sabato 29 agosto 2015

L’inizio dell’anno liturgico nella tradizione bizantina.
Oggi la creazione canta la discesa di Dio tra gli uomini.
          La giornata di preghiera per la cura del creato, indetta per il 1 settembre da papa Francesco, coincide, nella tradizione liturgica bizantina, con l’inizio dell’anno liturgico. Nella centralità della Pasqua, che per tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente è la festa più antica e più importante ed è all’origine delle altre feste liturgiche, la tradizione bizantina ha fissato in questo primo giorno di settembre l’inizio del ciclo delle grandi feste e più precisamente dell'anno liturgico. È il mese delle ultime raccolte e dell’inizio della preparazione per un nuovo ciclo della vegetazione; ed è un momento propizio quindi per ringraziare Dio per la sua provvidenza verso tutta la creazione e soprattutto per l’opera della sua redenzione in Cristo. E in questo stesso senso la celebrazione di questo inizio di anno celebra Cristo, Figlio e Verbo di Dio, incarnatosi per portare tutte le cose all’unità e riconciliare tutti gli uomini in se stesso. Vorrei proporre di vedere questo mistero centrale della nostra fede a partire da due momenti liturgici della tradizione bizantina: in primo luogo le odi (cantici biblici e poetici) del cànone del mattutino delle domeniche; e quindi la festa del 1 settembre. Nello stesso 1 settembre la Chiesa bizantina celebra la festa di san Simeone Stilita, vissuto in Siria nel V secolo come monaco e solitario su una colonna.
          La tradizione bizantina, nel suo canto alla creazione, che è opera delle mani del Signore, parte dal misero della morte e risurrezione di Cristo, che è visto come una nuova creazione, un riportare l’uomo, creato a immagine di Dio, alla sua primitiva bellezza. Le odi domenicali negli otto toni in cui esse si dividono nella tradizione bizantina, sono dei testi che risalgono direttamente a san Giovanni Damasceno (VIII sec.), oppure a lui vengono attribuiti. Mi soffermo soltanto in alcuni tropari delle odi settima ed ottava di questi testi domenicali, odi poetiche che commentano appunto i cantici veterotestamentari di Dn 3,16-24;e Dn 3,57-88. Sono dei testi che mettono in luce come la lode della creazione intera sgorga dalla passione, morte e risurrezione di Cristo, mistero che rinnova l’uomo e la creazione intera: “Tu che col tuo volere fai tutte le cose e le trasformi, e con la tua passione volgi l’ombra di mor­te in vita eterna, o Verbo di Dio, noi tutte, opere tue, incessantemente quale Signore ti celebriamo e ti sovresaltiamo per tutti i secoli… Dal tuo fianco trafitto le gocce di sorgente divina del tuo sangue vivificante, o Cristo, stillando a terra conforme all’economia hanno riplasmato i nati dalla terra…”. Ulteriormente viene sottolineato come è nel grembo di Maria, quasi un nuovo paradiso e una nuova fornace, dove l’uomo in Cristo viene riplasmato e ricreato: “Noi fedeli ti contempliamo, o Madre di Dio, quale spirituale fornace: come salvò i tre fanciulli, così colui che è sovresaltato ha interamente riplasmato me, l’uo­mo, nel tuo grembo, lui, il Dio dei padri…”. Ed è quindi la la creazione stessa che diventa partecipe, con l’umanità, al mistero della redenzione; il velo del tempio si squarcia di fronte alla croce di Cristo ed il sole si oscura e si avvolge di tenebra di fronte alla passione di Cristo. La tomba di Cristo, infine, diviene più bella dal paradiso stesso: “La tua tomba, sorgente della nostra risurrezione, o Cristo, si è rivelata portatrice di vita, più bella del paradiso, più splendete di qualsiasi talamo regale”. Il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio, la “discesa di Dio” come la canta la liturgia bizantina, è la causa e la sorgente della lode degli angeli dei fanciulli nella fornace, immagine dell’umanità e di tutta la creazione: “Il glorioso annientamento, la divina ricchezza della tua povertà, o Cristo, rende attoniti gli angeli che ti vedono inchiodato sulla croce… Il fuoco ebbe paura un giorno a Babilonia di fronte alla discesa di Dio. Per questo i fanciulli, quasi danzando in un prato, salmeggiano: Benedetto tu, o Dio, Dio dei padri nostri”.
