venerdì 22 settembre 2023

 

Divina Liturgia nella cattedrale della Santissima Trinità ad Atene, 19 settembre 2023

Un sogno diventato realtà

Incontro dei vescovi orientali cattolici di Europa

Nea Makri – Atene 18 a 21 settembre 2023

 

          Dal 18 al 21 settembre 2023 si è celebrato ad Atene – Nea Makri l’Incontro dei Vescovi Orientali Cattolici di Europa. Si tratta di una riunione a scadenza annuale che dal 1997 raduna tutti i vescovi delle Chiese Orientali Cattoliche dell’Europa. Quest’anno l’Incontro si è celebrato in Grecia, con motivo della celebrazione del centenario dell’Esarcato Apostolico i Grecia, sia dell’Ordinariato Armeno Cattolico. Il tema di riflessione dell’Incontro era: “La famiglia nel contesto delle Chiese Orientali Cattoliche in Europa”, tema già proposto e suggerito nell’incontro di settembre 2021 a Budapest.

          Per il nostro Esarcato Apostolico e per l’Ordinariato Armeno sono stati giorni di grazia e di benedizione da parte del Signore. Vi posso dire che tutte le volte che, tempo fa, da quando sono Esarca Apostolico, avevo pensato alla possibilità di questa celebrazione, mi era sembrata un sogno utopico, irrealizzabile, sia a causa dell’impegno a livello personale sia anche a causa del costo a livello economico che la nostra realtà ecclesiale non si poteva permettere. E quando lo scorso 21 settembre ho fatto la relazione conclusiva davanti alla sessantina di partecipanti convenuti, confesso che la gioia personale ed il ringraziamento al Signore e a tante persone presenti, ed anche benefattori anonimi, hanno impregnato le mie parole. Gioia personale come vescovo di una Chiesa vera e propria, gioia ecclesiale perché alla fine delle diverse celebrazioni che sono state fatte sia nella mia cattedrale della Santissima Trinità ad Atene, sia nella cappella della Fondazione Pammakaristos a Nea Makri, tanti fedeli sono venuti a dirmi che per loro quelle celebrazioni erano un miracolo attraverso cui il Signore ci diceva di andare avanti, ci confermava che l’Esarcato esiste, vive e deve vivere!

          A richiesta di alcuni tra di voi, vi condivido dei passaggi del mio discorso inaugurale dell’Incontro il giorno 18 settembre.

           Discorso inaugurale.

Ελογητς ε, Χριστ Θες μν, πανσφους τος λιες ναδεξας, καταπμψας ατος τ Πνεμα τ γιον, κα δι'ατν τν οκουμνην σαγηνεσας, φιλνθρωπε, δξα σοι.

Benedetto sei tu, Cristo Dio nostro: tu hai reso sapientissimi i pescatori, inviando loro lo Spirito santo, e per mezzo loro hai preso nella rete l’universo. Amico degli uomini, gloria a te.

          “Benedetto sei tu, Cristo Dio nostro: tu hai reso sapientissimi i pescatori, inviando loro lo Spirito Santo, e per mezzo loro hai preso nella rete l’universo…”. Questo tropario, del giorno della Pentecoste, e che nella nostra chiesa cattedrale della Santissima Trinità ad Atene viene ripetuto ogni giorno, inquadra in un modo bello e soprattutto profondo e teologico sia questo nostro Incontro dei Vescovi Orientali Cattolici di Europa quest’anno in Grecia, sia la stessa realtà di ognuna e di tutte le nostre Chiese Orientali Cattoliche nel nostro continente: il Signore nella sua bontà manda il dono dello Spirito Santo a degli uomini che sono soltanto dei pescatori e ne fa teologi, uomini sapientissimi, per dono suo. Sono passati ormai 27 anni da quel memorabile primo incontro dei vescovi orientali di Europa svoltosi a Nyíregyháza in Ungheria nel mese di luglio 1997, a cui partecipai non come vescovo certamente ma come conferenziere. Fu un incontro dove la realtà direi martiriale della nostra Europa era a fior di pelle e la testimonianza di quei pastori che avevano sofferto nella propria carne la persecuzione mi toccò in modo speciale.

Tutti noi, siamo pastori di Chiese Orientali Cattoliche, piccole o grandi che esse siano, rigogliose o fragili, situate in contesti sereni e pacifici, oppure in contesti polemici, ostili e purtroppo anche bellici in questi nostri giorni. Noi, pastori di queste Chiese, nella nostra fragilità e debolezza, ma forti in e da quella Divina Grazia che abbiamo ricevuto il giorno della nostra ordinazione episcopale, siamo chiamati da pescatori a lasciare le reti e le barche e a diventare apostoli e teologi per il nostro popolo, a parlare di Dio, e a prendere nelle nostre mani non più le reti e le barche, o se volete a prendere sì quelle reti e quelle barche simboliche che sono la Parola di Dio ed i sacramenti, ed elargirli, darli al nostro popolo. È questo, ne sono ogni giorno più convinto, quello che i nostri fedeli attendono da noi, una parola serena, di consolazione, e soprattutto una parola che annunci loro Gesù Cristo e il suo Vangelo.

          E questo essere fatti da pescatori a teologi, a sapientissimi come cantiamo nel tropario sopra citato, lo viviamo ognuno di noi, pastori di Chiese Orientali Cattoliche in Europa, radunati oggi nel nostro Esarcato per i Cattolici di tradizione bizantina in Grecia, assieme all’Ordinariato Apostolico Armeno Cattolico. È una grazia, per queste due Chiese sui juris in Grecia, che voi oggi siate qua.

          In primo luogo, porgo un saluto cordiale di benvenuto a tutti voi, pastori delle Chiese Orientali Cattoliche di Europa, vescovi, sacerdoti e diaconi. Un saluto molto cordiale al nunzio apostolico in Grecia, arcivescovo Jan Romeo Pawlovski. Benvenuto anche al rev.dmo padre Michel Jalakh O.A.M., Segretario del Dicastero per le Chiese Orientali. Benvenuto al presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, Mons. Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius nella Lituania, accompagnato da alcuni ufficiali dello stesso CCEE; grazie eccellenza per il vostro “patronato”, grazie per poter “essere all’ombra delle vostre ali” -se mi permettete usare l’immagine del salmo-, ombra che questa volta ci ha protetto e ci protegge non tanto dal caldo estivo, quanto dall’arsura delle spese economiche che noi da soli, come Esarcato in Grecia, mai assolutamente mai avremo potuto sovvenire.

          E ringraziando il CCEE, ringrazio anche le altre persone che, anonimamente nella loro maggioranza, hanno voluto aiutarci dal punto di vista economico per far fronte alle spese necessarie affinché, nel nostro poco, questo Incontro diventasse reale, utile e degno degli ospiti che avete accettato di prendervi parte. Un grazie ai sacerdoti dell’Esarcato, ai seminaristi -uno dell’Esarcato e due venuti generosamente per i tre mesi estivi dalle eparchie di Presov e di Kosice nella Slovacchia-, grazie agli impiegati dell’Esarcato che hanno aiutato a preparare l’Incontro e aiutano nello svolgimento di questi tre giorni. Un grazie a tutti e, specialmente alle suore della Pammakaristos che con la loro preghiera, la loro vicinanza, la loro inesauribile generosità hanno fatto anche possibile quest’incontro.

