente la nostra Chiesa, il nostro Esarcato, e che voglio adesso con voi, ricordare con fede e ringraziamento.

         In primo luogo, l’Incontro dei vescovi orientali cattolici di Europa che si celebrò a Nea Makri e ad Atene dal 18 al 21 di settembre. Fu per tutti noi un momento di comunione con tutti i cristiani orientali cattolici di Europa, di cui i vescovi e i sacerdoti presenti portavano la testimonianza. Fu un incontro che, ancora poco tempo fa, era inimmaginabile che potesse essere fatto in Grecia. E questo “inimmaginabile” fu possiamo dire capovolto grazie al Signore e grazie alla generosità di tante persone che fecero possibile questo evento ecclesiale.

In secondo luogo, accenno all’esperienza, che spero possa ripetersi nei prossimi anni, di un soggiorno di tre mesi di due seminaristi provenienti dalla Slovacchia che diedero generosamente il loro servizio e la loro collaborazione nel nostro Esarcato, sia nei campiscuola estivi, sia in diverse mansioni nella nostra stessa sede di Acharnon, infine e specialmente nella preparazione, prima remota e poi immediata, dell’Incontro dei vescovi di cui ho parlato sopra. Ringrazio David e Martin per la loro presenza e do il benvenuto a loro e ad altri nei prossimi mesi ed anni.

         In terzo luogo, voglio accennare alla mia partecipazione al Sinodo dei Vescovi a Roma durante il mese di ottobre. La nomina pontificia fu per me, e spero anche per tutti i fedeli dell’Esarcato, una mostra di stima e considerazione da parte del santo Padre. In quel mese romano ho potuto conoscere tanti confratelli vescovi provenienti da tutto il mondo, ed anche far conoscere la vita della Chiesa Cattolica in Grecia, e nello specifico presentare il nostro Esarcato Apostolico. Il sinodo avrà la sua seduta conclusiva nel mese di ottobre di 2024, e per questo il documento finale pubblicato è soltanto una sintesi della seduta di quest’anno 2023.

         Infine, un ultimo fatto, per ultimo cronologicamente ma non il meno importante, è stata la morte del nostro vescovo emerito Dimitrios Salachas il giorno 16 ottobre. È stato un fatto che ci ha colti tutti di sorpresa, quasi all’improvvisto. Posso dirvi che il vescovo Dimitrios da mesi sentiva che la sua fine poteva essere vicina, e direi che in diversi modi vi si preparava. Vedendo adesso i fatti accaduti, rivedo specialmente la sua partecipazione all’Incontro dei vescovi di settembre ad Atene quasi come un suo congedo da tanti e tanti vescovi europei che erano i suoi amici e molti anche erano stati i suoi discepoli nelle aule universitarie romane. Un problema di salute all’inizio del mese di ottobre ha fatto scoprire la presenza di una malattia incurabile. Il Signore lo ha chiamato a Sé il 16 ottobre, dopo che la sera precedente il vicario padre Petro gli aveva dato l’Olio Santo e la comunione ai Santi Misteri. Fu vescovo e padre nella nostra Chiesa, e ne siamo grati al Signore. Voglio accennare ad un fatto molto bello e significativo per il nostro Esarcato e che sicuramente ha rallegrato lo stesso vescovo Dimitrios, è stato la presenza di due metropoliti ed un sacerdote della Chiesa Ortodossa alla celebrazione del funerale il giorno 20 ottobre.

         L’Altissimo divenne un Bambino… e succhiava il latte di Maria… Ringraziando il Signore che ogni giorno cammina accanto a noi, cammina con noi e ci fa sentire membra del suo Corpo che è la Chiesa, auguro a tutti, fedeli dell’Esarcato, greci, ucraini e caldei, e a tutti i nostri amici e benefattori, un Natale veramente benedetto dal Signore, e un buon inizio del nuovo anno.

 

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico.

 



ΠΟΙΜΑΝΤΙΚΗ ΕΠΙΣΤΟΛΗ ΧΡΙΣΤΟΥΓΕΝΝΑ 2023

         Ο Ύψιστος έγινε βρέφος, μέσα στο οποίο ήταν κρυμμένος

 ο θησαυρός της σοφίας, ο οποίος γεμίζει τα πάντα.

Ήταν ο Ύψιστος, ο οποίος θήλαζε το γάλα της Μαρίας,

ενώ όλα τα δημιουργήματα θηλάζουν τις ευλογίες του.

Αυτός είναι ο ζων μαστός της πνοής της ζωής….