          Per quanto riguarda l’inizio del nuovo anno liturgico bizantino, i testi della liturgia di questo giorno mettono in risalto diversi aspetti. In primo luogo il nuovo anno è visto come una nuova creazione e quindi si mette in evidenza la figura di Cristo come creatore; la benedizione di Cristo sul nuovo anno è vista come l’azione della sua mano creatrice e provvidente sul mondo e sulla Chiesa stessa: “Tu che hai creato l’universo con sapienza, Verbo del Padre che sei prima dei secoli, e formato tutta la creazione con la tua parola onnipotente, benedici la corona dell’anno della tua benignità… Creatore e Sovrano dei secoli, Dio dell’universo, benedici questo ciclo annuale… Tu, congiunto al santo Spirito, Verbo senza principio e Figlio, con lui creatore e artefice di tutte le cose vi­si­bili e invisibili, benedici la corona dell’anno… per intercessione della Madre-di-Dio e di tutti i tuoi santi…”. Alcuni dei testi liturgici riecheggiano la pericope evangelica di Lc 4,16-22 e introducono anche il tema di Cristo come maestro per la sua Chiesa: “Tu che un tempo sul monte Sinai hai scritto le tavole della Legge, tu stesso, nella carne,  hai ricevuto a Nazareth un li­bro profetico da leggere, o Cristo Dio, e apertolo insegna­vi ai popoli che in te si era compiuta la Scrittura”. Sulla scia della figura di Cristo maestro, i testi indicano come lo è anche nella preghiera della Chiesa: “Appresa la preghiera dal divino insegnamento a noi impartito da Cristo stesso, gridiamo ogni giorno al Creatore: Padre nostro, che dimori nei cieli, donaci il pane quotidiano, senza far conto delle n­o­stre colpe”. Quindi alcuni dei testi dell'ufficiatura ancora invocano la protezione del Signore per tutta la creazione da lui fatta: “Tu, o Re, tu che sei e rimani per i secoli senza fine, ricevi la preghiera dei peccatori che chiedono salvezza, e concedi, o amico degli uomini, fertilità alla tua terra, donando climi temperati, per l’intercessione della Madre di Dio… Artefice di tutto il creato, che hai posto in tuo potere tempi e momenti, benedici la corona dell’anno della tua benignità, Signore, custodendoci nella pace…”.
          I Padri della Chiesa, da Oriente ad Occidente, da Efrem a Basilio al Crisostomo ad Ambrogio e ad Agostino, contemplando e cantando il mistero della creazione, cantano Colui che ne è l’Artefice; la voce dei Padri diventa la lira della lode al Creatore, e all’opera delle sue mani, di cui ne è la primizia l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, che per la passione, morte e risurrezione di Cristo viene riportato alla primitiva bellezza, viene ricondotto alla pace e la riconciliazione con il suo Creatore, con il creato e con l’altro, suo fratello, come lo canta il Damasceno la notte pasquale: “Giorno della risurrezione! Irradiamo gioia per questa festa solenne e abbracciamoci gli uni gli altri. Chiamiamo fratelli anche quelli che ci odiano: tutto perdoniamo per la risurrezione, e poi acclamiamo: Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte, ed ai morti nei sepolcri ha elargito la vita”.


sabato 22 agosto 2015

La croce di Cristo abbattuta, ma mai sradicata.
