mercoledì 31 marzo 2021

 


Il senso sacramentale del popolo di Dio.

Da quando sono arrivato ad Atene, spesso il sabato mattina faccio delle passeggiate in centro città. Mi piace andare alla zona di Monastiraki, dove la città di Atene diventa paesino nell’intreccio delle stradine piccole, profumate e colorate che ti ricordano che siamo alle porte dell’Oriente. Visito i negozi di icone, di parati liturgici, dove ormai conosco le persone che lì lavorano, e loro mi conosco anche. Pure nei lunghi mesi della pandemia Covit-19 fino ai nostri giorni, quando i negozi sono o dovrebbero essere chiusi, faccio le stesse passeggiate ed è bello ed anche divertente vedere le serrande dei negozi chiuse dal tutto o a metà, magari col cartellino attaccato alla porta che dice: “ κλειστό/ chiuso”, ma dietro le serrande o le vetrine si intravedono i commercianti, che stanno lì quasi aspettando che qualcuno si avvicini a guardare o curiosare, per invitarlo ad entrare quasi di nascosto, con la speranza di vendere qualcosa, e magari, in questo periodo di pandemia e di crisi, proponendo la merce a metà prezzo, sempre con la premessa e quasi l’accordo complice tra venditore e cliente che, nel caso ci fosse un controllo della polizia, si è lì per un semplice “buongiorno” tra amici.

Già prima della pandemia e durante questi lunghi mesi di prova, e posso dire dal primo giorno del mio arrivo ad Atene, i commercianti mi hanno accolto sempre con grande cordialità, gentilezza, quasi venerazione e sempre col bacio della mano, e questo a prescindere che io sia cattolico o ortodosso. Come se loro stessero -e sicuramente lo stanno!- al di sopra delle vecchie divisioni, discussioni ed anche rancori che purtroppo affiorano ancora tra noi cristiani. E mi sono accorto subito che da parte dei commercianti non si tratta di un saluto o un bacio della mano possiamo dire “interessato”, magari in vista che io possa acquistare qualcosa tra i loro prodotti che sono lì in vendita. Per loro, per quei commercianti, per la stragrande maggioranza del popolo fedele in Grecia, popolo semplice ed onesto, io sono un vescovo e come tale deve essere trattato ed anche diciamo venerato. Senza troppe spiegazioni il popolo capisce che l’episcopato, e tutti i sacramenti, vanno oltre alle divisioni ecclesiali che hanno ferito e feriscono tante vote i rapporti cristiani ed umani tra coloro che abbiamo ricevuto lo stesso battesimo, tra coloro che siamo discepoli dello stesso Signore nostro Gesù Cristo.

Questo mi ha portato a pensare a quello che potremo chiamare il “senso sacramentale del popolo di Dio”. Per quei commercianti, per tanti donne e uomini che incroci per la strada, sei un vescovo, il padre di una comunità, di una Chiesa cristiana, e per questo la richiesta di preghiera, di benedizione, il bacio della mano sorge direi spontaneo dal cuore di queste persone. E ho capito che questa dimensione “sacramentale” dell’accoglienza fatta da parte del popolo di Dio, senza distinzioni confessionali di nessun genere e senza nessun tipo di pregiudizi, ma nella comunione dell’essere cristiani, si deve manifestare da parte del vescovo, nella sua preghiera, nella benedizione data nel palmo delle mani che aperte il fedele ti offre quasi fosse una richiesta pressante, ed anche sempre da parte del vescovo nel ricevere ed accogliere quel bacio filiale sul dorso della mano. Da parte del fedele si manifesta in quel invitarti ad entrare nella sua casa, nel nostro caso nel suo negozio, offrirti sempre un bicchiere d’acqua o il caffè, e soprattutto il sorriso gentile e la parola di benvenuto che in quel contesto diventano, acqua e parola, la presenza reale dell’amore di Cristo e per Cristo che sgorga dal cuore del popolo di Dio.

Possiamo dire che nelle stradine ateniesi ti trovi con le realtà allo stesso tempo divine e umane intrecciate nel vivere quotidiano, con la normalità della gente semplice e buona, che ha imparato a guardare la realtà in chiave sacramentale.



domenica 28 marzo 2021

“Benedetto vescovo, emerito di Roma”. A proposito della rinuncia di Benedetto XVI.

          Otto anni dopo le dimissioni di papa Benedetto XVI l’11 febbraio 2013, escono ancora oggi articoli e commenti su quel fatto che scombussolò e scosse se non altro la vita della Chiesa Cattolica, articoli e commenti con delle valutazioni ecclesiologiche e soprattutto canoniche molto diverse, valutazioni e opinioni che nella sua maggioranza ne sottolineano direi la validità, mentre altre puntano ancora sull’eventuale invalidità canonica di tale decisione. Tutte le opinioni concordano, comunque, sulla necessità di dare e stabilire alcuni parametri canonici in vista del futuro, per questa situazione nuova nella Chiesa. Qualcuno dirà forse che queste mie brevi pagine sono semplicemente un “bel esercizio mentale”. Forse… Vogliono essere comunque, senza pretese, una riflessione ecclesiale ed ecclesiologica.

          Premetto per prima cosa che non sono canonista; e poi per quello che mi risulta, non esiste una legislazione precisa sulla rinuncia di un papa, sul come debba o possa avvenire, e soprattutto sullo status e situazione di colui che, rinunciando al ministero episcopale a Roma, diventa “emerito”. Soltanto il canone 332.2 del CIC accenna alla rinuncia del papa, che deve essere fatta nella libertà e manifestata pubblicamente. In più siamo di fronte alla scelta del titolo da dare a questo “emerito”, titolo che ancora bisogna precisare bene: se “papa oppure vescovo di Roma emerito”, o altri titoli più imprecisi ancora nel momento attuale: “papa emerito ridiventato cardinale…”, proponeva qualcuno. La dicitura può essere varia e dovranno essere non soltanto i canonisti ma anche i teologi che -e questo credo che sia necessario farlo nell’immediato futuro per evitare altri equivoci-, dovranno appunto redigere delle norme canoniche su questa situazione diciamo “nuova”, ed anche sui titoli da dare ad essa, titoli che ne chiariscano il fatto e non creino ulteriore confusione.

          Sembra che papa Pio XII avesse contemplato una sua eventuale rinuncia in diversi momenti del suo pontificato, sia verso la fine della sua vita, quando anziano e malato non si sentiva con le forze necessarie a svolgere il suo ministero, sia specialmente durante la Seconda guerra mondiale e nel periodo in cui Roma era stata occupata dai soldati tedeschi e quindi incombeva il pericolo reale di un sequestro del papa da parte dell’esercito occupante. Non ho consultato gli archivi e non so se esista o no un vero e proprio “testamento” o delle disposizioni al riguardo da parte di papa Pacelli, ma dalla lettura di biografie e memorie di ecclesiastici che furono presenti a Roma in quel periodo storico, sembra che il papa avesse detto ai suoi più immediati collaboratori che, nel caso in cui le truppe tedesche sequestrassero il papa, queste si troverebbero di fronte, cioè avrebbero in mano, “non Pio XII ma il cardinale Pacelli”. Il papa contemplava forse il divenire quasi “automatico” della sua rinuncia e dello scadere del suo ministero apostolico come vescovo di Roma e papa, ed un “ritorno / ritrovarsi” ad essere soltanto cardinale di Santa Romana Chiesa, nel caso di un suo sequestro e quindi della perdita della sua libertà nell’esercitare il suo ministero come vescovo di Roma? Dalla sua frase sopra citata, sembrerebbe che lui contemplasse appunto questo suo ritorno nel collegio dei cardinali.