(Αγίου Εφραίμ του Σύρου, ύμνος στην Γέννηση του Χριστού)

 

Η γιορτή των Χριστουγέννων μας οδηγεί να ζήσουμε και πάλι εφέτος, στη ζωή μας ως χριστιανοί, το επίκεντρο της ομολογίας της πίστης μας: την Ενσάρκωση και την κατά σάρκα γέννηση του αιώνιου Λόγου του Θεού. Διαβάζοντας μερικούς από τους Ύμνους του Αγίου Εφραίμ του Σύρου (+373), οι οποίοι είναι κείμενα που κάθε χρόνο με βοηθούν να προετοιμαστώ για την περίοδο αυτή της ζωής της Εκκλησίας, σας προτείνω την παραπάνω στροφή, παρμένη από τους ύμνους αυτού του Πατέρα της Εκκλησίας: Ο Ύψιστος έγινε ένα βρέφος… το οποίο θήλαζε το γάλα της Μαρίας… Πρόκειται για ένα κείμενο σύντομο και βαθύ, μέσα στο οποίο ο Άγιος Σύριος διάκονος κατορθώνει να ψάλλει, σε μία γλώσσα ταυτόχρονα θεολογική και ποιητική, το μυστήριο το οποίο επιτελούμε κατά τις ημέρες αυτές: ο Ύψιστος, ο οποίος γίνεται Βρέφος, γίνεται ένας από εμάς, στον οποίο κρύβεται, καλύπτεται όλη η Σοφία και η Καλοσύνη του Θεού. Ο Ύψιστος Θεός στον Λόγο του γίνεται άνθρωπος· ο Εφραίμ χρησιμοποιεί την ωραιότατη αυτή εικόνα: θηλάζει το γάλα της Μαρίας, μία εικόνα που υποδείχνει ότι Αυτός (ο Λόγος του Θεού), έγινε αληθινά άνθρωπος και βαδίζει μαζί με τους ανθρώπους, δίπλα σε όλους εμάς. Και αυτό το «θηλάζει το γάλα της Μαρίας», αυτή η συμπόρευση μαζί μας, γίνεται για όλους εμάς μία πηγή ευλογίας. Ο Εφραίμ προτείνει αυτόν τον θηλασμό, ως πηγή ευλογίας για όλο το ανθρώπινο γένος, με την εικόνα του «μαστού», δηλαδή της πηγής από την οποία αναβλύζει η ευλογία, η πνοή της ζωής για όλους μας, για όλους τους χριστιανούς, οι οποίοι μέσα στην Εκκλησία ζούμε το μυστήριο της αγάπης Του και της ευσπλαχνίας του.  Το κείμενο του Αγίου Εφραίμ με εικόνες θεολογικές και ποιητικές, μας οδηγεί στον πυρήνα της πίστης μας: ο Κύριος μας Ιησούς Χριστός, Υιός και Λόγος του Θεού, γεννήθηκε αληθινά από την Μαρία, θήλασε το γάλα της, γέλασε και έκλαψε, περπάτησε με τους μαθητές του, πάτησε το χώμα της γης του, έλαβε την ανθρώπινη φύση μας, η οποία στο Πρόσωπο του ανήλθε στον ουρανό, συνεχίζει να μας ανανεώνει και να μας λυτρώνει διαμέσου της Εκκλησίας του, διαμέσου του Λόγου του διαμέσου των ιερών μυστηρίων, τα οποία για εμάς, σήμερα αποτελούν τη συνέχιση της παρουσίας του μέσα στην Εκκλησία, η οποία θεανθρώπινη παρουσία του μας σώζει.

Και εμείς, οι χριστιανοί της Αποστολικής Εξαρχίας για τους Καθολικούς της βυζαντινής παράδοσης στην Ελλάδα, θα ζήσουμε τα Χριστούγεννα ως ιδιαίτερη στιγμή ευλογίας. Ο Κύριος θέλησε κατά το έτος αυτό του 2023 να συνεορτάσουμε τα Χριστούγεννα και οι τρεις μας κοινότητες, σύμφωνα με το Γρηγοριανό Ημερολόγιο. Οφείλουμε να υποδεχθούμε και να ζήσουμε το γεγονός αυτό ως ευλογία του Κυρίου. Μία ευλογία που ζητά από όλους μας, (τον Επίσκοπο, τους Ιερείς, τις Μοναχές, τους Λαϊκούς), άντρες και γυναίκες, να ζούμε με εκκλησιαστική κοινωνία, ως αληθινά Χριστιανοί Καθολικοί, χωρίς διακρίσεις ή αποκλεισμούς, οιασδήποτε μορφής. Το γεγονός αυτό πρέπει να μας κάνει να αισθανόμαστε και να ζούμε ως μέλη της μίας και μοναδικής ανατολικής, καθολικής Εκκλησίας στην Ελλάδα.

….μίας μοναδικής Εκκλησίας, γιατί διαμέσου του βαπτίσματος γίναμε μέλη του μοναδικού Σώματος του Χριστού: ασφαλώς διαφορετικοί ο ένας από τον άλλον και αυτό δηλώνει ένα δώρο και ένα πλούτο, αλλά σε μία μοναδική Εκκλησία, σε ένα μοναδικό Σώμα, στο Σώμα του Χριστού.