Fino a quando, Signore…
         Nell’estate del lontano 1922 il monaco benedettino di Montserrat, P. Bonaventura Ubach, dopo essersi messo in contatto col patriarca siro cattolico Ignazio Efrem II Rahmani (1848-1929), soggiornò diverse settimane nel villaggio di Qaryatain, vicino a Palmira in Siria, per proseguire lo studio approfondito della lingua siriaca e la conoscenza dei libri liturgici della tradizione siro occidentale, e così prepararsi bene alla celebrazione della sua prima liturgia siriaca, che celebrò poi nella cattedrale di Aleppo il 21 settembre dello stesso anno, accolto dall’allora arcivescovo siro cattolico della città Gabriele Tappouni (1879-1968), diventato patriarca nel 1929 col nome di Ignazio Gabriele I; e quindi creato cardinale nel 1935 da papa Pio XI. Da questo momento la vita di P. Ubach, come monaco e come sacerdote divenne pienamente immersa nella vita della Chiesa siro occidentale. Queste sono le sue parole che scriveva per commentare questi eventi: “La mia piena integrazione in questa tradizione (siro occidentale) avvenne con la celebrazione della messa siriaca… e cercai di accelerare il mio inserimento nel clero della cattedrale siriaca di Bagdad… Celebravo ogni giorno la liturgia siriaca, poi mi ritiravo nella mia cella per pregare il breviario, e studiavo le antichità classiche del paese, la sua storia, i suoi monumenti…”.
         La sollecita attenzione di un mio confratello monaco che tempo fa aveva curato delle note biografiche di p. Bonaventura, e soprattutto i fatti ancora drammatici di queste ultime settimane in Siria, e precisamente a Palmira e nel villaggio di Qariatayn, dove numerose famiglie siro cattoliche erano state spietatamente sequestrate e poi in parte rilasciate, mi hanno scosso nella relativa calma estiva, e riportato alla piena comunione con la sofferenza martiriale di tanti fratelli cristiani che nel prossimo Oriente continuano, senza disperare mai, a dare testimonianza della loro fede, della croce di Cristo abbattuta sì barbaramente dalle loro ciese, dai loro monasteri, ma mai dai loro cuori. Sono dei momenti in cui la preghiera dei salmi affiora nel proprio cuore, e con quella osata parresia che direi soltanto i salmi hanno per innalzare al Signore la preghiera: “Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?”.
La barbara uccisione nei giorni scorsi di Khaled Asaad, archeologo capo di Palmira, rifiutatosi di consegnare i reperti archeologici più preziosi e da lui nascosti, ci fa pensare a tanta tradizione culturale, archeologica, scultoria, anche letteraria, patrimonio dell’umanità, trasformata in macerie, da una mano che impunemente riduce a mille pezzi più di tremila anni di storia. E all’inizio di questo mese di agosto si alzava ancora una volta la voce del patriarca Ignazio Youssif III Younan, padre e pastore della Chiesa siro occidentale cattolica, che riportava dei fatti accaduti alle famiglie cristiane appunto di Qaryatain, e denunciava ancora una volta quell’indifferenza con cui in questi ultimi anni l’occidente guarda –o appunto non vuol guardare- i fatti drammatici dei cristiani perseguitati, uccisi, martiri nel prossimo Oriente. La voce del patriarca era molto incisiva, facendo vedere come di una pulizia etnica non si trattasse, e diceva: “È una pulizia religiosa. Quella che i vostri governanti non vogliono vedere: non ne vogliono sapere niente! A loro importa poco delle libertà di queste comunità, che sono riuscite a sopravvivere proprio perché attaccate al loro Salvatore e al Vangelo… A Qaryatain c’erano circa 300 famiglie rimaste lì… E il loro parroco siro cattolico, padre Jacques Murad, rapito, era nel convento di Mar Elian a ricevere anche tanti musulmani ed aiutarli…”. Sono le parole accorate e sofferenti di un vescovo per il suo popolo, e sono anche parole, queste del patriarca Younan che ci riportano al Vangelo di Cristo, perché la carità non fa differenze di persone: “…a ricevere anche tanti musulmani ed aiutarli…”.