          Quest’anno il nostro incontro avviene a cento anni dall’arrivo dei nostri avi da Costantinopoli ad Atene, assieme al vescovo Giorgio Calavassy, che divenne nel 1932, con la erezione canonica dell’Esarcato, il primo esarca apostolico. Questo ci ha fatto e ci fa riflettere seriamente sulla nostra realtà come Chiesa Orientale Cattolica in Grecia, paese a stragrande maggioranza ortodosso, ma anche un paese che sentiamo come nostro dall’origine, un paese che ci ha accolti e un paese che sentiamo come casa e patria, senza ombra di dubbi.

          Originariamente greco, il nostro Esarcato oggi, a cento anni di età, è un Esarcato, una Chiesa sui juris vera e propria che non è più soltanto greca, ma che è stata arricchita in questi ultimi decenni con altre due realtà etniche e soprattutto ecclesiali che la hanno arricchito e l’arricchiscono tuttora, che sono i fedeli di tradizione caldea provenienti da Iraq e dalla Siria, e i fedeli ucraini di tradizione bizantina. In un’unica realtà ecclesiale senza distinzioni, né gradi, né privilegi, ma siamo tutti uno in Cristo, che è la nostra pietra angolare che regge tutto. Nel momento che non lo fosse noi come cristiani e come Chiesa crolleremo. Siamo una Chiesa, la cui vita quotidiana non sempre è facile, perché la fragilità umana si fa presente, ma siamo una realtà, una Chiesa vera e propria che il Signore costruisce ogni giorno con / attraverso la fragilità e allo stesso tempo l’impegno delle nostre proprie mani.

E così, nel nostro Esarcato viviamo la parola di san Paolo nella lettera agli Efesini: “…voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù (Ef 2,19ss). Concittadini, familiari, non stranieri, non ospiti…, sottolineando quel “…avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù…”. Se dovessimo dare un titolo, un lemma al nostro centenario altro non potrebbe essere se non questo: “…avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù…”. È lui che ci fa, ci costituisce, ci genera oserei dire come Chiesa cristiana, come Chiesa Cattolica Orientale in Grecia, in questo nostro καιρός che ci tocca di vivere. E di questo essere Chiesa ne sono, ne siamo fieri, in Grecia dove ad Atene concretamente ci sono, nell’unità e la comunione dell’unica Chiesa Cattolica, tre Chiese sui juris: quella di tradizione latina, quella di tradizione armena e quella di tradizione bizantina. Questa è la diversità che ci unisce, che ci fa veramente cattolici.

          Viviamo l’ogni giorno della nostra vita ecclesiale, come Esarcato, con fede e speranza, malgrado gli aspetti, che delle volte potrebbero apparire quelli più evidenti, di fragilità e di povertà umana, materiale ed economica. Al mio arrivo in Grecia nel 2016 la media di età dei sacerdoti era di 80 anni, con un totale di cinque sacerdoti, anziani, più il vescovo emerito. Nel 2023, con 8 sacerdoti, la media è scesa a 60 anni. E questo è stato ed è soprattutto per grazia del Signore, ed anche per la generosità di alcuni di voi, vescovi orientali cattolici di Europa, che avete aiutato ed aiutate questa nostra Chiesa povera, ma ricca di fede e di speranza, e soprattutto di carità.

          La carità del nostro Esarcato l’abbiamo vissuta dall’inizio cento anni fa, e la viviamo nei diversi ambiti del nostro operato: la comunità delle suore della Pammakaristos, la Fondazione dove ci troviamo; e la nostra Caritas “θείας πρόνοιας (Divina Provvidenza)” che da molti decenni -è stata la prima Caritas in Grecia- porta avanti un lavoro veramente cristiano e cattolico. Parlando della carità, la situazione che si è creata dall’inizio della guerra in Ucraina ha fatto scattare in Grecia un vero e proprio movimento di carità che ha, tuttora oggi, un punto di riferimento nel nostro Esarcato e nella sede di Acharnon, che è andato e va tuttora oltre all’appartenenza ecclesiale.

          Per il nostro Esarcato e per l’Ordinariato Armeno, è una gioia accogliervi in questi giorni, ed è una grazia del Signore che ci conferma come Chiesa Cattolica Orientale in Grecia. Le difficoltà di tanti tipi, materiali ed economiche, le contradizioni che tante volte ci confrontano tra i cristiani di diverse tradizioni ecclesiali in Grecia, anche tra di noi cattolici, ci aiutano però a vivere la croce di Cristo che abbiamo celebrato gloriosa qualche giorno fa. Ci aiuta a vivere quel “…accorrere a rifugiarsi nella sua crocefissione”, come canta sant’Efrem il Siro in uno dei suoi inni.

          I nostri saranno giorni di preghiera, di riflessione, di studio, di condivisione. Saranno giorni, per tutti noi, veramente sinodali perché cammineremo con Cristo, unico Signore delle nostre vite e delle nostre Chiese, unico e saldo compagno di cammino per tutti noi pastori di tante Chiese Orientali Cattoliche di Europa. Saranno giorni in cui faremo presenti le nostre Chiese di origine dai quattro angoli dell’Europa, con un ricordo speciale per la Chiesa Cattolica di tradizione bizantina in Ucraina e per tutto il popolo ucraino in questo momento di guerra ingiusta e di enorme sofferenza.

          I tre incontri mattutini di riflessione, ci aiuteranno ad approfondire il tema che avevamo scelto già a Budapest nell’ultimo nostro incontro del 2021: “La famiglia. Sfide e speranze per noi Chiese Orientali Cattoliche in Europa”. È un tema impegnativo che ci permetterà di fare un approfondimento importante sicuramente di un tema che, credo ne siamo tutti convinti, tocca il futuro dei nostri fedeli, delle nostre Chiese.

          Abbiamo preparato questo nostro Incontro con tanta gioia ed anche con tanta speranza, sicuri, convinti che sarà un momento di grazia per noi che vi accogliamo e per voi che siete i nostri ospiti benvenuti. La preparazione dell’Incontro non è stata facile, ma la generosità di tante persone ha fatto che potessimo arrivare a questo oggi, questo “σήμερον” che, come quei “σήμερον” della nostra tradizione liturgica, ha una forza quasi epicletica su ognuno di noi e su ognuna delle nostre Chiese.

 

        Riflessioni conclusive.

          I desideri e le speranze del mio discorso inaugurale di cui sopra, grazie a Dio si sono avverate. Nei prossimi giorni sarà pubblicato il comunicato stampa finale, in cui saranno presentati e riassunti i temi principali che son stati trattati nell’incontro. Vi condivido soltanto alcune riflessioni personali.