          Altre situazioni di possibili rinunce papali per malattia o incapacità fisica o mentale, pare siano state contemplate sia da Paolo VI che da Giovanni Paolo II. Sembra infatti che ambedue i papi, oggi santi, prospettassero la possibilità di una loro rinuncia, soprattutto nel caso di gravi malattie fisiche o mentali che ne impedissero la libertà e la lucidità mentale nell’esercizio nel loro ministero episcopale a Roma.

La domanda che ci poniamo è: con quale titolo e soprattutto con quale ruolo e situazione ecclesiale si dovrebbe trovare o presentare colui che diventa “vescovo emerito” nella sede romana? Pio XII sembra che prevedesse, come abbiamo visto e per quel poco che si sa, un “ritorno” automatico al cardinalato nel caso di una sua eventuale rinuncia o impedimento grave per poter svolgere il suo ministero. Non mi risulta poi quale “soluzione” avessero contemplato per questa eventualità sia Paolo VI sia Giovanni Paolo II.

Avvenuta poi la rinuncia di papa Benedetto XVI, è stato deciso in linea di massima di adoperare il titolo o la forma di “papa emerito / sommo pontefice emerito”, benché personalmente suggerirei la forma forse più precisa di “Benedetto vescovo emerito di Roma”. Nel “già pronto per la stampa” -mi si permetta questa espressione- “De funere Summi Pontificis emeriti”, cioè il rituale per le esequie del sommo pontefice emerito, vediamo che nel titolo si è preferita la forma “sommo pontefice emerito”, e nei testi liturgici all’interno di questa celebrazione si adopera -e qua per rigore scientifico dico che cito soltanto il ricordo che ho a partire dalle bozze alla cui redazione ho collaborato tempo fa, e non il testo definitivo che non ho visto-, si adoperano i titoli di “papa emerito” oppure “vescovo emerito”.

Quindi a livello di titolo, credo sia da preferire quello di “N. vescovo emerito di Roma”, oppure qualcuno suggeriva “N. vescovo emerito di Roma e papa” per sottolineare il ruolo di “papa” che per la stragrande maggioranza del popolo fedele ha il vescovo di Roma. Infatti, la dimensione di giurisdizione universale che ha ed esercita il papa, ce l’ha e l’esercita appunto in quanto è vescovo di Roma. I titoli che fino ai nostri giorni ha il vescovo di Roma -Vicario di Cristo, Sommo Pontefice, Papa-, sono titoli strettamente legati appunto al suo essere in primo luogo vescovo, e quindi vescovo di Roma in modo speciale. È evidente che il “papato”, il “sommo pontificato” fanno parte di questo suo essere vescovo, e vescovo di Roma. Comunque, non dimentichiamo che ogni vescovo è vicario di Cristo per la sua Chiesa -come lo è anche ogni abate nel suo monastero, come afferma San Benedetto nella sua Regola. Ogni vescovo poi è “pontifex” nella sua Chiesa, specialmente quando annuncia e predica il Vangelo, quando celebra i Santi Misteri (nella tradizione bizantina ogni vescovo viene chiamato Δεσπότης -signore, capo di casa- e Aρχιερέας -sommo sacerdote). Ogni vescovo infine è “papa / padre” nella sua Chiesa, nella paternità della guida sicura, dell’ascolto, dell’accoglienza, della misericordia e del perdono. La tradizione dava il titolo di “papa” anche al vescovo di Cartago, e lo dà ancora al patriarca di Alessandria in Egitto. Questi diversi “titoli”, dimensioni se si vuole dell’episcopato in tutte le Chiese cristiane, assumono una appropriazione ed un ruolo speciale nel vescovo di Roma in quanto la Chiesa Cattolica gli riconosce una missione ed una giurisdizione universale ed immediata appunto su tutta la Chiesa Cattolica, da Oriente ad Occidente.

          Tornando al tema iniziale di queste pagine: la rinuncia di Benedetto XVI è valida? Oppure è stata e rimane canonicamente invalida? Direi che nella mancanza odierna di una legislazione canonica precisa e definitiva su questo punto -oltre al canone del CIC sopra citato-, ci sono tre aspetti nella Declaratio del 13 febbraio 2013 fatta da papa Benedetto XVI che, secondo me, rendono valida a tutti gli effetti la sua rinuncia.

          In primo luogo, la rinuncia è avvenuta nella totale libertà, di coscienza e di fede. Cito il testo della Declaratio:Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio (conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata), sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino… Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma(plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, renuntiare…)”. Decisione quindi presa nella libertà, presa davanti a Dio, presa per il bene della Chiesa.

          In secondo luogo, la rinuncia è avvenuta “in conspectu Ecclesiae Romanae”, cioè non in una udienza generale bensì di fronte al collegio cardinalizio che, per il vescovo di Roma ha o dovrebbe avere, non lo dimentichiamo mai, una dimensione quasi sinodale. Il testo della Declaratio è chiaro dall’inizio: “Carissimi Fratelli (Fratres carissimi), vi ho convocati (vos convocavi) a questo Concistoro… per comunicarvi (communicem) una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa…”. Notiamo l’importanza ecclesiale che il papa dà alla sua decisione: “Fratelli…, convocati…, comunicarvi…, per la vita della Chiesa…”.

          In terzo luogo, l’annuncio della rinuncia si conclude con una frase del papa, che dà alla sua decisione un valore direi chiaramente canonico, legale e definitivo -quasi fosse tacitamente quel “decernimus / stabiliamo… decretiamo” che si trova negli atti di canonizzazioni e in altri decreti papali: “Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, successore di San Pietro, (declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, renuntiare…), a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante (ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet) e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”.

Ho evidenziato in grassetto quelle parole che, secondo me, danno e assicurano la validità canonica ed ecclesiale della decisione di papa Benedetto XVI, cioè che alle ore 20.00 del 28 febbraio 2013 “…la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante…”, fino all’elezione di colui che dovrà occuparla. La sede di Roma è stata quindi vacante dal 28 febbraio fino che è stato eletto il nuovo vescovo di Roma nella persona del cardinale Jorge Mario Bergoglio, che eletto ha assunto il nome di Francesco. Colui che occupava la sede romana fino alle ore 20.00 del 28 febbraio, è diventato emerito non nel suo essere vescovo, ma si nel suo esserlo nella sede di Roma. Quindi ci poniamo la domanda: gli altri titoli episcopali legati tradizionalmente e strettamente alla sede romana: Papa, Sommo Pontefice, Vicario di Cristo… rimangono associati alla sede vacante fino all’elezione del nuovo vescovo di Roma? Direi di sì, senza ombra di dubbio. Per tanto la frase: “…dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma…”, suppone la rinuncia anche al papato e al sommo pontificato nella sede di Roma e per tutta la Chiesa Cattolica.