         Oggi le immagini arrivate da Qaryatain ci mostravano quelle ruspe inclementi che abbattevano le mura, le croci, le tombe del monastero di Mar Elian, che demolivano impunemente la carità cristiana che tra quelle mura sante ci dimorava dal V secolo in poi, fino a pochi giorni fa. Immagini veramente strazianti che si innalzavano come in una loro effimera vittoria, per abbatterle poi al suolo, le mura, le soffitta, ma soprattutto le preghiere, la vita, le sofferenze, le lacrime che attraverso i secoli, lungo più di mille cinquecento anni, erano diventate come l’intonaco, il vero cemento che reggeva quel luogo santo. “Un’altra chiesa…un altro monastero…” potrebbe essere l’indifferente titolo della notizia data. Ma non si tratta di “un’altra chiesa…” ma della Chiesa di Cristo, cattolica o ortodossa che essa sia, siriaca, assira, caldea, copta, latina…, senza fare liste ecclesiologiche complete, che è diventata oggi la Chiesa martire di Cristo. Una Chiesa che nel martirio rimane fedele al suo Salvatore, e al suo Vangelo, fedele alla preghiera, anche per i propri nemici. P. Bonaventura Ubach diceva nelle sue note: “…mi ritiravo nella mia cella per pregare il breviario…”. Una preghiera fatta dai testi biblici, dalle preghiere dei Padri, intrecciati gli uni e gli altri dalla presenza perseverante del salterio, questi testi che Cristo stesso e le tradizioni cristiane di Oriente e di Occidente ne hanno fatto preghiere cristiane e dei cristiani. Salmi di lode, quelli che troviamo nelle ore di preghiere dei cristiani siriaci, e anche salmi di pentimento, di sofferenza, di speranza, e anche dei salmi, forse paradossali, ma pure loro cristiani, in cui il salmista, il cristiano chiede a Dio la fine non del malvagio e dell’empio, ma sì del male e dell’empietà che annida nel suo cuore: Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando su di me prevarrà il mio nemico? Libera la mia vita dalla loro violenza, dalle zanne dei leoni l'unico mio bene”. Questa forse è la preghiera di tanti cristiani oggi, lì nella sofferenza fisica in Oriente, e qua in Occidente nella comunione pure essa sofferente. Fermi sempre nella parola di perdono che ci viene dal Vangelo, e in quella fede che, vedendo la croce abbattuta dalle chiese, dai monasteri, sa che mai potrà essere sradicata dal cuore dei cristiani.




mercoledì 12 agosto 2015

La Dormizione di Maria nell’innografia siro orientale.
Oggi il cielo dei cieli la canta sorella
          La tradizione siro orientale, a cui appartengono la Chiesa Assira e la Chiesa Caldea, ha dei testi innografici notevoli per le feste della Santissima Vergine Maria. Molti di questi testi, in forma innorafica, sono entrati nei libri liturgici per le diverse festività, e specialmente gli inni di Giorgio Warda, autore vissuto tra a fine del XII e l’inizio del XIII secolo ad Arbela, nell’attuale Iraq. Il nome Warda (che significa rosa in siriaco) è un soprannome legato alla raccolta delle sue composizioni poetiche nei libri liturgici siro orientali. Si tratta di poemi teologici e omelie metriche per le feste liturgiche del Signore, della Vergine Maria e dei santi. In due dei suoi inni dedicati a Maria, troviamo approfondito il tema del suo transito in cielo. Sono dei testi in cui l’autore medita il mistero di Maria, vergine e madre di Cristo Redentore dell’uomo. Queste righe, ispirate ai testi di una delle tradizioni teologiche e liturgiche del prossimo Oriente cristiano, vogliono essere anche una forma di preghiera e di vicinanza umana e cristiana a tanti cristiani della tradizione siro orientale e delle altre tradizioni cristiane sofferenti e martirizzati nei nostri giorni in Oriente ed ovunque.