….Ανατολικής, δηλαδή μίας Εκκλησίας η οποία τελεί και ζει την πίστη της σύμφωνα με την δική μας λατρευτική παράδοση, δηλαδή τη δική μας βυζαντινή παράδοση στην Ελλάδα και την Εξαρχία. Η παράδοση αυτή είναι εμπλουτισμένη από την παρουσία της χαλδαϊκής κοινότητας, μίας διαφορετικής κοινότητας στην λατρευτική της γλώσσα, αλλά καλά ριζωμένης στη δική μας Εκκλησία. Γιατί η τέλεση της θείας λατρείας είναι η ομολογία της πίστης μας, με διαφορετική μορφή, ως εθνικής ομάδας, αλλά ενωμένη στην μοναδική μας ομολογία πίστης, στην μοναδική Εκκλησία του Χριστού.

…. Καθολικής, και αυτός είναι ένας όρος δεσμευτικός για όλους μας, λόγω του ότι από τη μία μεριά είμαστε αληθινή Εκκλησία, σε πλήρη εκκλησιαστική κοινωνία με τον Επίσκοπο Ρώμης και όλη την Καθολική Εκκλησία· από την άλλη πλευρά το να είμαστε και να ονομαζόμαστε «Καθολικοί» σημαίνει και απαιτεί από εμάς, μία καρδιά και ένα νου ανοιχτούς, να αισθανόμαστε και να βλέπουμε ως αδέλφια μας όλους όσοι είμαστε μέλη αυτής της Εκκλησίας.

… στην Ελλάδα, σ’ αυτή τη γη και σ’ αυτόν τον λαό που μας δέχθηκε και μας δέχεται, προσπαθώντας ενεργητικά και αισθηματικά να μας αισθανθεί όλους εμάς, που ήρθαμε από τόσα μέρη του κόσμους μας, Έλληνες μεταξύ Ελλήνων, ασφαλώς υπερήφανοι για την προέλευση μας, για τις παραδόσεις μας, για τις μητρικές μας γλώσσες, αλλά υπερήφανοι για τον πνευματικό πλούτο του καθενός μας να αισθάνεται δεκτός και να υποδέχεται, να ζει ως χριστιανός μέσα στην μοναδική Καθολική Εκκλησία, με ένα πνεύμα αληθινά αδελφικό, αληθινά καθολικό, αληθινά χριστιανικό.

Είμαστε πάντα καλεσμένοι να ζούμε την εικόνα εκείνη, που γεννιέται και αναβλύζει από την Πεντηκοστή: διαφορετικοί λαοί και γλώσσες, οι οποίοι με το δώρο του Αγίου Πνεύματος, γίνονται ένα μοναδικό Σώμα του Χριστού, μία μοναδική Εκκλησία, η οποία βαδίζει με τον Χριστό, κηρύττοντας το Ευαγγέλιο Του. Για το λόγο αυτό η Αρχιερατική Θεία Λειτουργία θα γίνει μόνο στις 9.15 στον Καθεδρικό Ναό της Αγίας Τριάδας, όπου είναι προσκεκλημένη η Ελληνική, Ουκρανική και Χαλδαϊκή κοινότητα, καθώς και οι ιερείς τους. Πιστεύω ότι είναι σημαντικό να υπογραμμίσουμε, ιδίως ξεκινώντας από τις λειτουργικές γιορτές, ότι είμαστε μια ενιαία Ανατολική Καθολική Εκκλησία στην Ελλάδα.

Κατά το έτος 2023, το οποίο ήδη τελειώνει, έγιναν διαφορετικά γεγονότα, τα οποία άγγιξαν άμεσα την Εκκλησία μας, την Εξαρχία μας, και τα οποία θέλω τώρα μαζί σας να υπενθυμίσω με πίστη και ευγνωμοσύνη.

Πριν απ’ όλα η Συνάντηση των ανατολικών καθολικών Επισκόπων της Ευρώπης, η οποία έγινε στην Νέα Μάκρη και στην Αθήνα, από 18 μέχρι 21 Σεπτεμβρίου. Ήταν για όλους μας μία ιστορική στιγμή μίας αληθινής καθολικής κοινωνίας με όλους τους ανατολικούς καθολικούς της Ευρώπης, την μαρτυρία των οποίων μας έφερναν οι παρόντες επίσκοποι και ιερείς. Ήταν μία συνάντηση η οποία μέχρι πριν από λίγο καιρό ήταν αδιανόητη και ακατόρθωτη για την Ελλάδα. Και αυτό το «αδιανόητο» γεγονός έγινε κατορθωτό χάρη στον Κύριο, και χάρη στη γενναιοδωρία τόσων και τόσων ανθρώπων, οι οποίοι πρόσφεραν για την πραγματοποίησή του.