          Sono stati giorni benedetti dal Signore, in cui ci siamo trovati insieme come Chiese Cristiane Orientali Cattoliche. Giorni in cui abbiamo celebrato i Santi Misteri e da Essi siamo stati fortificati e santificati. Giorni in cui abbiamo pregato, riflettuto, ascoltato, condiviso tra di noi, pastori di Chiese Orientali Cattoliche; e questo ha fatto che fossero giorni veramente sinodali, perché abbiamo camminato tutti insieme con Cristo, avendo Lui, il Signore, come unico fondamento delle nostre vite come vescovi, sacerdoti, diaconi.

          Sono stati giorni in cui abbiamo riflettuto sul tema della famiglia nel contesto attuale delle Chiese Orientali Cattoliche, un tema fondamentale per la vita delle nostre Chiese. Abbiamo ascoltato ed accolto due conferenze veramente belle e profonde sul tema sopra accennato.

          Sono stati giorni in cui abbiamo condiviso, e ne abbiamo fatto preghiera accorata, tutti nostri problemi, sofferenze e drammi. Specialmente siamo stati vicini alla sofferenza della Chiesa Ucraina Greco Cattolica in questo momento di guerra drammatica che sta vivendo in patria. Senza dimenticare, e le abbiamo messe in luce, le tante altre difficoltà che toccano le nostre Chiese Orientali Cattoliche in una Europa cambiante e tante volte non più culla di fede e di cultura cristiane.

          Sono stati giorni, per il nostro Esarcato Apostolico ed anche per l’Ordinariato Armeno Cattolico, in cui la nostra fede, la nostra speranza, la nostra vita come Chiese Cattoliche in Grecia, sono state confermate e direi rafforzate. Sempre nel nostro piccolo, nella nostra povertà, nelle nostre difficoltà di tanti tipi: umane, economiche, anche delle volte ecclesiali, ma sempre fiduciosi nella forza e la grazia che ci viene dal Signore, Risorto dai morti e presente nelle nostre vite.

          Sono stati giorni in cui, come Vescovi Orientali Cattolici di Europa abbiamo guardato con speranza e attenzione anche al prossimo Sinodo dei Vescovi a Roma del mese di ottobre. I vescovi presenti al nostro Incontro hanno insistito e fortemente richiesto i cinque dei vescovi presenti al nostro Incontro di Atene e che saranno anche Padri Sinodali a Roma, di far sentire, di portare e far presente la voce delle Chiese Orientali Cattoliche all’assise romana, affinché la nostra realtà non come diocesi sparse per il mondo ma come vere e proprie Chiese Orientali Cattoliche possiamo dare il nostro contributo vero e proprio per aiutare tutta la Chiesa a respirare con i due polmoni, quello Occidentale e quello Orientale così ricco e diverso nelle proprie tradizioni teologiche, ecclesiologiche, liturgiche e spirituali.

          Sono stati giorni che ci hanno permesso anche di fare esperienza e conoscenza della Grecia classica e della Grecia cristiana. La salita e la visita all’Acropoli ci hanno permesso di intravedere attraverso la bellezza dell’arte quel che fu la Grecia come culla di tanti aspetti fondamentali del pensiero umano secoli fa. Inoltre, la salita all’Areopago ci ha permesso di leggere il discorso di san Paolo in quel luogo, ascoltare la sua parola che ci confermava che “in Dio viviamo, ci moviamo e siamo”, e pregare l’apostolo delle genti che sia sempre potente intercessore per le nostre Chiese nel momento attuale che ci tocca di vivere.

          Sono stati giorni di grazia per tutti noi, vescovi, sacerdoti e diaconi, provenienti da tante Chiese Orientali Cattoliche di Europa, e non soltanto di tradizione bizantina, ma anche di tradizione armena, siro cattolica, caldea, siro malabarese, maronita ed anche di tradizione latina. Eravamo una sessantina in totale.

          Sono stati giorni di grazia per tutti. In modo speciale vi confesso che li ho vissuti veramente come una benedizione del Signore verso il nostro Esarcato Apostolico. La celebrazione delle Divine Liturgie nella cattedrale della Santissima Trinità ad Atene, e nella cappella della Natività della Madre di Dio a Nea Makri; poi la stessa sede delle sedute di studio nella Fondazione Pammakaristos, luogo di sofferenza e di carità e di generosità, mi ha confermato ancora una volta nell’importanza, nell’autenticità, nell’unicità direi del nostro Esarcato Apostolico, povero, piccolo, fragile, certamente, ma ben fondato nella fede, nella speranza e nella carità, sempre “…avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù…”.

          +P. Manuel Nin

          Esarca Apostolico


domenica 10 settembre 2023

 

Discesa di Cristo negli inferi, con la croce in mano

Manoscritto siriaco, XIII secolo


Quel legno, causa di misericordia

La croce chiave del paradiso, nell’innografia di sant’Efrem il Siro

          La festa dell’Esaltazione della Santa Croce il giorno 14 di settembre è una delle grandi feste liturgiche che troviamo presente in tutte le liturgie cristiane di Oriente e di Occidente. La croce nei testi liturgici e nell’iconografia orientale e occidentale è sempre luogo di vittoria, di salvezza, di redenzione. E perciò essa, la croce, è sempre rappresentata bella, il luogo da dove sgorga la vita, come ad esempio la vediamo in uno dei mosaici più belli in assoluto che esistano nell’orbe cristiano, cioè l’abside della basilica di San Clemente a Roma.

          In queste mie brevi pagine, vorrei proporre alcuni passi presi dagli Inni di sant’Efrem, in modo speciale dagli Inni Pasquali e dagli Inni sul Paradiso (cf., I. De Francesco (a cura di), Efrem il Siro. Inni Pasquali, Paoline, Milano 2001; id., Efrem il Siro. Inni sul Paradiso, Paoline, Milano 2006). In questi testi vediamo ripetutamente presente un tema che ritroviamo poi molto spesso nella letteratura patristica e liturgica posteriore, soprattutto in ambito siriaco: la croce come albero della vita, che nelle mani di Cristo ed anche nelle mani del buon ladrone, diventa la chiave che riapre a Adamo, all’umanità redenta, il paradiso che era stato chiuso. Voglio ripercorrere alcune delle strofe di alcuni degli inni sopra accennati.

          Per sant’Efrem la crocifissione di Cristo sul Golgota, a partire dalle narrazioni evangeliche, è traboccante di simboli che il diacono siriaco, da buon teologo poeta o poeta teologo come lo si voglia presentare, cerca di proporre, e di sgranare ai suoi fedeli che, a sua volta, questi inni li pregano cantando. Iniziando dalla stessa croce di Cristo, per Efrem essa è piena di simboli, e, a partire dai testi veterotestamentari presi dal salmo 103,4, dalla lettera agli Ebrei 1,7, e dal profeta Ezechiele 1, la paragona al carro glorioso su cui Dio cavalca nella sua gloria: “Rimasero svergognati i crocifissori che lo fecero montare sul legno glorioso rivestito di simboli…, come quel carro dei cherubini cinto di folgori. Benedetto Colui che aggiogò cherubini e astri: le loro briglie stanno al suo cenno”. Efrem confronta ancora l’oscurità che si fa presente al momento della crocefissione di Cristo al tramonto in cui Adamo fu espulso dal paradiso: “Anche quel giorno e la sua sera sono simbolo grande… Giorno al cui tramonto Adamo fu condannato… Il sole tramontò e declinò la luce da Adamo…”.