          Dicevo all’inizio che queste mie brevi pagine possono sembrare semplicemente un “bel esercizio mentale”. Ed è anche vero. Le ritengo comunque se non altro, e senza pretese, una riflessione ecclesiale ed ecclesiologica. Per concludere torno sul titolo da dare a colui che diventa emerito nella sede romana. Proponevo come miglior titolo il: “Benedetto vescovo emerito di Roma”. Aggiungerei comunque una virgola dopo la parola vescovo, per salvaguardare anche nella forma il sacramento dell’episcopato in ogni persona che ne ha ricevuto l’ordinazione. Quindi concludo con la proposta del titolo: “Benedetto vescovo, emerito di Roma”.


giovedì 18 marzo 2021


 Nel dubbio e nella fede.

La figura di san Giuseppe in alcune tradizioni orientali cristiane.

          La proclamazione da parte di papa Francesco di un anno dedicato a San Giuseppe ha mosso alcuni amici a chiedermi di scrivere “qualcosa” sul ruolo e la figura di san Giuseppe nell’Oriente cristiano; qualcuno poi ha aggiunto la richiesta di qualche accenno sulla “Sacra Famiglia”, sempre appunto nell’Oriente cristiano, nell’ambito delle Chiese e soprattutto delle liturgie orientali. Dico subito che sono due aspetti -san Giuseppe e la Sacra Famiglia-, se si può parlare così, inerenti e inscindibili del misero unico e centrale della nostra fede: la vera incarnazione del Verbo eterno di Dio dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. Quindi in queste pagine cercheremo di contemplare la divino-umanità di Cristo, nel suo nascere nella carne, nel suo crescere all’interno di una famiglia umana, ed in essa ci soffermeremo nel ruolo di Giuseppe e della Vergine Maria. Faccio una premessa necessaria: Sono delle figure, se si vuole anche degli aspetti fondamentali della nostra fede cristiana che dobbiamo evitare di “tematizzarli”, e invece dobbiamo celebrarli e viverli nell’insieme di quello che è il centro della nostra professione di fede, appunto l’incarnazione del Verbo eterno di Dio.

          La mia riflessione si orienta a partire da due punti che ritengo fondamentali: i testi liturgici, specialmente quelli della tradizione bizantina e siriaca occidentale, e l’iconografia. I testi liturgici, per mettere in luce a livello teologico e liturgico la figura di san Giuseppe. L’iconografia, anche per le stesse ragioni teologica e liturgica, e poi per rispondere alla domanda fatta spesso nei nostri giorni, cioè se in Oriente ci sono delle icone che rappresentino san Giuseppe, oppure l’insieme della famiglia di Gesù a Nazaret. La risposta a queste domande la danno, spero, queste pagine che presento, senza pretese di essere esaustivo, ma a modo di esempi.

Finisco poi queste pagine con un breve “excursus”, che contiene alcune brevi note sull’esegesi biblica che propongo di chiamare “per omonimia”, e che troviamo presente soprattutto nella tradizione siriaca, ma anche in qualche modo in quella bizantina, specialmente nell’ambito delle feste e dei testi liturgici. Alla fine del lavoro riporto le immagini fotografiche delle icone brevemente presentate nel lavoro. E dico subito anche che a livello iconografico in questo lavoro non pretendo di fare un “catalogo” neppure un “commento iconografico” che siano fatti per esteso ed esaustivi, bensì dare un piccolo elenco, a modo di campione, di alcune rappresentazioni iconografiche dove è presente la figura di san Giuseppe, rimanendo nell’ambito dell’iconografia cristiana del bacino del Mediterraneo.

1.     Testi liturgici.

          Presento in questo primo punto della mia riflessione la figura di san Giuseppe a partire di qualche campione di testi liturgici di due tradizioni orientali, quella bizantina e quella siro occidentale.

          Tradizione bizantina.

          L’ufficiatura bizantina celebra la figura di san Giuseppe, lo sposo della Madre di Dio, la domenica precedente il Natale ed in quella immediatamente dopo. Diversi dei tropari di questi giorni, e la stessa icona della festa di Natale presentano la figura di Giuseppe sotto diversi aspetti, ma in modo speciale come uomo della confessione di fede, che è la fede della Chiesa. Molti dei tropari dei giorni natalizi hanno un carattere possiamo dire chiaramente “dogmatico”, e diventano delle brevi e poetiche professioni di fede: “Il Verbo del Padre, a lui coeterno, prende forma di servo dalla santa Vergine Maria”. Questa professione di fede viene messa anche in bocca a Giuseppe in alcuni dei tropari. Lui è la figura umile, discreta, messa in un angolo della scena nell’icona stessa, in atteggiamento pensieroso, quasi dubbioso di fronte all’accaduto, di fronte ai due grandi misteri che lo sorpassano: la verginità di Maria e soprattutto la vera incarnazione del Verbo di Dio. Giuseppe, figura umile e discreta diventa tipo del cristiano, di ognuno di noi che guidati e ammaestrati dalla Chiesa, di cui la Madre di Dio è tipo e figura, confessiamo la nostra fede, feriti tante volte dal dubbio, confermati dalla fiducia di Maria, della Chiesa stessa. In molti dei tropari Maria diventa verso Giuseppe, e verso ognuno di noi cristiani, la guida nella fede, quasi la pedagoga che lo prende (ci prende) per mano e lo (ci) conduce alla fede.

          Giuseppe è presentato sempre come un uomo aperto al mistero di Dio. In tutti i tropari che parlano di lui, il suo dubbio e soprattutto la sua professione di fede sono in rapporto alla vera incarnazione del Verbo di Dio: “Celebriamo, o popoli, le festività vigilari della Natività di Cristo: e sollevando l’intelletto, saliamo con la mente a Betlemme e con i pensieri dell’anima contem­plia­mo la Vergine che si appresta a partorire nella grotta il Signore dell’universo e Dio nostro; Giuseppe, considerando la grandezza delle meraviglie di Dio, pensava di vedere un semplice uomo in questo bambino avvolto in fasce, ma dai fatti com­prendeva che egli era il vero Dio, colui che elar­gi­sce alle anime nostre la grande misericordia”. Due dei tropari sembrano riportarci alla festa dell’Ingresso della Madre di Dio nel tempio, riprendendo uno dei titoli che in quella festa riecheggiano spesso, cioè Maria diventata tempio di Dio: “Inneggiando alla Vergine che portava in seno il Verbo sempiterno, il giusto Giuseppe esclamava: Ti vedo divenuta tempio del Signore, perché tu porti colui che vie­ne a salvare tutti i mortali e a rendere templi divini, nella sua misericordia, coloro che lo cele­brano…. Non affliggerti, Giuseppe, osservando il mio grem­bo: vedrai infatti colui che da me nascerà e ti rallegrerai, e come Dio lo adorerai”.