Στη συνέχεια υπενθυμίζω την εμπειρία, η οποία ελπίζω να μπορέσει να επαναληφθεί στα προσεχή χρόνια: μία τρίμηνη παραμονή δύο ιεροσπουδαστών από την Σλοβακία, οι οποίοι πρόσφεραν γενναιόδωρα τις υπηρεσίες τους και τη συνεργασία τους στην Εξαρχία μας, τόσα στα θερινά ιδρύματα, όσο και στην ίδια την έδρα μας, στην οδό Αχαρνών· τελικά πρόσφεραν τις υπηρεσίες τους, πρώτα στην απόμακρη και έπειτα στην άμεση προετοιμασία της Συνάντησης των Επισκόπων στην οποία αναφέρθηκα παραπάνω. Ευγνωμονώ τον Δαβίδ και τον Μαρτίνο για την παρουσία τους ανάμεσά μας, και καλωσορίζω όσους άλλους μιμηθούν το παράδειγμά τους στους προσεχείς μήνες.

Ως τρίτο θέμα θέλω να αναφέρω τη συμμετοχή μου στην Σύνοδο των Επισκόπων, η οποία έγινε στη Ρώμη κατά τον μήνα Οκτώβριο. Κατά τον μήνα εκείνο στην Ρώμη μπόρεσα να γνωρίσω τόσους και τόσους συναδέλφους Επισκόπους προερχόμενους από όλον τον κόσμο· μπόρεσα επίσης να κάνω γνωστή τη ζωή της Καθολικής Εκκλησίας στην Ελλάδα, και ιδιαίτερα να παρουσιάσω την Αποστολική μας Εξαρχία. Η Σύνοδος αυτή θα έχει λήξη κατά τον Οκτώβριο 2024 και γι’ αυτόν τον λόγο, το τελικό κείμενο που εκδόθηκε φέτος, είναι μονάχα μία σύνθεση των εργασιών του 2023.

Τελικά, ένα τελευταίο γεγονός, τελευταίο αλλά όχι λιγότερο σπουδαίο, ήταν ο θάνατος του τέως Επισκόπου μας Δημητρίου Σαλάχα, στις 16 Οκτωβρίου. Ήταν ένα γεγονός σχεδόν απρόβλεπτο, το οποίο μας εξέπληξε. Μπορώ να σας πω ότι ο Επίσκοπος Δημήτριος πριν από μήνες προαισθανόταν ότι το τέλος του πλησίαζε και θα έλεγα ότι με διάφορους τρόπους προετοιμαζόταν. Βλέποντας τώρα τα γεγονότα που έγιναν, ξαναβλέπω ιδιαίτερα τη συμμετοχή του στην Συνάντηση των Επισκόπων κατά τον Σεπτέμβριο στην Αθήνα, σχεδόν σαν αποχαιρετισμό του από πολλούς Ευρωπαίους Επισκόπους οι οποίοι ήταν φίλοι του, στα διάφορα Πανεπιστήμια της Ρώμης. Ένα πρόβλημα υγείας στην αρχή του Οκτωβρίου έκανε να ανακαλυφθεί σ’ αυτόν μία αθεράπευτη ασθένεια. Ο Κύριος τον κάλεσε κοντά Του στις 16 Οκτωβρίου. Την παραμονή του θανάτου του ο πατέρα Πέτρος του μετέδωσε το Ευχέλαιο και το Ιερό Μυστήριο της Θείας Ευχαριστίας. Θέλω να αναφέρω ένα πολύ όμορφο και σημαντικό γεγονός για την Εξαρχία μας και που σίγουρα ενθουσίασε τον ίδιο τον Επίσκοπο Δημήτριο, ήταν η παρουσία δύο μητροπολιτών και ενός ιερέα της Ορθόδοξης Εκκλησίας στην κηδεία του 20ής Οκτωβρίου.

Ευγνωμονώ τον Κύριο ο οποίος καθημερινά βαδίζει μαζί μας, βαδίζει δίπλα μας, και μας κάνει να αισθανόμαστε μέλη του Σώματος του, της Αγίας του Εκκλησίας. Εύχομαι σε όλους, τους πιστούς της Εξαρχίας μας, Έλληνες, Ουκρανούς και Χαλδαίους, και σε όλους τους φίλους μας και τους ευεργέτες μας, Χριστούγεννα αληθινά ευλογημένα από τον Κύριο, και καλή αρχή στου Νέου Έτους.

π. Εμμανουήλ Νιν

Αποστολικός Έξαρχος


venerdì 8 dicembre 2023

 


Farina per un unico pane…

A proposito di un riferimento liturgico in un testo di Dadisho Qatraya, monaco siro orientale del VII secolo

          Leggendo un testo monastico del VII secolo, mi sono imbattuto in diversi riferimenti di carattere liturgico, oppure possiamo dire “celebrativo” in cui si parla più o meno direttamente della preghiera dei monaci. Voglio in queste righe condividervi uno di questi riferimenti, che parla, benché brevemente, della celebrazione eucaristica. Il testo in questione lo troviamo nell’opera di Dadisho Qatraya, un monaco siro orientale vissuto nella seconda metà del VII secolo nel Beth Qatraya, regione costiera ad ovest del Golfo Persico, zona di importanza notevole per la fioritura di monasteri, di monaci e di testi monastici di tradizione siriaca.