          In un’altra delle strofe Efrem introduce il tema a cui accennavo all’inizio, cioè la croce che è luogo di sofferenza e di morte, diventa luogo di vittoria e chiave che riapre a Adamo il paradiso: “Riguardo poi al legno sul quale lo fecero montare, quel legno è la causa della misericordia. Con la propria crocifissione abolì la crocifissione, affinché i malfattori non fossero più crocefissi. Oh, mite! Ecco, persino i maledetti portano la sua benedizione!”.

          Sempre seguendo la lettura simbolica che Efrem fa dei diversi momenti e fatti nella crocifissione di Cristo, vediamo come il poeta siriaco applica la simbologia della tunica di Cristo messa a sorte ma non divisa, non strappata (cf., Gv 19,23-24), alla professione di fede cristiana e alla Chiesa stessa, che sono annunciate, distese, avvolgenti possiamo dire il mondo intero. Essa, la fede annunciata dagli apostoli, dalla Chiesa, non viene mai divisa, mai strappata: “La tunica che non lacerarono è il grande simbolo della fede: gli apostoli la distesero nel mondo senza lacerarla. Le altre vesti che furono divise hanno indicato le divisioni e gli scismi trovati nel suo gregge. Il simbolo della tunica plaude i saldi; i divisi sono stati accusati dalle sue vesti”.

          Infine, in un’altra delle strofe degli stessi inni, sant’Efrem, quasi giocando o scherzando con la realtà dell’essere ladroni i due malfattori crocefissi con Cristo, e del furto stesso, presenta la figura del buon ladrone che “ruba, strappa” a Cristo la sua promessa di essere accolto nel paradiso: “Quando, infuriati, lo misero in mezzo ai briganti, indicarono sé stessi. Quello alla sinistra è il loro simbolo: in lui sono abbandonati, poiché Cristo ha scelto i popoli accorsi a rifugiarsi nella sua crocifissione, come l’altro brigante che depredò nostro Signore. Il suo Signore lo vide affamato, aprì il proprio scrigno davanti a lui, ed egli, depredandolo, ne prese le promesse”. Sottolineo la bellezza e la profondità dell’immagine usata da Efrem per indicare tutti coloro che trovano rifugio, salvezza, nella croce di Cristo: “…Cristo ha scelto i popoli accorsi a rifugiarsi nella sua crocifissione…”, che è un riferimento ai pagani -centurione e soldati romani-, ed anche un riferimento al nostro essere cristiani, alla nostra vita cristiana all’ombra della croce. Poi anche l’immagine del ladrone che “depreda, strappa” al Signore la sua promessa: “Il suo Signore lo vide affamato, aprì il proprio scrigno…, ed egli, depredandolo, ne prese le promesse”.

          Sempre nel contesto della crocifissione, Efrem collega il rifiuto di bere il fiele amaro da parte di Cristo (cf., Mt 27,49) alla Chiesa stessa che rifiuta qualsiasi forma di eresia: “Poiché il nostro Signore non gustò l’aceto della spugna, non gustare il fiele delle dottrine”.

          Nell’Inno VI sul Paradiso, Efrem ripropone ancora il tema della centralità della croce di Cristo nella salvezza del genere umano. All’inizio dell’inno Efrem indica come responsorio, cantato dal popolo dopo ognuna delle strofe, il versetto: “Sia benedetto, Lui che mediante la sua croce ha forzato il passaggio verso il paradiso”. La croce nei testi di Efrem e nella letteratura a lui posteriore è vista sempre come la chiave che riapre, quasi “forza”, “scassa” le porte del paradiso. Inoltre, per il teologo poeta siriaco, il paradiso riaperto dalla croce di Cristo è un luogo di bellezza, riflesso della bellezza unica dell’Adamo redento, immagine di Cristo, il più bello tra i figli degli uomini (cf., salmo 44,3): “Nella sua bellezza (del paradiso) ho visto coloro che sono ancora più belli di lui, e riflettei che se esso è così glorioso, quanto più Adamo, in quanto immagine di Colui che lo ha piantato, e quanto più bella la croce, cavalcatura del figlio del suo Signore”. L’ultimo versetto racchiude tutta la soteriologia di Efrem con l’icona dell’Adano redento e con la croce vista come carro, come cavalcatura di gloria.

          Ancora riprendendo il tema iniziale di queste pagine, cioè la croce come albero di vita e come chiave che riapre il paradiso, Efrem nel XII inno sul Paradiso, riavvicina in modo molto bello e profondo le due immagini: quella del Paradiso-peccato, e quella del Golgota-redenzione: “E poiché Adamo si era avvicinato all’albero, si precipitò poi verso il fico. Divenne simile al fico, delle cui foglie era coperto. Florido di foglie a modo di un legno, Adamo venne presso il legno glorioso, da esso si rivestì di gloria, da esso acquistò splendore, da esso udì la verità, che sarebbe di nuovo entrato nell’Eden”.

          Rimanendo sempre in ambito “paradisiaco”, e a modo di conclusione di queste riflessioni, propongo l’ultima strofa del V inno sul Paradiso: “La tua anima abbia pietà di me, Signore del paradiso, e se non c’è modo di entrare nel tuo paradiso, rendimi almeno degno, all’esterno, del pascolo presso la tua cinta. Vi sia all’interno la mensa degli eccellenti, ma che all’esterno cadano come briciole (cf., Mt 15,27), per i peccatori, i frutti della sua cinta, così che possano vivere grazie alla tua bontà”. Efrem, con una destrezza e maestria esegetica unica, si serve dell’immagine della donna cananea del vangelo: anche quelli che non entrano nel paradiso, rimangono alle sue porte “mangiando” le briciole della beatitudine.

 +P. Manuel Nin

Esarca Apostolico


ΤΟ ΞΥΛΟ ΕΚΕΙΝΟ ΑΙΤΙΑ ΕΥΣΠΛΑΧΝΙΑΣ

ΑΠΟ ΤΗΝ ΥΜΝΟΓΡΑΦΙΑ ΤΟΥ ΑΓΙΟΥ ΕΦΡΑΙΜ ΤΟΥ ΣΥΡΟΥ

 

Η εορτή της Υψώσεως του Τιμίου Σταυρού, στις 14 Σεπτεμβρίου είναι μία από τις μεγάλες εορτές τις οποίες βρίσκουμε σε όλες τις χριστιανικές λατρείες, της Ανατολής και της Δύσης. Ο Σταυρός στα λατρευτικά κείμενα και στην εικονογραφία της Ανατολής και της Δύσης είναι πάντοτε τόπος νίκης, σωτηρίας, λύτρωσης. Για τον λόγο αυτό, ο Σταυρός είναι πάντοτε αγιογραφημένος ωραίος, τόπος από τον οποίο αναβλύζει η ζωή, όπως τον βλέπουμε (και δίνω μονάχα ένα παράδειγμα), σε ένα από τα ωραιότερα μωσαϊκά όλου του κόσμου, δηλαδή στην αψίδα της βασιλικής του Αγίου Κλήμη στην Ρώμη.