          Il dubbio di Giuseppe, che tante volte è quello dell’umanità intera, viene messo in primo piano dalla sua stesa bocca: “…Maria, che è questo fatto che io vedo in te? Non so che pensare nel mio stupore e la mia mente è sbigottita… In luogo di onore, mi hai por­tato vergogna; in luogo di letizia, tristezza; in luogo di lode, biasimo… Ti avevo ricevuta irreprensibile da parte dei sa­cerdoti, dal tempio del Signore: ed ora che è ciò che vedo?”. E la risposta al dubbio di Giuseppe viene messa in bocca di Maria, si può dire messa in bocca della Chiesa: “O Vergine, quando Giuseppe saliva verso Betlemme ferito dal dolore, tu gli dicevi: Perché, vedendomi incinta, sei cupo e turbato, ignorando del tutto il tremendo mistero che mi riguarda? Deponi ormai ogni timore, e considera il prodigio: Dio, nella sua misericordia, discende sulla terra, nel mio grembo, e qui ha preso carne…”.

       In diversi dei tropari ancora scopriamo in modo molto bello come la risposta di fede di Giuseppe, e anche quella di ognuno di noi cristiani, poggia sulle profezie veterotestamentarie a cui lui attinge quasi ne facesse una lettura liturgica: “Di’ a noi Giuseppe, come conduci incinta a Be­tlemme la Vergine che hai presa dal santo dei santi? Ci risponde: Io ho esaminato i profeti, e, ricevuto il responso da un angelo, sono persuaso che, in modo inesplicabile, Maria genererà Dio: per adorarlo verranno magi dall’oriente e gli ren­de­ranno culto con doni preziosi”. Questo attingere alle profezie veterotestamentarie facendone una lettura cristologica lo ritroveremo anche nei testi liturgici siro occidentali.

       Giuseppe, testimone della vera nascita del Verbo di Dio incarnato, ne diventa annunziatore anche ai profeti che l’hanno preceduto e di cui hanno profetizzato: “Annuncia, Giuseppe, i prodigi al padre di Dio Davide: tu hai visto la Vergine incinta, insieme ai magi hai adorato, con i pastori hai glorificato, da un angelo hai avu­to la rivelazione… Sei divenuto pari in onore a tutti gli angeli, i profeti e i martiri, o beato, e vero consorte dei sapienti apostoli: con loro dunque, sempre ti proclamiamo beato e veneriamo, o Giuseppe, la tua sacra memoria”.

       Giuseppe, come vedremo messo in un angolo dell’icona, nella discrezione è pur sempre un potente intercessore: “La tua memoria invita alla letizia tutti i confini della terra, e li induce a lodare il Verbo che ti ha glorificato. Tu che stai con franchezza presso il Cristo, intercedi incessantemente per noi… Tu hai custodito la pura che custodiva integra la verginità, e dalla quale si è incarnato il Verbo Dio, con­servandola vergine dopo la sua nascita ineffabile: insieme a lei, o teòforo Giuseppe, ricordati di noi”.

 

          Tradizione siro occidentale.

          Per quanto riguarda la tradizione liturgica siro occidentale, ci soffermiamo in due celebrazioni liturgiche, cioè la Natività della Madre di Dio il giorno 8 settembre, e la penultima domenica prima di Natale. Infine, ci soffermeremo nella lettura di alcuni testi di Sant’Efrem il Siro.

          La liturgia siro occidentale nella festa della Natività della Madre di Dio, e nei suoi testi liturgici, si ispira e dipende fortemente dalla narrazione del Protovangelo di Giacomo, e in molti dei testi del vespro e del mattutino, dopo che in essi si parla della nascita di Maria, quasi senza soluzione di continuità, si collegano col tema del suo soggiorno nel Tempio, collegando la festa della Natività di Maria l’8 settembre con quella del suo Ingresso nel Tempio il 21 novembre: "Dopo averla votata fin dall'infanzia e portata nel tempio, Maria fu accolta nel tempio…". E quindi collegando la fine del soggiorno di Maria nel tempio e il suo sposalizio con Giuseppe, la liturgia siro occidentale, fedele ai suoi paradigmi esegetici, fa una bella lettura cristologica del testo di Isaia 29,11: "Si verificò la parola del profeta: «Un libro sigillato sarà consegnato ad un uomo versato nella legge divina, colto e rispettato, al quale si dirà: Leggi questo libro! Ma lui risponderà: Non posso, è sigillato per il Cristo Signore!». Con ciò il profeta alludeva al suo misterioso connubio ed al sigillo della sua verginità che sussiste nell'eternità dei secoli. Già prima che nascesse i profeti l'avevano benedetta e indicata con simboli e misteri". Ritroviamo qua anche il tema intravisto nei testi bizantini, cioè Giuseppe l’uomo che sa leggere le profezie riferite a Cristo.

          La seconda celebrazione è la domenica della “Manifestazione a Giuseppe”, la penultima prima di Natale, chiamata anche “domenica del sogno”. Essa contempla il mistero del dubbio e della fede semplice e sincera di Giuseppe lo sposo di Maria. Costui nel suo dubbio di fronte alla gravidanza di Maria viene messo accanto alle figure di Zaccaria e di Elisabetta, anche essi meravigliati di fronte alla nascita del Battista. E quindi i testi della liturgia di questa domenica accostano la narrazione dell'apparizione dell'angelo a Giuseppe in sogno con quelle delle due domeniche precedenti: la Visitazione di Maria a Elisabetta e la Nascita del Battista: "Oggi il Signore se appresta a visitare il servitore. Oggi il Potente bussa alla porta del suo messaggero; l'anziana porta nel suo grembo la lampada e va incontro al Sole di giustizia. Il Re entra nella dimora dell'umile, e Giovanni si prostra e lo saluta umilmente… E Giuseppe fu colto da meraviglia e di perplessità vedendo la concezione manifesta e allo stesso tempo la verginità. Ma il mistero gli rimane nascosto ed il dubbio lo assale… Tu, però, Signore, hai mandato dal cielo il capo delle schiere celesti per illuminare l'angoscia del giusto". La liturgia di questa domenica presenta quindi Giuseppe come l'uomo del dubbio, dell’angoscia, e allo stesso tempo l'uomo di fede che accoglie la parola che il Signore gli fa sentire.

Sant’Efrem il Siro (+373).