          Il frammento che voglio condividervi senza troppi commentari da parte mia si trova nel Commento al Paradiso dei Patri, che è a sua volta una raccolta di apoftegmi dei Padri del deserto tra le più importanti che si sono conservate. Dadisho nel suo testo e commento, risponde alle domande dei “fratelli” (cioè, i monaci che gli porgono delle domande, cercando di capire il testo e ricavarne insegnamento spirituale), con delle spiegazioni che molto spesso l’autore “poggia/giustifica” con dei testi presi dai Vangeli. Questo fatto lo troviamo frequentemente nella tradizione ascetica monastica siro orientale, dove gli autori prendono testi della Sacra Scrittura, specialmente del Salterio e dei Vangeli, e gli usano non tanto come giustificazione quanto come punto di appoggio per le loro argomentazioni.

Nel testo riportato qua sotto, Dadisho, commentando e servendosi della parabola evangelica del seminatore e del seme caduto in diverse parti del terreno (cf., Mt 13,8; Mc 4,8; Lc 8,8), risponde alla domanda che i fratelli gli hanno posto sul rapporto tra la vita virtuosa dei laici nel mondo e quella, pure virtuosa, dei monaci sia nella solitudine, sia nel monastero. Nella sua risposta -che va oltre al testo trascritto in queste brevi pagine-, Dadisho paragona la vita dell’uomo nel mondo, benché possa essere anch’essa vissuta nella virtù, al terreno roccioso, coi rovi, la terra asciutta…, dove il seme può certamente germinare ma rischia di non mettere radici e dare frutto. Invece la vita del monaco nella sua solitudine, oppure nel monastero con i fratelli, l’autore la paragona alla terra buona dove il seme germina, mette radici e dà frutto.

E nel testo di Dadisho, troviamo questo brano che trascrivo, e dove appunto si trova il riferimento liturgico che voglio mettere in evidenza:

Commento al Paradiso dei Padri, I,10: In questi tre ordini della crescita del grano, (il grano caduto lungo la via, nel suolo roccioso, tra le spine…), nostro Signore delimita ed include tutta la virtù praticata dai secolari nel mondo. Invece, in quanto segue (il grano caduto in terra buona), tratta della virtù praticata dai monaci in tre forme diverse. E cosa dice nostro Signore? “Altri semi sono caduti in terra buona -cioè nelle anime virtuose-, e hanno dato frutto: chi trenta, chi sessanta, chi cento”. In primo luogo, bisogna sapere che la prima terra in cui è caduto il seme, secondo le tre maniere descritte più su, nostro Signore non la chiama “terra buona”, ed è soltanto questa che lui chiama “buona”. Poi ci fa conoscere la disciplina dei monaci grazie alla quale i monaci salgono verso la perfezione in tre gradini diversi, cioè: il gradino degli iniziandi, il gradino dei monaci di livello medio, ed infine il gradino dei perfetti. “Cento” ci indica il lavoro dei perfetti, “sessanta” colui dei monaci di livello medio, e “trenta” quello degli iniziandi. E benché questi gradini siano ogni volta più alti, sono tutti buon seme gettato in una terra buona che dà frutto buono e maturo. Un campo in cui crescano tre spighe, per esempio, di cui una ha cento grani di frumento, l’altro sessanta e l’altro trenta, quando esse vengono mietute, macinate, impastate e cotte, sarà lo stesso pane che ne esce da tutte e tre, che è portato sull’altare, è santificato dallo Spirito Santo e diventa il Corpo di Cristo. Allo stesso modo, se ci sono tre monaci nello stesso luogo e, per esempio, uno è perfetto, l’altro di livello medio e l’ultimo un iniziando, se il primo muore nel suo stato di perfezione, quello di livello medio nel suo stato di livello medio, e l’iniziando come iniziando, tutti e tre si rallegreranno nello stesso modo nel Regno dei cieli, a causa della rettitudine della loro intenzione, del loro amore verso Dio e del loro zelo nell’opera della giustizia, benché uno muoia nella vecchiaia, l’altro nella sua gioventù ed infine il terzo quasi un bambino. Infatti, Dio cerca negli uomini la loro buona intenzione e lo zelo per le opere della giustizia, che nasce dall’amore che hanno verso di Lui.