Στις σύντομες αυτές σελίδες μου θέλω να προτείνω μερικά εδάφια, παρμένα από τους Ύμνους του Αγίου Εφραίμ, ιδιαίτερα τους Πασχαλινούς Ύμνους και τους Ύμνους του Παραδείσου (πρβλ.1 DE FRANCESCO) : “Πασχαλινοί  Ύμνοι του Εφραίμ του Σύρου”, Μιλάνο 2001 και του ιδίου: “Ύμνοι για τον Παράδεισο” Μιλάνο 2006. Σ’ αυτούς τους ύμνους βλέπουμε πολλές φορές να παρουσιάζεται ένα θέμα, συχνά επαναλαμβανόμενο στην πατριστική και λατρευτική γραμματολογία, μέσα στον συριακό χώρο: ο Σταυρός στα χέρια του Χριστού, και στα χέρια του καλού ληστή, γίνεται το κλειδί, το οποίο ξανανοίγει τον παράδεισο στον Αδάμ και στην λυτρωμένη ανθρωπότητα. Παρουσιάζω εδώ μερικές στροφές των ύμνων που προαναφέραμε.

Για τον Άγιο Εφραίμ η σταύρωση του Χριστού πάνω στον Γολγοθά, βασισμένη στα ευαγγελικά κείμενα, είναι γεμάτη από σύμβολα, τα οποία ο σύριος διάκονος, ως καλός θεολόγος και ποιητής, ή ως ποιητής και θεολόγος, προσπαθεί να προτείνει και να χαράξει στους πιστούς. Ο ίδιος ο Σταυρός του Χριστού είναι γεμάτος σύμβολα. Ο Εφραίμ συγκρίνει τον Σταυρό αυτό με κείμενα της Παλαιάς Διαθήκης, από τον ψαλμό 103, 104, από την προς Εβραίους επιστολή 1, 7, και από τον Ιεζεκχιήλ 1, και συγκρίνει τα κείμενα αυτά με το ένδοξο αμάξι πάνω στο οποίο ο Θεός ιππεύει στην δόξα του: “Έμειναν αδιάντροποι οι σταυρωτές του, οι οποίοι τον ανέβασαν πάνω στο ένδοξο ξύλο, ντυμένο με σύμβολα…, όπως το αμάξι των χερουβείμ, ντυμένο με αστραπές. Ευλογημένος Αυτός που συνδύασε τα χερουβείμ και τα άστρα: η λάμψη τους εξαρτάται από το νεύμα του”. Επιπλέον ο Εφραίμ συγκρίνει το σκοτάδι που παρουσιάζεται κατά τη στιγμή της σταύρωσης του  Χριστού με τη δύση κατά την οποία ο Αδάμ εκδιώχθηκε από τον παράδεισο: “Ακόμα και η ημέρα εκείνη και η δύση της είναι ένα μεγάλο σύμβολο…ήταν η μέρα στην δύση της οποίας ο Αδάμ καταδικάστηκε… Ο ήλιος εβασίλευσε και το φως του Αδάμ έδυσε…

Σε μία άλλη από τις στροφές του ο Εφραίμ εισάγει το θέμα το οποίο ανέφερα στην αρχή, δηλαδή ότι ο Σταυρός, τόπος του πόνου και του θανάτου, γίνεται τόπος νίκης και κλειδί που ξανανοίγει τον παράδεισο: “Σχετικά με το ξύλο, πάνω στο οποίο τον ανέβασαν, το ξύλο εκείνο είναι αιτία της ευσπλαχνίας. Με τη δική του σταύρωση κατάργησε τη σταύρωση, έτσι ώστε οι σταυρωτές του να μην σταυρώνονται πια. Ώ πολυεύσπλαχνε! Ακόμα και οι καταραμένοι σταυρωτές του λαμβάνουν την ευλογία του!

Ακολουθώντας πάντοτε τη συμβολική ανάγνωση την οποία κάνει ο Εφραίμ στις διάφορες στιγμές και διάφορα γεγονότα της σταύρωσης του Χριστού, ο συγγραφέας εφαρμόζει την συμβολογία του χιτώνα του Χριστού. Ο χιτώνας αυτός τίθεται σε κλήρο, αλλά δεν διαιρείται ούτε σκίζεται (πρβλ. Ιω.19, 23-24), στην ομολογία της χριστιανικής πίστης και της ίδιας της Εκκλησίας, οι οποίες μπορούμε να πούμε, ότι αγκαλιάζουν όλο τον κόσμο. Η πίστη την οποία κηρύττουν οι Απόστολοι και η Εκκλησία, ποτέ δεν διαιρείται ποτέ δεν σκίζεται: “Ο χιτώνας που θα μείνει ακέραιος, είναι το μεγάλο σύμβολο της πίστης: οι Απόστολοι τον άπλωσαν στον κόσμο χωρίς να τον διαιρέσουν . Τα άλλα ιμάτια που διαμερίστηκαν υπέδειξαν τις διαιρέσεις  και τα σχίσματα του ποιμνίου του. Το σύμβολο του χιτώνα στερεώνει τους δυνατούς· οι διαιρέσεις δηλώνονται από τα διαμερισένα ιμάτια”.

Τελικά, σε μία άλλη στροφή του ίδιου του Ύμνου για την σταύρωση, ο Άγιος Εφραίμ, σχεδόν αστειευόμενος με την πραγματικότητα των δύο σταυρωμένων με τον Χριστό ληστών, παρουσιάζει τη μορφή του καλού ληστή, ο οποίος “κλέβει αφαρπάζει” από τον Χριστό την υπόσχεση ότι θα γίνει αποδεκτός στον παράδεισο: “Όταν εξοργισμένοι, τον έβαλαν ανάμεσα στους ληστές, υπέδειξαν τον εαυτό τους. Ο ληστής στα αριστερά είναι το σύμβολό τους: στο πρόσωπο αυτού του ληστή εκφράζονται οι σταυρωτές, εφόσον ο Χριστός διάλεξε τους λαούς που κατέφυγαν στην σταύρωσή του, όπως ο άλλος ληστής ο οποίος λήστεψε τον Κύριο μας. Ο Κύριος του “καλού” αυτού ληστή, άνοιξε την καλοσύνη του μπροστά του, και ο ληστής έκλεψε τις υποσχέσεις”. Υπογραμμίζω την ωραιότητα και το βάθος της εικόνας, την οποία χρησιμοποιεί ο Εφραίμ για να υποδείξει όλους όσους βρίσκουν καταφύγιο και σωτηρία στον Σταυρό το Χριστού: “Ο Χριστός διάλεξε τους λαούς που κατέφυγαν στην σταύρωση του…” η χριστιανική μας ταυτότητα, η χριστιανική μας ζωή βρίσκονται στη σκιά του Σταυρού. Ακόμα και η εικόνα του καλού ληστή, ο οποίος “κλέβει αφαρπάζει” από τον Κύριο την υπόσχεσή του: “Ο Κύριος τον είδε πεινασμένο, άνοιξε την ευσπλαχνία του… και ο ληστής έκλεψε τις υποσχέσεις του Κυρίου του”. Πάντοτε στο περιβάλλον της σταύρωσης, ο Εφραίμ συνδέει την άρνηση του Χριστού να πιει την πικρή χολή (πρβλ. Μτθ.27, 49), με την ίδια την Εκκλησία,  η οποία αρνείται κάθε μορφή της αίρεσης: “Εφόσον ο Κύριος μας δεν γεύτηκε το ξύδι του σπόγγου, δεν γεύτηκε την χολή των αιρέσεων”.