Giorgio inizia tutti e due i suoi inni applicando a Maria tutta una serie di titoli cristologici e quindi mariologici presi dai testi e dai fatti veterotestamentari: “Se io la chiamassi (Maria) terra, sarei un insensato, perché so che lei non ha chi le somigli sulla terra… La potrei paragonare al giardino i cui quattro fiumi, ai quattro angoli, si dividevano? Ma la sorgente che scorreva dal paradiso non ha salvato nessuno… Da Maria invece è zampillata una fonte, che quattro bocche hanno sparso, la quale inebriò tutta la terra…”. E quindi Giorgio prosegue il suo paragone esegetico trattenendosi su alcune figure e personaggi presi dal libro della Genesi, cioè l’albero, l’arca, la roccia, il roveto: “Lei è l’albero stupendo che produsse il frutto meraviglioso… Lei è l’arca fatta di carne in cui si riposò il vero Noè… Lei è la figlia di Abramo che Adamo prevedeva in figura; portò il figlio e Signore di Abramo… Lei è la roccia donde sorse una fonte… Lei è il roveto prodigioso arso dal fuoco, in cui abitò per nove mesi il fuoco incandescente…”.
Nella parte centrale di ambedue gli inni, il poeta canta il mistero della morte di Maria. Seguendo la tradizione degli apocrifi, Giorgio descrive si potrebbe dire tutta la liturgia celebrata nella piena comunione tra il cielo e la terra. In primo luogo descrive la presenza, quasi vedendo e contemplando la rappresentazione iconografica della festa, di tutti i personaggi venuti dal cielo per celebrare Maria nel suo transito: “Nel giorno della separazione del corpo dalla gloriosa anima, gli angeli solennemente si precipitarono dal cielo per rendere omaggio a lei…, dal seno della quale zampillava la vita per tutto il genere umano! Gli angeli vennero dall’alto, i profeti risuscitarono, gli apostoli venero dai quattro venti per celebrare la sua gloria”. Quasi facendo un parallelo tra la morte e risurrezione di Cristo, e quella di sua Madre, Giorgio Warda canta la pasqua di Maria facendovi presente anche la figura di Adamo e della sua discendenza: “Venne Adamo, che era stato ucciso dalla moglie, per vedere l’esaltazione di sua figlia. Vennero Israele e gli antenati, Isaia e i suoi compagni… I profeti assieme ai patriarchi, gli apostoli con i pastori… Durante la sua vita visse morta al mondo e, morendo, richiamò i morti alla vita. I profeti sono usciti dai loro sepolcri, ed i patriarchi dalle loro tombe…”. E seguendo la descrizione quasi iconografica prosegue: “Lei fu portata sulle nubi ed esaltata fra gli spiriti, per ricevere la lode immortale per tutta l’eternità”. E l’autore si trattiene quasi in ogni dettaglio a descrivere la liturgia che è celeste e terrestre allo stesso tempo, attorno al transito di Maria; liturgia celebrata dagli angeli e dagli uomini, dai profeti e dagli apostoli, dalla creazione intera, a lode di Maria e di Cristo stesso; sono delle strofe in cui Giorgio adopera delle immagini molto belle e toccanti come quella della pioggia che invidia il grembo di Maria: “Il firmamento e le nubi piegarono le ginocchia, ed i fulmini si unirono ai tuoni per irradiare il suo splendore e diffondere la gloria di suo Figlio. La pioggia e la rugiada invidiarono il suo grembo perché, mentre loro nutrono solo semi della terra, esso ebbe l’onore di nutrire il Creatore dei semi. Le stelle la adorarono, il sole e la luna si inchinarono davanti a lei. Il cielo la proclamò beata, il cielo dei cieli la professò sorella”. Quindi a partire dalla descrizione fatta nella tradizione apocrifa della festa, il poeta, accanto alla liturgia celeste colloca anche quella terrestre, con la presenza dei Dodici accanto al letto funebre di Maria: “Fra gli apostoli alcuni erano già morti, gli altri erano in vita ma lontani. I morti sono risuscitati, e quelli lontani si assembrarono, alla sua morte”. Liturgia celeste e terrestre celebrata dagli angeli e dagli apostoli che diventano, con Maria, intercessori per tutti gli uomini: “Gli apostoli, in processione, portarono il suo corpo, i profeti ed i sacerdoti scortarono la sua bara. Gli angeli intrecciarono corone e le bocche ignee le resero omaggio. E nel momento del suo transito, la sua intercessione venne in aiuto agli afflitti. I malati e le anime sofferenti furono esauditi all’invocazione del suo grande nome”.