Senza entrare nella “disputa/discussione” che potrebbe sorgere tra vita virtuosa nel mondo e vita virtuosa nel deserto/nel monastero -disputa che in qualche modo proseguirà nei capitoli seguenti del nostro testo-, voglio semplicemente condividere il retroterra liturgico che troviamo appunto nella risposta di Dadisho: cioè il riferimento ad una preparazione del pane per la celebrazione eucaristica: “…quando esse (le spighe) vengono mietute, macinate, impastate e cotte, sarà lo stesso pane che ne esce da tutte e tre, che è portato sull’altare…”. E quindi il riferimento veramente “anaforico” nella presentazione del pane e nell’epiclesi: “…(il pane) che è portato sull’altare, è santificato dallo Spirito Santo e diventa il Corpo di Cristo”. Usando quest’immagine del pane presentato sull’altare e santificato dallo Spirito Santo nel suo insegnamento ai monaci, Dadisho sa di adoperare un paragone con cui i monaci non avranno difficoltà per coglierne la dimensione sia monastica sia liturgica. Quindi una comunità monastica in cui la celebrazione dell’eucaristia può essere assai frequente, ed anche una celebrazione comunitaria dell’ufficiatura delle ore. Più avanti Dadisho parlerà della salmodia recitata in piedi e delle letture della Sacra Scrittura ascoltate seduti a causa della stanchezza, forse per una salmodia molto lunga.

Infine, voglio semplicemente rammentare che Dadisho Qatraya appartiene alla tradizione ecclesiale e liturgica siro orientale che adopera, fino ai nostri giorni, oltre alle anafore attribuite a Nestorio e a Teodoro di Mopsuestia, anche l’anafora di Addai e Mari che, pur non avendo il racconto istituzionale dell’eucaristia, ha certamente l’epiclesi che veramente santifica e consacra il pane ed il vino facendone il Corpo ed il Sangue di Cristo.

          Altri riferimenti di carattere liturgico, specialmente quelli che toccano la preghiera e la salmodia dei monaci, li troviamo anche lungo il testo di Dadisho. Ad esempio, nel paragrafo 30 dello stesso libro I Dadisho afferma: “Infatti, coloro che nel loro grado di crescita si trovano ancora nell’ordine (livello) della preghiera corporale e della lettura, quando sono stanchi di stare in piedi e della salmodia, fanno riposare il loro corpo stando seduti nella lettura meditativa. E in questo modo, una volta il loro corpo si è riposato stando seduti, e la loro mente si è rischiarata grazie alla lettura, allora si alzano per l’ufficiatura e la preghiera”.

    Quindi continuerò la mia lettura e la mia raccolta di altre informazioni ed indicazioni.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico


Αλεύρι για έναν μοναδικό άρτο...

Σχετικά με μια λειτουργική αναφορά σε ένα κείμενο του Dadisho Qatraya, ενός μοναχού της Ανατολικής Συρίας του έβδομου αιώνα

Διαβάζοντας ένα μοναστικό κείμενο του έβδομου αιώνα, συνάντησα αρκετές αναφορές λειτουργικού χαρακτήρα, ή μπορούμε να πούμε «τελετουργικού» στις οποίες η προσευχή των μοναχών αναφέρεται περισσότερο ή λιγότερο άμεσα. Σε αυτές τις γραμμές θέλω να μοιραστώ μαζί σας μία από αυτές τις αναφορές, η οποία μιλάει, αν και εν συντομία, για την ευχαριστιακή ιεροτελεστία. Το εν λόγω κείμενο βρίσκεται στο έργο του Dadisho Qatraya, ενός μοναχού της ανατολικής Συρίας που έζησε στο δεύτερο μισό του έβδομου αιώνα στην Beth Qatraya, μια παράκτια περιοχή δυτικά του Περσικού Κόλπου, μια περιοχή μεγάλης σημασίας για την άνθηση μοναστηριών, μοναχών και μοναστικών κειμένων συριακής παράδοσης.

Το απόσπασμα που θέλω να μοιραστώ μαζί σας χωρίς πολλά σχόλια από την πλευρά μου βρίσκεται στο Σχόλιο για τον Παράδεισο των Πατέρων, το οποίο με τη σειρά του είναι μια συλλογή Αποφθεγμάτων των Πατέρων της Ερήμου μεταξύ των σημαντικότερων που έχουν διασωθεί. Ο Dadisho στο κείμενο και το σχόλιό του, απαντά στις ερωτήσεις των «αδελφών» (δηλαδή των μοναχών που του κάνουν ερωτήσεις, προσπαθώντας να κατανοήσουν το κείμενο και να αντλήσουν πνευματική διδασκαλία από αυτό), με εξηγήσεις που πολύ συχνά ο συγγραφέας «υποστηρίζει-δικαιολογεί» με κείμενα παρμένα από τα Ευαγγέλια. Βρίσκουμε συχνά αυτό το γεγονός στην ανατολική συριακή μοναστική ασκητική παράδοση, όπου οι συγγραφείς παίρνουν κείμενα από την Αγία Γραφή, ιδιαίτερα το Ψαλτήρι και τα Ευαγγέλια, και τα χρησιμοποιούν όχι τόσο ως δικαιολογία όσο ως σημείο υποστήριξης των επιχειρημάτων τους.