Στον 6ο Ύμνο για τον Παράδεισο, ο Εφραίμ προτείνει και πάλι το θέμα του επίκεντρου ρόλου του Σταυρού στη σωτηρία του ανθρώπινου γένους. Στην αρχή του Ύμνου ο Εφραίμ υποδείχνει ως αντίφων κάθε στροφής: “Να είναι ευλογημένος Εκείνος ο οποίος διαμέσου του Σταυρού του, άνοιξε βίαια το πέρασμά μας στον παράδεισο”. Ο Σταυρός στα κείμενα και στην μετέπειτα του Εφραίμ φιλολογία, θεωρείται ως το κλειδί, το οποίο ξανανοίγει, σχεδόν “παραβιάζει” τις πόρτες του παραδείσου. Για το σύριο θεολόγο και ποιητή, ο παράδεισος, που ξανάνοιξε από τον Σταυρό του Χριστού, είναι ένας τόπος ωραιότητας, ο οποίος αντανακλά τη μοναδική ωραιότητα του λυτρωμένου Αδάμ, κατ’ εικόνα του Χριστού, του ωραιότερου όλων των υιών του ανθρώπου (πρβλ.ψ.44,3): “Στην ωραιότητα του (στον παράδεισο), είδα εκείνους, οι οποίοι είναι ακόμα ωραιότεροι από αυτόν, και αναλογίστηκα ότι  αυτός είναι τόσο ένδοξος, πόσο μάλλον ο Αδάμ ως εικόνα Εκείνου που τον φύτεψε και πόσο ωραιότερος ο Σταυρός του Κυρίου του”. Η τελευταία στροφή περικλείει όλη τη σωτηριολογία του Εφραίμ, με την εικόνα του λυτρωμένου Αδάμ και με τον Σταυρό του Κυρίου.

Επανερχόμενος και πάλι στο αρχικό θέμα αυτών των σελίδων, δηλαδή στον Σταυρό ως δέντρο ζωής και ως κλειδί που ξανανοίγει τον παράδεισο, ο Εφραίμ στον “12ο Ύμνο για τον Παράδεισο” πλησιάζει και πάλι με ωραίο και βαθύ τρόπο τις δύο εικόνες: Παράδεισος-αμαρτία,  Γολγοθάς-λύτρωση: “Και εφόσον ο Αδάμ πλησίασε στο δέντρο, έπειτα έπεσε πάνω στη συκιά. Έγινε όμοιος με την συκιά, από τα φύλλα της οποίας σκεπάστηκε. Σκεπασμένος με φύλλα, όπως ένα δέντρο ο Αδάμ ήρθε προς το ένδοξο ξύλο, και από αυτό το ξύλο ξαναντύθηκε με δόξα, από αυτό απέκτησε λάμψη, από αυτό άκουσε την αλήθεια, ότι έμπαινε και πάλι στην Εδέμ”.

Παραμένοντας πάντοτε σε “παραδεισένιο” περιβάλλον, και ως συμπέρασμα αυτών των σκέψεων προτείνω την τελευταία στροφή του 5ου Ύμνου για τον Παράδεισο: “Η ψυχή σου ας με ελεήσει, Κύριε του Παραδείσου και αν δεν υπάρχει τρόπος να μπω τον παράδεισό σου, αξίωσέ με τουλάχιστον  να γευτώ την τροφή του περιβάλλοντος σου. Στο εσωτερικό του παραδείσου ας βρίσκεται η τράπεζα των επισήμων αλλά στο εξωτερικό ας πέφτουν σαν ψίχουλα για τους αμαρτωλούς (πρβλ. Μτθ.15, 27), οι καρποί της ευσπλαχνίας σου, έτσι ώστε, να μπορούν (και οι αμαρτωλοί), να ζήσουν χάρη στην καλοσύνη σου”.

Ο Άγιος Εφραίμ με μοναδική εξηγηματική δεξιότητα, χρησιμοποιεί την εικόνα της Χαναναίας γυναίκας του Ευαγγελίου: ακόμα και όσοι δεν μπαίνουν στον παράδεισο, μένουν στις πόρτες του, “τρώγοντας” τα ψίχουλα της μακαριότητας.

mercoledì 6 settembre 2023

 

I primi passi della Madre di Dio

Cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità, Atene


La Natività della Madre di Dio nella tradizione bizantina

Oggi la porta che guarda a oriente è stata generata.

 

        Due grandi feste della Madre di Dio aprono e chiudono l’anno liturgico nella tradizione bizantina: la Natività della Madre di Dio il giorno 8 settembre e la sua Dormizione il 15 agosto. Due feste che ricongiungono il ciclo liturgico in un unico mistero, quello di Cristo, e quindi quello di Maria e quello della Chiesa stessa che nasce, come Maria, voluta e amata dal Signore, che percorre con il Signore i grandi momenti della salvezza, e che, come Maria, è glorificata pienamente in cielo dal Signore che l’accoglie nella gloria.

La tradizione bizantina, inoltre, nelle grandi feste dell’anno liturgico legge al vespro tre letture bibliche prese normalmente dall’Antico Testamento, testi scelti in una chiave di lettura cristologica, cioè, vedendo e leggendo il mistero di Cristo, della Madre di Dio e della Chiesa già preannunciato nell’Antico Testamento. Nelle celebrazioni della Madre di Dio una delle letture sempre utilizzate è il profeta Ezechiele 43-44: la descrizione del tempio, con la porta che guarda ad oriente, chiusa, e che viene aperta e varcata soltanto dal Signore. Questa lettura cristologica e mariologica dei testi biblici è molto presente nella tradizione bizantina, e nella festa dell’8 settembre, la Natività della Madre di Dio, la troviamo in tutti i tre testi letti al vespro: Genesi 28: la visione notturna di Giacobbe con l’immagine della scala che sale in cielo; Proverbi 9: la sapienza che si costruisce una casa; ed infine Ezechiele 44, con l’immagine della porta che guarda ad oriente, chiusa, e che soltanto il Signore può varcare.