E Giorgio Warda conclude il secondo dei suoi inni con una lunga serie di beatitudini a Maria, che sono un canto all’incarnazione in lei del Verbo di Dio: “Beata sei, o Vergine fidanzata, o donna che hai generato un figlio… Beata sei, o madre senza padre, il cui Figlio non ebbe padre tra i mortali! Beata sei, o terra, nella quale si formò e in cui abitò, incarnandosi, il Dio di Adamo. Beata sei, o città dell’Altissimo e tabernacolo del Figlio del Creatore. Beata sei, o cielo terrestre che hanno invidiato le acque di sopra i cieli. Beata sei, tu, per la quale fu ristabilita per Adamo e la sua discendenza la salvezza eterna!”.
E come troviamo spesso tra gli innografi cristiani, anche Giorgio chiede alla fine dei suoi inni l’intercessione e la preghiera di Maria: “Per me, che sono di tutti gli uomini il più peccatore, e per tutto il popolo che celebra la Tua festa, chiedi il perdono e la remissione dei peccati, o Tu, il cui Figlio regna nella gloria eterna. Amen”.



martedì 4 agosto 2015

La Trasfigurazione del Signore nell’omelia di Anastasio il Sinaita.
Oggi tutta la creazione è trasfigurata.
       La festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 agosto, è una delle feste importanti nei calendari delle Chiese cristiane di Oriente e di Occidente. L’iconografia della festa ci riporta a dei capolavori di carattere musivo nel monastero di santa Caterina del Sinai (VI s.), a Ravenna a san Apollinare in Classe (VI s.) e a Roma ai santi Nereo ed Achilleo (VIII-IX s.). Diversi Padri hanno commentato la pericope della festa: Origene, Efrem, Giovanni Crisostomo, Agostino. In queste righe vorrei presentare l’omelia per la Trasfigurazione di Anastasio il Sinaita, un autore di cui abbiamo poche notizie biografiche, e che visse nel Sinai come monaco nella seconda metà del VII secolo.
        Anastasio inizia l’omelia con una captatio benevolentiae facendo un elogio del monte Tabor, dove avviene l’episodio evangelico della Trasfigurazione del Signore, partendo dalla visione di Giacobbe nel libro della Genesi: “Quanto è terribile questo luogo! Mi viene da gridare come Giacobbe, nel giorno della festa di questo monte. Come lui, vedo anche io una scala che sale dalla terra al cielo, poggiata sulla cima di questo monte. Anche io dico: Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”. La grandezza del monte come luogo santo, come nuovo Sinai, Anastasio la vede nella testimonianza del Padre e nella manifestazione del Figlio, sole di giustizia. Il monte Tabor, lungo tutta l’omelia verrà presentato come tipo della Chiesa stessa, luogo della piena rivelazione del Verbo di Dio incarnato. La stessa liturgia del giorno ne diventa epifania.
        Anastasio fa una lunga lode del monte della Trasfigurazione, prefigurato nell’Antico Testamento e manifestato nel Nuovo: “Questo è il monte da cui si è staccata la pietra, cantato dagli angeli e di cui parlano i profeti, annunciato dal salmista, che istruisce gli ignoranti ed illumina i peccatori… creato dalla mano destra del Signore…”. Tutta una serie di temi che fanno del monte Tabor un tipo della Chiesa stessa, luogo della redenzione, dell’istruzione e dell’illuminazione. E senza soluzione di continuità passa alla simbologia neotestamentaria: “In questo monte sono stati prefigurati i simboli del Regno, preannunciato il mistero della crocifissione, svelata la bellezza del Regno e manifestata la seconda venuta di Cristo. In questo monte i beni futuri furono presentati già come attuali… In questo monte si preannuncia senza inganno la nostra immagine futura e la nostra configurazione con Cristo”. E Anastasio associa alla gioia del monte Tabor anche quella di tutta la creazione: le altre montagne esultano, le colline si riempiono di fiori e di foreste, i ruscelli che scorrendo fanno risuonare la loro voce di lode nell’acqua, gli uccelli i loro cinguettii. E aggiunge una frase che dà la chiave ecclesiologica alla simbologia del Tabor: “Questa montagna è il luogo dei misteri, il posto delle realtà ineffabili, la roccia dei segreti nascosti e la sommità dei cieli”. Il Tabor come chiesa, e come altare.