Στο παρακάτω κείμενο, ο Dadisho, σχολιάζοντας και χρησιμοποιώντας την ευαγγελική παραβολή του σπορέα και του σπόρου που έπεσε σε διάφορα μέρη του εδάφους (βλ., Mτ 13, 8. Μκ 4:8. Λκ 8:8), απαντά στην ερώτηση που του έθεσαν οι αδελφοί για τη σχέση μεταξύ της ενάρετης ζωής των λαϊκών στον κόσμο και της ενάρετης ζωής των μοναχών τόσο στη μοναξιά όσο και στο μοναστήρι. Στην απάντησή του, η οποία υπερβαίνει το κείμενο που μεταγράφεται σε αυτές τις σύντομες σελίδες, ο Dadisho συγκρίνει τη ζωή του ανθρώπου στον κόσμο, αν και μπορεί επίσης να τη ζήσει στην αρετή, με το βραχώδες έδαφος, με ξηρή γη..., όπου ο σπόρος μπορεί σίγουρα να βλαστήσει, αλλά κινδυνεύει να μην ριζώσει και να μην αποφέρει καρπούς. Αντιθέτως, η ζωή του μοναχού στη μοναξιά του, ή στο μοναστήρι με τους αδελφούς, ο συγγραφέας το συγκρίνει με το καλό έδαφος όπου ο σπόρος βλασταίνει, ριζώνει και φέρει καρπούς.

Και στο κείμενο του Dadisho, βρίσκουμε αυτό το απόσπασμα που μεταγράφω, και όπου υπάρχει ακριβώς η λειτουργική αναφορά που θέλω να τονίσω:

Σχόλιο στον Παράδεισο των Πατέρων, Ι, 10: Σε αυτές τις τρεις τάξεις της αύξησης του σιταριού (το σιτάρι που έχει πέσει στο δρόμο, στο βραχώδες έδαφος, ανάμεσα στα αγκάθια...), ο Κύριός μας οριοθετεί και περιλαμβάνει όλη την αρετή που ασκούν οι κοσμικοί στον κόσμο. Αντιθέτως, στη συνέχεια (το σιτάρι που έχει πέσει σε καλό έδαφος), πραγματεύεται την αρετή που ασκούν οι μοναχοί σε τρεις διαφορετικές μορφές. Και τι λέει ο Κύριός μας; «Άλλοι σπόροι έπεσαν σε καλό έδαφος, δηλαδή σε ενάρετες ψυχές, και καρποφόρησαν: άλλος τριάντα, άλλος εξήντα, άλλος εκατό». Πρώτον, πρέπει να γνωρίζουμε ότι την πρώτη γη στην οποία έπεσε ο σπόρος, σύμφωνα με τους τρεις τρόπους που περιγράφηκαν παραπάνω, ο Κύριός μας δεν την αποκαλεί «καλή γη» και μόνο αυτή την αποκαλεί «καλή». Στη συνέχεια μας εισάγει στην πειθαρχία των μοναχών με την οποία οι μοναχοί ανεβαίνουν προς την τελειότητα σε τρία διαφορετικά βήματα, δηλαδή: το βήμα των μυουμένων, το βήμα των μοναχών μεσαίου επιπέδου και τέλος το βήμα των τελείων. Το «εκατό» υποδηλώνει το έργο των τέλειων, το «εξήντα» των μοναχών μεσαίου επιπέδου και το «τριάντα» των μυουμένων. Και παρόλο που αυτά τα βήματα είναι όλο και υψηλότερα, είναι όλοι καλός σπόρος σπαρμένος σε καλό έδαφος που φέρει καλό και ώριμο καρπό. Ένα χωράφι στο οποίο φυτρώνουν τρία στάχυα, για παράδειγμα, ένα από τα οποία έχει εκατό κόκκους σιταριού, το άλλο εξήντα και το άλλο τριάντα, όταν θερίζονται, αλέθονται, ζυμώνονται και ψήνονται, θα είναι ο ίδιος άρτος που βγαίνει και από τα τρία, που μεταφέρεται στο θυσιαστήριο, αγιάζεται από το Άγιο Πνεύμα και γίνεται το Σώμα του Χριστού. Με τον ίδιο τρόπο, αν υπάρχουν τρεις μοναχοί στον ίδιο τόπο, και, για παράδειγμα, ο ένας είναι τέλειος, ο άλλος είναι μεσαίου επιπέδου και ο τελευταίος είναι μυούμενος, αν ο πρώτος πεθάνει στην κατάσταση της τελειότητάς του, εκείνος του μεσαίου επιπέδου στην κατάσταση του μεσαίου επιπέδου και ο μυούμενος ως μυούμενος, και οι τρεις θα χαρούν με τον ίδιο τρόπο στη βασιλεία των ουρανών, λόγω της ευθύτητας της πρόθεσής τους, της αγάπης τους για τον Θεό και του ζήλου τους στο έργο της δικαιοσύνης, παρόλο που ο ένας πεθάνει στα γηρατειά, ο άλλος στα νιάτα του και τελικά ο τρίτος σχεδόν παιδί. Στην πραγματικότητα, ο Θεός αναζητά στους ανθρώπους την καλή τους πρόθεση και τον ζήλο τους για τα έργα της δικαιοσύνης, η οποία γεννιέται από την αγάπη τους γι' Αυτόν.