A partire del testo profetico, la liturgia presenta, con delle immagini quasi opposte e fortemente contrastanti, da una parte la sterilità di Anna, la madre di Maria, e dall’altra parte la verginità di Maria. Essa è la porta che guarda all’oriente e, nell’incarnazione del Verbo di Dio diventa il libro in cui la Parola viene scritta nella sua carne umana: “Questo è il giorno del Signore, esultate, popoli: poiché ecco, il talamo della luce, il libro del Verbo della vita, è uscito dal grembo; la porta che guarda a oriente è stata generata, e attende l’ingresso del sommo sacerdote, lei che in­tro­duce nel mondo, sola, il solo Cristo, per la salvezza delle anime nostre”.

La porta di cui parla Ezechiele è presentata e cantata dalla liturgia come tipo ed immagine dell’incarnazione del Figlio di Dio, l’unica porta attraverso la quale Lui entra nel mondo: Anche se, per divino volere, famose donne sterili hanno generato, pure, al di sopra di tutti i loro figli, divinamente risplende Maria, poiché, prodigiosamente partorita da madre sterile, ha partorito nella carne il Dio dell’universounica porta dell’Uni­ge­nito Figlio di Dio, che attraver­sandola l’ha custodita chiu­sa, e tutto dispo­nen­do con sapien­za come egli sa, per tut­ti gli uomini ha operato la salvezza”.

I testi liturgici, servendosi della stessa immagine della porta, la utilizzano per mettere in parallelo sterilità e verginità, quella di Anna e quella di Maria: Oggi le porte sterili si aprono e ne esce la divina por­ta ver­ginale. Oggi la grazia comincia a dare i suoi frutti, ma­nifestando al mondo la Madre di Dio, per la quale le cose ter­restri si uniscono a quelle celesti, a salvezza delle anime nostre”. Il testo di Ezechiele è usato ancora dai testi dell’ufficiatura della festa con una lettura collegata sia alla verginità di Maria sia all’incarnazione del Verbo di Dio: “Il profeta ha chiamato la santa Vergine porta invalicabile, custodita per il solo Dio nostro: per essa è passato il Signore, da essa procede l’Altissimo e la lascia sigillata, liberando la nostra vita dalla corruzione.

Il legame stretto tra liturgia e professione di fede lo troviamo in uno dei testi del vespro che con delle immagini poetiche di straordinaria bellezza canta Maria come luogo dell’incarnazione del Verbo, luogo della congiunzione delle due nature di Cristo:“Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, per­ché ec­co, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata ad essere Madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aron­ne, che spunta dalla radice di Iesse, l’annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rin­nova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio de­co­ro. Il tempio santo, il ricettacolo della Divinità, lo stru­mento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l’immacolata nascita della Vergine.

I testi della liturgia odierna inoltre sottolineano sia la preghiera angosciata di Gioacchino ed Anna per la loro mancanza di discendenza, sia la grande gioia per la nascita di Maria: Sterile, senza prole, Anna batta oggi gioiosa le mani, si rivestano di splendore le cose della terra, esultino i re, si allie­tino i sacerdoti tra le benedizioni, sia in festa il mondo intero: perché ecco, la regina, l’immacolata sposa del Padre, è germogliata dalla radice di Iesse. Non partoriranno più figli nel dolore le donne, perché è fiorita la gioia, e la vita degli uomini abita nel mon­do. Non saranno più rifiutati i doni di Gioacchino, perché il lamento di Anna si è mutato in gioia ed essa dice: Rallegratevi con me, tutti voi del po­polo eletto Israele: poiché ecco, il Signore mi ha donato la reggia vivente della sua divina gloria, per la comune letizia, gioia e salvezza delle anime nostre.

La festa della Natività di Maria mette in luce sia la preghiera e il gemito di Gioachino ed Anna ascoltati dal Signore, sia anche l’inizio della salvezza che ci viene da colei che porta il frutto vivificante per i cristiani, Cristo Verbo di Dio incarnato. In questa festa anche noi sappiamo di essere sempre ascoltati, amati e salvati dal Signore, per intercessione di Maria, sua Madre. Che Lei interceda oggi per tutti noi, per le nostre famiglie, per il nostro Esarcato, affinché il Signore ci benedica, ci salvi e ci faccia vivere e crescere nella sua volontà.

 

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico

  

ΤΟ ΓΕΝΕΘΛΙΟ ΤΗΣ ΥΠΕΡΑΓΙΑΣ ΘΕΟΤΟΚΟΥ

Δύο μεγάλες γιορτές της Θεοτόκου ανοίγουν και κλείνουν το λειτουργικό έτος στη βυζαντινή παράδοση: Το Γενέθλιο της Θεοτόκου στις οχτώ Σεπτεμβρίου και η Κοίμηση της Θεοτόκου στις δεκαπέντε Αυγούστου. Δύο γιορτές οι οποίες περικλείουν τον λειτουργικό κύκλο σε ένα μοναδικό μυστήριο: το μυστήριο του Χριστού, και επομένως το μυστήριο της Αειπάρθενου Μαρίας και το μυστήριο της ίδιας της Εκκλησίας, η οποία γεννιέται όπως η Μαρία, την οποία Εκκλησία την θέλει και την αγαπά ο Κύριος, και μαζί με τον Κύριο διατρέχει τις μεγάλες στιγμές της σωτηρίας, και όπως η Μαρία δοξάζεται ολοκληρωτικά στον ουρανό, από τον Κύριο, ο οποίος την υποδέχεται μέσα στη δόξα. Επιπλέον η βυζαντινή παράδοση στις μεγάλες γιορτές του λειτουργικού έτους, όπως κάναμε αυτή τη βραδιά, στον εσπερινό διαβάζει τρία βιβλικά αναγνώσματα, παρμένα κατά κανόνα από την Παλαιά Διαθήκη, κείμενα διαλεγμένα για το χριστολογικό τους νόημα, δηλαδή που αφορούν το μυστήριο του Χριστού, της Θεοτόκου και της εκκλησίας, το οποίο μυστήριο προαναγγέλλεται ήδη από την Παλαιά Διαθήκη.

Στις γιορτές της Θεοτόκου ένα από τα αναγνώσματα που διαβάζονται πάντοτε είναι το Εζεκχιήλ 43-44: η περιγραφή του ναού, με την κλειστή πύλη που κοιτάζει στην ανατολή, και η οποία ανοίγεται και διαπερνάται μονάχα από τον Κύριο. Αυτή η χριστολογική και μαριολογική ανάγνωση των βιβλικών κειμένων είναι πολύ τακτική στη βυζαντινή παράδοση και στη γιορτή της ογδόης Σεπτεμβρίου, στο Γενέθλιο της Θεοτόκου. Την βρίσκουμε σε τρία κείμενα που διαβάζονται στον εσπερινό: στο κείμενο  Γεν.28 στο νυχτερινό όραμα του Ιακώβ, με την εικόνα της σκάλας, που ανεβαίνει στον ουρανό, στο Παροιμ. 9, όπου η σοφία οικοδομεί τον οίκο της και τελικά το Εζ. 44.