Rimanendo nell’ambito della tradizione siriaca, accenno a qualche testo di Sant’Efrem il Siro. Costui nei suoi inni descrive con diverse immagini il ruolo di Giuseppe nel mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio: "Degna di benedizione è la madre che l'ha generato…, come pure Giuseppe, per grazia chiamato padre del Figlio vero -il cui Padre è glorioso-, pastore di tutta la creazione, inviato al gregge perduto e smarrito". L'accoglienza da parte di Giuseppe sia della parola dell'angelo, sia della nascita stessa del figlio di Maria, viene paragonata da Efrem anche a un grembo che accoglie il dono di Dio. Inoltre, è anche sottolineato il ruolo fondamentale di Giuseppe nella stessa genealogia di Cristo: "Giuseppe, figlio di Davide, sposò la figlia di Davide, perché il bimbo non poteva essere registrato con il nome di sua madre. Egli fu così figlio per Giuseppe, senza seme, come fu figlio per sua madre, senza uomo. Mediante entrambi si legò alla loro stirpe, affinché venisse registrato tra i re, figlio di Davide. Senza corpo di Giuseppe egli fu unito al suo nome, e senza nozze di Maria si levò come figlio suo. Di Davide fu Signore e figlio".

Lo stesso ruolo di Giuseppe di fronte a Cristo viene presentato da Efrem come una sorta di professione di fede: "Giuseppe abbracciava il Figlio in quanto neonato, lo serviva in quanto Dio. Gioiva di lui in quanto buono e aveva soggezione di lui in quanto giusto. Grande paradosso! "Chi mi ha dato che tu diventassi figlio mio, o figlio dell'Altissimo? Volevo licenziare tua madre... Non sapevo che nel suo grembo c'era un gran tesoro, che avrebbe arricchito in un istante la mia povertà. Il re Davide è sorto dalla mia tribù e ha cinto il diadema. A un gran abbassamento sono giunto io: invece che re sono carpentiere. Mi è toccato però un diadema: nelle mie braccia sta il Signore dei diademi… Mosè portava le tavole di pietra che il suo Signore aveva scritto. E Giuseppe scortava solennemente la tavola pura, nella quale dimorava il figlio del Creatore…".

          Efrem, infine, nei suoi inni sulla Natività di Cristo enumera, quasi come in una processione verso la grotta di Betlemme, tutti coloro che coi loro doni annunciano i misteri della redenzione adoperata da Cristo stesso. I primi ad accorrere a questa processione sono i pastori; essi "vennero a portare beni del gregge: latte dolce, carne pura, belle lodi. Divisero e diedero: a Giuseppe la carne, a Maria il latte, e al Figlio la lode". Come conclusione, Efrem si trattiene in diverse strofe con la simbologia dei carpentieri: "Vennero i carpentieri a motivo di Giuseppe presso il figlio di Giuseppe: ‘Benedetto il tuo Figlio, il capo dei carpentieri, grazie al quale fu disegnata anche l'arca; grazie al quale fu eretta la tenda provvisoria, quella temporanea. Rendi grazie a nome della nostra corporazione, sia tu il nostro vanto. Fabbrica un giogo leggero e dolce per coloro che lo portano". Cito ancora alcune brevi strofe degli inni sulla Natività di Cristo, in cui Efrem presentando le figure di Maria e di Giuseppe, ne fa una lettura cristologica per via di contrasto mettendo in evidenza Cristo vero Dio e vero uomo: “Lui, aveva dato a Maria il latte, come Dio; per converso ne succhiò da lei, come uomo. Le sue mani lo tenevano perché egli aveva attenuato la propria energia. Lo abbracciava sul proprio seno, perché egli si era fatto piccolo. Ella l’ha tessuto e ne ha rivestito lui, poiché egli s’era spogliato della sua gloria. Gliel’ha tessuto su misura, poiché egli si era ridotto da sé. Il mare lo portò, si calmò, si placò. Come, dunque, poterono portarlo le braccia di Giuseppe?”.

 

2.    Iconografia.

          Quali sono alcune delle testimonianze iconografiche di questo aspetto della vita terrena di Cristo, cioè Gesù all’interno della sua famiglia, ed in essa il ruolo e la figura di San Giuseppe? Seguendo le rappresentazioni iconografiche, ci accorgiamo che della “Sacra Famiglia” e di “San Giuseppe” come figure “a sé stanti” non abbiamo rappresentazioni iconografiche vere e proprie, e dobbiamo cercare soprattutto la figura di Giuseppe come tale nell’iconografia, sempre a partire dai testi evangelici ed anche dalle celebrazioni lungo l’anno liturgico. E dicendo questo faccio una premessa, necessaria ad evitare equivoci teologici, cioè che in Oriente una “icona della Sacra Famiglia” rappresentando Maria e Giuseppe come una bella coppia di sposi con il loro bambino, quasi fosse, mi si permetta, una “foto di famiglia”, quest’icona non esiste, e se tale venisse rappresentata, e forse presentata come un qualcosa “iconograficamente valido”, devo insistere che essa non si trova nelle tradizioni iconografiche orientali che, non dimentichiamolo mai, sono soprattutto teologiche ed ecclesiologiche.

          Comunque, in Oriente ci sono delle rappresentazioni iconografiche che ci presentano le figure di Giuseppe e di Maria assieme al Bambino, ma sono sempre delle icone in rapporto diretto con la sua incarnazione e la sua nascita, e sempre a partire dalle pericopi evangeliche proclamate nelle celebrazioni liturgiche delle feste. Faccio un elenco delle diverse rappresentazioni iconografiche più emblematiche, presentandole in ordine cronologico e liturgico. Esse sono: il sogno di Giuseppe, la Natività di Cristo (25 dicembre), la Circoncisione di Cristo (1° gennaio), l’Incontro di Cristo (2 febbraio). Inoltre, troviamo ancora alcune icone della fuga in Egitto e quella di Gesù in mezzo ai dottori nel Tempio. Come accennato, sono delle icone che hanno sempre una corrispondenza a livello delle grandi celebrazioni lungo l’anno liturgico, soprattutto la Natività, la Circoncisione e l’Incontro.

          In questa iconografia, di cui do alla fine del lavoro degli esempi in immagine fotografica, la figura di Giuseppe appare sempre quasi si volesse presentare in secondo piano, a non oscurare Colui che dell’icona ne è il centro, il personaggio principale, cioè Cristo Signore.

          Sogno di Giuseppe.

          Rappresentazione iconografica del “sogno di Giuseppe” a partire dal testo di Mt 1, 18-24, cioè Giuseppe addormentato con la figura dell’angelo che gli porta l’annuncio della gravidanza verginale di Maria, icona che rimanda, specialmente nelle liturgie di tradizione siriaca, al testo evangelico della seconda domenica precedente il Natale. Di questa scena evangelica riporto tre rappresentazioni iconografiche, in cui appare sempre la figura di Giuseppe dormiente e l’angelo che gli appare in sogno. La terza icona di questa scena, quella della chiesa di San Salvatore in Chora a Costantinopoli risalente al XIV secolo, rappresenta il sogno di Giuseppe nella parte sinistra dell’immagine, e nella parte destra il viaggio di Giuseppe e Maria verso Betlemme. Notiamo, a partire dalle testimonianze dei testi apocrifi, la presenza nell’icona nella sua parte superiore di Maria con la serva che fu testimone dell’Annunciazione; e ancora nella parte destra la figura del giovane che precede e guida la cavalcatura verso Betlemme, identificato come Giacomo “fratello del Signore”, immagine che troviamo quasi identica in qualche icona della fuga in Egitto, personaggio che nei testi apocrifi viene presentato come figlio di un primo matrimonio di Giuseppe.