        Anastasio prosegue l’omelia situando la liturgia della festa, e con una lunga serie di frasi iniziate con “oggi”, dà la spiegazione della festa stessa della Trasfigurazione: “Oggi sul Tabor è stata rinnovata e trasformata l’immagine della bellezza terrestre in bellezza celeste… Oggi il Tabor e l’Hermon esultano ed invitano tutto l’universo alla gioia… Oggi Galilea e Nazareth danzano insieme e si rallegrano per la festa…”. E quindi sgrana tutta la redenzione operata da Cristo e quasi annunciata in anticipo nella sua Trasfigurazione: “Oggi il Signore è stato visto sul monte. Oggi la natura di Adamo, già creata a somiglianza di Dio ma oscurata dagli idoli, è stata riportata alla sua primitiva bellezza di uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Oggi la natura che si era allontanata per l’idolatria, risplende di nuovo nei raggi della divinità”. Anastasio sottolinea ancora come la Trasfigurazione del Signore allontana le vecchie tuniche di pelle e riveste l’uomo di luce come di un manto. Il giorno della Trasfigurazione è la festa in cui gli araldi dell’antica e la nuova alleanza appaiono accanto al Signore. E con una bella immagine l’autore paragona il Tabor con il Golgota: “Fu crocefisso tra due uomini sul Golgota, ed oggi appare divinamente tra Mosè ed Elia”. E prosegue paragonando il Sinai col Tabor: “Sul Sinai la tormenta, sul Tabor il sole… Là il decalogo, qua il Verbo preesistente. Là la verga germina, qua la croce fiorisce. Là le quaglie come castigo, qua la colomba come salvezza. Là Maria, sorella di Mosè, suonò il tamburello, qua Maria genera divinamente. Là Elia si nascondeva, qua vede Dio”.

        Nella parte centrale del testo omiletico, l’autore mette in bocca di Mosè una lunga anamnesi dei fatti adoperati da Dio nell’antica alleanza nel Sinai e che adesso sul Tabor trovano la loro pienezza, un testo che è una professione di fede nella vera incarnazione del Verbo di Dio: “E adesso ti vedo, tu che sei con il Padre e sula montagna hai detto: «Io sono colui che sono». Che io possa vederti per poterti conoscere. E adesso ti vedo non più di spalle bensì visibilmente sul Tabor… Tu che sei il Dio pieno di amore, nascosto nella mia forma umana… Tu che scendesti nel roveto ardente, che guidasti e dissetasti il popolo nel deserto… adesso sei sceso per umanizzare la natura dell’uomo che era disumana…”. E a conclusione dell’omelia Anastasio invita tutta la creazione, anch’essa trasfigurata in Cristo, e specialmente il Tabor e tutte le montagne a un cantico di lode con uno sguardo quasi geografico a tutta la terra santa della Galilea che si espande ai piedi del monte della Trasfigurazione: “Rallegrati, Creatore di tutte le cose, o Cristo re, Figlio di Dio pieno di luce, che a tua immagine hai trasfigurato tutta la creazione. Rallegrati, Maria, santa montagna amata da Dio, che hai formato Cristo nella carne ma senza trasfigurarla; Maria, cittadina di Nazareth, Vergine Madre di Dio. Rallegrati Nazareth, santuario di Dio. Rallegrati Tabor, la più bella tra le montagne. Rallegrati mare di Tiberiade, percorso e santificato dai piedi divini. Rallegratevi, sacerdoti santi che portate nella terra di Melchisedec l’immagine di Cristo. Rallegratevi, assemblee angeliche dei vergini e delle vergini imitatori di Elia il tesbita. Rallegrati Chiesa dei credenti, celebrando questa festa in onore del vero Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo. A lui la gloria nei secoli. Amen”.