Χωρίς να υπεισέλθω στη «διαμάχη/συζήτηση» που θα μπορούσε να προκύψει μεταξύ της ενάρετης ζωής στον κόσμο και της ενάρετης ζωής στην έρημο/μοναστήρι –μια διαμάχη που κατά κάποιο τρόπο θα συνεχιστεί στα επόμενα κεφάλαια του κειμένου μας– θέλω απλώς να μοιραστώ το λειτουργικό υπόβαθρο που βρίσκουμε ακριβώς στην απάντηση του Dadisho: δηλαδή, την αναφορά σε μια προετοιμασία του άρτου για την ευχαριστιακή ιεροτελεστία: «...Όταν αυτά (τα στάχυα) θεριστούν, αλεσθούν, ζυμωθούν και ψηθούν, θα είναι ο ίδιος άρτος που βγαίνει και από τα τρία, ο οποίος μεταφέρεται στον βωμό...". Εξ ου και η πραγματικά «αναφορική» αναφορά κατά την παρουσίαση του άρτου και την επίκληση: «...(ο άρτος) που μεταφέρεται στην Αγία Τράπεζα, αγιάζεται από το Άγιο Πνεύμα και γίνεται Σώμα Χριστού». Χρησιμοποιώντας αυτή την εικόνα του άρτου που παρουσιάζεται στην Αγία Τράπεζα και αγιάζεται από το Άγιο Πνεύμα στη διδασκαλία του προς τους μοναχούς, ο Dadisho γνωρίζει ότι χρησιμοποιεί μια σύγκριση με την οποία οι μοναχοί δεν θα δυσκολευτούν να συλλάβουν τόσο τη μοναστική όσο και τη λειτουργική διάσταση. Έτσι μια μοναστική κοινότητα στην οποία η τέλεση της Θείας Ευχαριστίας μπορεί να είναι πολύ συχνή, αλλά και μια κοινοτική τέλεση της ακολουθίας των Ωρών. Αργότερα, ο Dadisho θα μιλήσει για την ψαλμωδία που απαγγέλθηκε σε στάση όρθια και τα αναγνώσματα της Αγίας Γραφής που τα άκουσαν καθιστοί λόγω κούρασης, ίσως λόγω μιας πολύ μακράς ψαλμωδίας.

Τέλος, θέλω απλώς να υπενθυμίσω ότι ο Dadisho Qatraya ανήκει στην εκκλησιακή και λειτουργική παράδοση της Ανατολικής Συρίας που χρησιμοποιεί, μέχρι τις μέρες μας, εκτός από τις αναφορές που αποδίδονται στον Νεστόριο και τον Θεόδωρο της Μοψουεστίας, και την αναφορά επίσης του Addai και του Mari που, αν και δεν έχει τη αφήγηση ίδρυσης της Ευχαριστίας, έχει σίγουρα την επίκληση που πραγματικά αγιάζει και καθαγιάζει τον άρτο και τον οίνο, καθιστώντας τα Σώμα και Αίμα του Χριστού.

Άλλες αναφορές λειτουργικού χαρακτήρα, ιδιαιτέρως εκείνες που αγγίζουν την προσευχή και την ψαλμωδία των μοναχών, τις βρίσκουμε επίσης σε όλο το κείμενο του Dadisho. Για παράδειγμα, στην παράγραφο 30 του ίδιου βιβλίου Α’ ο Dadisho δηλώνει: “Πράγματι, εκείνοι που στον δικό τους βαθμό ανάπτυξης βρίσκονται ακόμη στην τάξη (επίπεδο) της σωματικής προσευχής και της ανάγνωσης, όταν είναι κουρασμένοι να στέκονται όρθιοι και από την ψαλμωδία, αναπαύουν το σώμα τους μένοντας καθιστοί κατά την στοχαστική ανάγνωση. Και κατ’ αυτό τον τρόπο, από τη στιγμή που το σώμα τους αναπαύθηκε μένοντας καθιστοί, και ο νους τους φωτίστηκε χάρη στην ανάγνωση, τότε σηκώνονται για την ιεροτελεστία και την προσευχή”.

Έπειτα θα συνεχίσω την επιστολή μου και τη συλλογή μου από άλλες πληροφορίες και υποδείξεις.

+π. Εμμανουηλ Νιν

Αποστολικός Έξαρχος