          Natività di Cristo.

          L’icona della Natività di Cristo ci presenta sempre al centro la figura del bambino neonato fasciato e messo in una mangiatoia/sepolcro. Accanto, centrale pure essa, la figura di Maria la Madre di Dio, con lo sguardo verso il bambino. Infine, quasi messo da parte in un angolo la figura di Giuseppe in un atteggiamento di dubbio di fronte al mistero che la scena rappresenta. In alcune icone addirittura troviamo di fronte a Giuseppe la figura di un personaggio goffo identificato col tentatore, che mette nel cuore di Giuseppe il dubbio sulla vera incarnazione del Verbo di Dio e sulla vera maternità verginale di Maria. Nei testi liturgici riportati abbiamo visto questa dimensione cristologica della figura di Giuseppe nell’icona di Natale, che rappresenta l’uomo sommerso nel dubbio di fronte alla vera incarnazione del Verbo di Dio. Della Natività di Cristo riportiamo due icone, la prima un affresco di Rallis Kopsidis nella cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità ad Atene, opera del XX secolo; e la seconda presa da un manoscritto di un evangeliario siriaco del XIII secolo, nel Tur Abdin in Turchia.

          Circoncisione di Cristo.

          L’icona della Circoncisione di Cristo ha come retroterra la pericope evangelica di Lc 2,21, con il bambino neonato sdraiato su un tavolo/altare, il sacerdote che le esegue la circoncisione e poi le due figure di Maria e Giuseppe in un angolo guardando la scena. L’icona riportata alla fine è un’opera contemporanea di G. Dimov fatta a Sofia in Bulgaria, prendendo come modello un’icona melchita del XIX secolo.

          Incontro di Cristo nel Tempio.

          La parola “Incontro” traduce il termine greco Yπαπαντή, che dà il nome alla festa del 2 febbraio. L’icona rappresenta il testo evangelico di Lc 2, 22-39. Di questa festa riportiamo due icone, la prima un affresco di Rallis Kopsidis sempre nella cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità ad Atene, opera del XX secolo; e la seconda presa da un manoscritto di un evangeliario siriaco del XIII secolo, in Tur Abdin in Turchia. Seguendo l’ordine dell’icona greca, vediamo l’anziano Simeone che accoglie il bambino tra le sue braccia, seguito da Maria con le braccia aperte in atteggiamento di offerta. Poi segue la figura della profetessa Anna con in mano un rotolo aperto con la scritta: “Τούτο το βρέφος ουρανόν και γην εστερέωσεν” (Questo bambino ha fissato cielo e terra). Quindi incontriamo a sinistra dell’icona la figura di Giuseppe presente e guardando la scena.

          Fuga in Egitto.

          La scena iconografica riprende la pericope evangelica di Mt 2, 13-23. Presento due icone: quella musiva della cappella Palatina di Palermo, e un affresco della chiesa rupestre di San Biaggio a San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi, in Italia. In ambedue le icone troviamo Maria seduta sulla cavalcatura, e Giuseppe che porta sulle spalle Cristo. Inoltre, la figura del giovane accompagnante identificato come indicato sopra con Giacomo “fratello del Signore”. Il ruolo di Giuseppe, diventato in questa icona “cristoforo”, dà una dimensione e una lettura cristologica ed ecclesiologica sia alla scena evangelica sia all’icona stessa: lui portando Cristo sulle sue spalle, guida Maria, guida la Chiesa nel suo cammino tra gli uomini. Propongo di vedere in questa iconografia di san Giuseppe anche una icona del ruolo del vescovo nella sua Chiesa, come colui che caricando Cristo sulle sue spalle, caricando il giogo soave del Vangelo, guida i passi della sua Sposa, della sua Chiesa. Accenno soltanto al fatto simbolicamente significativo nell’ordinazione episcopale bizantina, dell’evangeliario aperto e messo proprio sulle spalle dell’ordinando, a significare appunto il giogo evangelico di cui è caricato.

          Gesù dodicenne nel Tempio con i dottori.

          L’icona che presentiamo riprende il testo evangelico di Lc 2, 41-50. Gesù appare seduto in trono, in cattedra, in atteggiamento di insegnare. Lui è il maestro che predica, che insegna. Dietro alla cattedra incontriamo Maria e Giuseppe, un po in disparte, attenti pure loro all’insegnamento di Cristo. L’icona che riportiamo è di Rallis Kopsidis, sempre nella cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità ad Atene, eseguita nel XX secolo.

          Come ultima icona, ho messo anche un’icona di san Giuseppe “da solo”, quasi un unicum iconografico, opera di Rallis Kopsidis, sempre nella cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità ad Atene.

 

3.    Ex cursus. Esegesi “per omonimia”.

          Come “ex cursus” e conclusione dei due punti precedenti, accenno ad un fatto interessante che troviamo nelle tradizioni liturgiche orientali, specialmente in quella siriaca occidentale e in quella bizantina, cioè loro fanno una lettura dei testi biblici ed una loro esegesi a partire dell’omonimia, cioè la comunanza/uguaglianza dei nomi. Andiamo oltre ai parametri esegetici classici: esegesi allegorica / esegesi letterale, ed entriamo in un ambito che ha la sua origine in area siriaca e poi passa anche in area bizantina. Infatti, la tradizione bizantina, per esempio, il sabato che precede immediatamente la Domenica delle Palme celebra la risurrezione di Lazzaro, e lungo tutta la settimana che la precede accosta e contempla in un unico mistero le figure di Lazzaro l’amico di Cristo nel Vangelo di Giovanni (11, 1ss), e Lazzaro il povero della parabola del Vangelo di Luca (16, 19ss).

Di questa lettura esegetica “per omonimia”, nella tradizione siriaca e specialmente nei testi di Sant’Efrem il Siro ne abbiamo diversi esempi attorno alle figure di Maria e di Giuseppe. Ne elenco semplicemente qualche esempio.

Nel commento al Diatessaron (versione siriaca dei quattro Vangeli scritta in un’unica narrazione) troviamo questi testi di Efrem:

Simeone dice: ‘dalla tua anima si allontanerà la spada’. La spada che impediva l’ingresso in paradiso a causa di Eva, Maria l’ha tolta via. Forse (Simeone) dice anche: ‘Tu allontanerai quella spada’, cioè la negazione… Forse dice: ‘Tu allontanerai quella spada’, o forse di più: ‘Tu anche avrai dei dubbi’, perché tu: ‘credevi che era il giardiniere’…”.