Ξεκινώντας από το κείμενο Εζ. 44, η θεία λατρεία παρουσιάζει με εικόνες σχεδόν αντίθετες και αντιφατικές, από τη μία πλευρά τη στειρότητα της Άννας, μητέρας της Μαρίας και από την άλλη την παρθενία της Μαρίας. Αυτή η παρθενία είναι η πύλη που βλέπει προς την ανατολή, και η οποία στην ενσάρκωση του Λόγου γίνεται το βιβλίο όπου ο Λόγος γράφεται στην ανθρώπινη σάρκα: «Ατη μρα Κυρου, γαλλισθε λαο· δο γρ το φωτς νυμφν, κα ββλος το λγου τς ζως, κ γαστρς προελλυθε·κα κατ νατολς πλη ποκυηθεσα, προσμνει τν εσοδον, το ερως το μεγλου, μνη κα μνον εσγουσα Χριστν ες τν οκουμνην, πρς σωτηραν τν ψυχν μν».

Η πύλη για την οποία μιλά ο Εζεκχιήλ παρουσιάζεται και ψάλλετε από τη θεία λατρεία ως εικόνα της ενσαρκώσεως του Υιού του Θεού, πύλη μοναδική διαμέσου της οποίας Εκείνος μπαίνει μέσα στον κόσμο: «Ε κα θείῳ βουλματι, περιφανες στεραι γυνακες βλστησαν, λλ πντων Μαρα τν γεννηθντων, θεοπρεπς περλαμψεν· τι κα ξ γνου παραδξως τεχθεσα μητρς, τεκεν ν σαρκ τν πντων Θεν, πρ φσιν ξ σπρου γαστρς· μνη πλη το μονογενος Υο το Θεο, ν διελθν κεκλεισμνην διεφλαξε· κα πντας σοφς οκονομσας, ς οδεν ατς, πσι τος νθρποις, σωτηραν πειργσατο».

Τα λειτουργικά κείμενα χρησιμοποιώντας την ίδια εικόνα της πύλης, την μεταχειρίζονται για να βάλουν σε παραλληλισμό την στειρότητα και την παρθενία της Άννας και της Μαρίας: «Σμερον στειρωτικα πλαι νογονται, κα πλη παρθενικ θεα προρχεται. Σμερον καρπογονεν χρις πρχεται, μφανζουσα τ κσμ Θεο Μητρα, δι ς τ πγεια, τος ορανος συνπτεται, ες σωτηραν τν ψυχν μν».

Το κείμενο του Εζεκχιήλ χρησιμοποιείται ακόμα από τα κείμενα της ιερής ακολουθίας της γιορτής με ένα νόημα που συνδέεται τόσο με την παρθενία της Μαρίας, όσο και με την ενσάρκωση του Λόγου του Θεού: "Ο Προφήτης εκάλεσε την Αγίαν Παρθένον πύλην αδιάβατον, φυλασσομένην δια μόνον τον Θεόν ημών: δι' αυτής διήλθεν ο Κύριος, εξ αυτής προέρχεται ο Ύψιστος, και αφήνει αυτήν εσφραγισμένην, απελευθερώσαι εκ φθοράς την ζωήν ημών".

Τον στενό σύνδεσμο μεταξύ της θείας λατρείας και της ομολογίας της πίστεως τον βρίσκουμε σε ένα από τα κείμενα του εσπερινού, το οποίο με ποιητικές εικόνες εξαιρετικής ωραιότητας εξυμνεί την Αειπάρθενο Μαρία ως χώρο της ενσαρκώσεως του Λόγου, ως χώρο συνδέσεως των δύο φύσεων στο πρόσωπο του Χριστού: "Δεύτε άπαντες πιστοί, προς την Παρθένον δράμωμεν∙ ιδού γαρ γεννάται, η προ γαστρός προορισθείσα του Θεού ημών Μήτηρ, το της παρθενίας κειμήλιον, η του Ααρών βλαστήσασα ράβδος, εκ της ρίζης του Ιεσαί, των προφητών το κήρυγμα και των δικαίων, Ιωακείμ και Άννης το βλάστημα. Γεννάται τοίνυν, και ο κόσμος συν αυτή ανακαινίζεται. Τίκτεται  και η Εκκλησία την εαυτής ευπρέπειαν καταστολίζεται. Ο ναός ο άγιος, το της Θεότητος δοχείον, το παρθενικόν όργανον, ο βασιλικός θάλαμος, εν ω το παράδοξον της απορρήτου ενώσεως, των συνελθουσών επί Χριστού φύσεων, ετελεσιουργήθη μυστήριον˙ ον προσκυνούντες  ανυμνούμεν, την της Παρθένου πανάμωμον γέννησιν".

Τα κείμενα της σημερινής θείας λειτουργίας υπογραμμίζουν επιπλέον την προσευχή του Ιωακείμ και της Άννας, μέσα στην αγωνία τους για την στέρηση απογόνων, όσο και τη μεγάλη χαρά για την γέννηση της Μαρίας: "Στείρα άγονος η Άννα σήμερον χείρας κροτείτω φαιδρώς˙ λαμπροφορείτω τα επίγεια˙ βασιλείς σκιρτάτωσαν˙ ιερείς εν ευλογίαις ευρενέσθωσαν˙ εορταζέτω ο σύμπας κόσμος˙ ιδού γαρ η Βασίλισσα και άμωμος νύμφη του Πατρός, εκ της ρίζης του Ιεσσαί ανεβλάστησεν˙ ουκ έτι γυναίκες εν λύπαις τέξονται τέκνα˙ η χαρά γαρ εξήνθησε, και η ζωή των ανθρώπων εν κόσμω πολιτεύεται. Ουκ έτι τα δώρα του Ιωακείμ αποστρέφονται˙ ο θρήνος γαρ Άννης εις χαράν μετεβλήθη. Συγχάρητέ μοι λεγούσης, πας εκλεκτός Ισραήλ˙ ιδού γαρ δέδοκέ μοι  Κύριος, το έμψυχον παλάτιον της θείας δόξης αυτού, εις κοινήν ευροσύνην και χαράν, και σωτηρίαν των ψυχών ημών".

Η γιορτή του Γενεθλίου της αειπάρθενου Μαρίας φέρνει στο φως τόσο την προσευχή και τον στεναγμό του Ιωακείμ και της Άννας που εισακούσθηκαν από τον Κύριο, όσο και την απαρχή της σωτηρίας μας η οποία μας έρχεται από εκείνην που μας έφερε τον ζωοποιό καρπό για τους χριστιανούς, τον Χριστό, τον ενσαρκωμένο Λόγο του Θεού.

Κατά την γιορτή αυτή συνειδητοποιούμε και εμείς ότι ο Κύριος, διαμέσου της μεσιτείας της Αειπάρθενου Μητέρας, μας εισακούει, μας αγαπά και μας σώζει. Είθε η Ουράνια αυτή Μητέρα μας να μεσιτεύει για όλους μας, για τις οικογένειές μας, για την Εξαρχία μας, έτσι ώστε ο Κύριος να μας ευλογεί, να μας σώζει και να μας αξιώνει να ζούμε και να αναπτυσσόμαστε σύμφωνα με το θέλημά Του.

 + Π. Εμμανουήλ Νιν

Αποστολικός Έξαρχος