Eva diventa figura di Maria, e Giuseppe dell’altro Giuseppe. Infatti, colui ‘che chiese (a Pilato) il corpo di Gesù’ si chiamava Giuseppe. Un primo Giuseppe fu ‘un uomo giusto nel fatto che non denunciò Maria’, ed anche l’altro Giuseppe fu anche giusto nel fatto che ‘non si mescolò ai suoi detrattori’. Per questo fatto, il Signore, che fu affidato al primo Giuseppe al momento della sua nascita, concesse all’altro Giuseppe di seppellirlo dopo la sua morte, affinché il nome di Giuseppe fosse onorato, lui che era stato presente nella grotta alla sua nascita, e lo era stato al momento di essere messo nel sepolcro”.

          Inoltre, in uno degli inni di Efrem sulla Natività di Cristo troviamo ancora questo versetto:

Più eccellente della santità è la verginità. Perché ha generato il Figlio e lo ha alimentato col suo latte. Si è seduta ai suoi piedi e li ha lavati. Nella croce era accanto a lui, e lo vide nella risurrezione”.

          Senza fare un commento a questi testi, indico soltanto la loro bellezza e profondità simbolica e teologica. Maria e Giuseppe “accostati, messi in parallelo” con altri personaggi biblici omonimi nella contemplazione dell’unico mistero della nostra fede.

 

4.    Conclusione.

Abbiamo voluto accostarci quasi a punta di piedi alla figura di san Giuseppe, come icona presente, discreta, fedele accanto a Maria nella contemplazione e la celebrazione del mistero dell’incarnazione di Cristo, Verbo di Dio. Alla fine di queste brevi pagine, oso dire che san Giuseppe ci appare sempre anche come tipo e modello della Chiesa e di ogni cristiano nel suo essere presente nel silenzio, forse nel dubbio, sempre nella fede di fronte al mistero, accanto al mistero, quello della vera incarnazione del Verbo eterno di Dio, nel grembo verginale di Maria.

Quasi parafrasando Efrem il Siro, oserei dire che i nomi di Maria e di Giuseppe diventano per tutti noi cristiani una presenza fedele e discreta, dei testimoni della divino-umanità di Cristo, dalla sua incarnazione alla sua nascita, fino alla sua morte e risurrezione.


Sogno di Giuseppe. Chiesa dell'Assunzione della Vergine. Georgia 1080.


Sogno di Giuseppe. Chiesa di San Nikola Orfanòs, Tessalonica 1320




Sogno di Giuseppe e viaggio a Betlemme. San Salvatore in Chora XIV secolo


Natività di Cristo. Rallis Kopsidis. Cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità. Atene, XX secolo.




Miniatura della Nascita di Cristo. Evangeliario siriaco, XIII secolo.




Circoncisione di Cristo. G. Dimov, Sofia XX secolo.




Incontro di Cristo nel Tempio. Rallis Kopsidis, cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità. Atene, XX secolo.




Miniatura dell’Incontro di Cristo nel Tempio. Evangeliario siriaco, XIII secolo.




Fuga in Egitto. Chiesa San Biaggio, san Vito dei Normanni, XII secolo.




Fuga in Egitto. Cappella Palatina, Palermo, XII secolo.




Gesù nel Tempio tra i dottori. Rallis Kopsidis, cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità. Atene, XX secolo.




San Giuseppe, sposo di Maria. Rallis Kopsidis, cattedrale greco cattolica della Santissima Trinità. Atene, XX secolo.




domenica 14 marzo 2021



Ancora sul viaggio del Papa in Iraq, 3.

Incontro del Papa con i vescovi e sacerdoti. Cattedrale siro cattolica a Bagdad, 6 marzo 2021.

Discorso ai pastori.

Leggo il discorso del papa nell’incontro con i vescovi, sacerdoti religiosi nella cattedrale siro cattolica di Bagdad. Si tratta, direi, di uno dei testi emblematici del pellegrinaggio di papa Francesco tra il Tigri e l’Eufrate. In esso il papa dà quelle che dovrebbero essere le linee guida nell’attività pastorale dei vescovi, dei sacerdoti, dei laici in quelle terre martoriate del prossimo Oriente, e ovunque. Rileggo alcuni dei paragrafi e ne sottolineo alcuni aspetti che mi sembrano importanti.

Il testo intero si trova alla pagina del Vaticano che vi lascio qua sotto. È un testo che deve essere letto per intero e qua ne riposto soltanto alcune parti a modo di campione per far vedere l’importanza di questo discorso.

http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2021/march/documents/papa-francesco_20210305_iraq-clero.html

Si tratta di un discorso in cui papa Francesco sottolinea quelle che debbono essere le linee guide del rapporto paterno e fraterno dei pastori della Chiesa con il popolo del Signore.

“Come vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e responsabili laici, tutti voi condividete le gioie e le sofferenze, le speranze e le angosce dei fedeli di Cristo. I bisogni del popolo di Dio e le ardue sfide pastorali che affrontate quotidianamente si sono aggravate in questo tempo di pandemia. Tuttavia, ciò che mai dev’essere bloccato o ridotto è il nostro zelo apostolico, che voi attingete da radici antichissime, dalla presenza ininterrotta della Chiesa in queste terre fin dai primi tempi. Sappiamo quanto sia facile essere contagiati dal virus dello scoraggiamento che a volte sembra diffondersi intorno a noi. Eppure, il Signore ci ha dato un vaccino efficace contro questo brutto virus: è la speranza. La speranza che nasce dalla preghiera perseverante e dalla fedeltà quotidiana al nostro apostolato. Con questo vaccino possiamo andare avanti con energia sempre nuova, per condividere la gioia del Vangelo, come discepoli missionari e segni viventi della presenza del Regno di Dio, Regno di santità, di giustizia e di pace”.

Sottolinea la presenza cristiana in quelle terre già dai primi secoli. E una presenza ininterrotta. Un tesoro attinto da radici antichissime, e qua il papa riprende la frase presa dall’Esortazione Apostolica di Benedetto XVI Ecclesia in Medio Oriente. E un aspetto fondamentale viene messo subito in primo piano: I pastori condividono la gioia, la speranza e le sofferenze del popolo a loro affidato dal Signore. Giustamente il papa sottolineando che lo zelo apostolico nelle terre irachene sgorga da radici antichissime, insiste nella condivisione e si direbbe la compassione nel senso forte della parola, delle gioie e le sofferenze del popolo affidato ai pastori cristiani. Quindi subito il papa mette in guardia contro il lasciarsi andare allo scoraggiamento, visto dal papa con l’immagine quantomai attuale di un “virus” che contagia le persone, sia pastori che fedeli. Parla e sottolinea anche l’importanza della preghiera perseverante e la fedeltà quotidiana. E questo binomio preghiera-fedeltà cristiana quotidiana viene fuori in diversi momenti del discorso. Quello che facciamo come pastori è sempre sostenuto dalla preghiera e la fedeltà a tutto quanto siamo e facciamo.

“Le difficoltà fanno parte dell’esperienza quotidiana dei fedeli iracheni… Vi ringrazio, fratelli Vescovi e Sacerdoti, di essere rimasti vicini al vostro popolo –vicini al vostro popolo –, sostenendolo, sforzandovi di soddisfare i bisogni della gente e aiutando ciascuno a fare la sua parte al servizio del bene comune… Vi incoraggio a perseverare in questo impegno, al fine di garantire che la Comunità cattolica in Iraq, sebbene piccola come un granello di senape (cfr. Mt 13,31-32), continui ad arricchire il cammino del Paese nel suo insieme”.

Il papa ringrazia i pastori per la fedeltà di essere rimasti accanto al popolo, nel popolo sofferente. Un popolo diminuito in numero a causa delle persecuzioni, ma un popolo accanto al quale bisogna rimanere fedeli. Il dramma delle persecuzioni ha portato all’esilio di fedeli e di clero, ma anche ha portato alla “presenza martiriale” in Iraq, tra le macerie, sia di fedeli che di membri del clero. Importanza della presenza cattolica in Iraq, anche se piccola, ma sempre vissuta come granello di senapa che fruttifica in un albero i cui rami sono luogo di accoglienza. E aggiungo qual il ricordo doveroso nei secoli XIX e XX della presenza feconda di comunità religiose come i domenicani, i gesuiti ed anche presenze di benedettini che lavorarono intensamente e con dei frutti tuttora notevoli ed utili nella preservazione e conservazione di tesori letterari cristiani dei primi secoli, e nell’edizione di testi biblici ancora oggi utili e citati negli studi biblici e patristici soprattutto nella tradizione siriaca.

“L’amore di Cristo ci chiede di mettere da parte ogni tipo di egocentrismo e di competizione; ci spinge alla comunione universale e ci chiama a formare una comunità di fratelli e sorelle… Penso all’immagine familiare di un tappeto. Le diverse Chiese presenti in Iraq, ognuna con il suo secolare patrimonio storico, liturgico e spirituale, sono come tanti singoli fili colorati che, intrecciati insieme, compongono un unico, bellissimo tappeto, che non solo attesta la nostra fraternità, ma rimanda anche alla sua fonte. Perché Dio stesso è l’artista che ha ideato questo tappeto, che lo tesse con pazienza e lo rammenda con cura, volendoci sempre tra noi ben intrecciati, come suoi figli e figlie… Ogni sforzo compiuto per costruire ponti tra comunità e istituzioni ecclesiali, parrocchiali e diocesane servirà come gesto profetico della Chiesa in Iraq e come risposta feconda alla preghiera di Gesù affinché tutti siano uno…. A volte possono sorgere incomprensioni e possiamo sperimentare delle tensioni: sono i nodi che ostacolano la tessitura della fraternità. Sono nodi che portiamo dentro di noi; del resto, siamo tutti peccatori. Tuttavia, questi nodi possono essere sciolti dalla Grazia, da un amore più grande; possono essere allentati dal perdono e dal dialogo fraterno, portando pazientemente i pesi gli uni degli altri (cfr. Gal 6,2) e rafforzandosi a vicenda nei momenti di prova e di difficoltà”.

L’amore di Cristo fonte di comunione e di crescita nelle comunità cristiane irachene. Il papa parla della presenza cristiana in Iraq attraverso le diverse Chiese, servendosi dell’immagine di un tappetto, il cui tessitore è Dio stesso, e i cui colori diversi sono le tradizioni storiche, liturgiche e spirituali di ognuna delle Chiese che lo formano. L’immagine del tappetto serve al papa per illustrare sia la bellezza dell’opera in se stessa, sia anche la realtà umana che si cela in essa, fatta anche di difficoltà, contradizioni, sofferenze. I tessitori sanno bene che ogni tanto nei fili diverso che configurano il tappeto appaiono dei nodi che bloccano il processo di costruzione del tessuto nell’armonia. Bella l’immagine dei nodi che bloccano la tessitura del tappeto e della Grazia, dell’amore fraterno e del perdono che li sciolgono.

“Ora vorrei dire una parola speciale ai miei fratelli vescovi. Mi piace pensare al nostro ministero episcopale in termini di vicinanza: il nostro bisogno di rimanere con Dio nella preghiera, accanto ai fedeli affidati alle nostre cure e ai nostri sacerdoti… Che non vi vedano come amministratori o manager, ma come padri, preoccupati perché i figli stiano bene, pronti a offrire loro sostegno e incoraggiamento con cuore aperto. Accompagnateli con la vostra preghiera, col vostro tempo, con la vostra pazienza, apprezzando il loro lavoro e guidando la loro crescita… sarete per i vostri sacerdoti segno visibile di Gesù, il Buon Pastore che conosce le sue pecore e dà la vita per loro (cfr Gv 10,14-15)… Cari sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti, seminaristi che vi preparate al futuro ministero: tutti voi avete sentito la voce del Signore nei vostri cuori e come il giovane Samuele avete risposto: «Eccomi» (1 Sam 3,4). Questa risposta, che vi invito a rinnovare ogni giorno…. Sappiamo che il nostro servizio comporta anche una componente amministrativa, ma questo non significa che dobbiamo passare tutto il nostro tempo in riunioni o dietro una scrivania. È importante uscire in mezzo al nostro gregge e offrire la nostra presenza e il nostro accompagnamento ai fedeli nelle città e nei villaggi…. Quando serviamo il prossimo con dedizione, come voi fate, in spirito di compassione, umiltà, gentilezza, con amore, stiamo realmente servendo Gesù… Non allontanatevi dal santo popolo di Dio, nel quale siete nati. Non dimenticatevi delle vostre mamme e delle vostre nonne, che vi hanno “allattato” nella fede, come direbbe San Paolo (cfr. 2 Tm 1,5). Siate pastori, servitori del popolo e non funzionari di stato, chierici di stato. Sempre nel popolo di Dio, mai staccati come se foste una classe privilegiata. Non rinnegate questa “stirpe” nobile che è il santo popolo di Dio”.

Una parola del papa per i vescovi. Essi debbono essere padri del gregge, fedeli alla preghiera e accanto ai fedeli. Ritroviamo il binomio¨preghiera-presenza accanto al popolo. Accompagnare il gregge con la preghiera, la dedizione gratuita (dare del tempo!) e la pazienza. Rinnovare ogni giorno il nostro sì, il nostro “eccomi” al Signore. Uscire ed offrire. Pastori del e nel popolo di Dio.

“Penso in particolare ai giovani. Ovunque sono portatori di promessa e di speranza, e soprattutto in questo Paese. Qui, infatti, non c’è solo un inestimabile patrimonio archeologico, ma una ricchezza incalcolabile per l’avvenire: sono i giovani! Sono il vostro tesoro e occorre prendersene cura, alimentandone i sogni, accompagnandone il cammino, accrescendone la speranza. Benché giovani, infatti, la loro pazienza è già stata messa duramente alla prova dai conflitti di questi anni. Ma ricordiamoci, loro – insieme agli anziani – sono la punta di diamante del Paese, i frutti più saporiti dell’albero: sta a noi, a noi, coltivarli nel bene e irrigarli di speranza”.

Accenno molto bello e toccante ai giovani. Essi sono l’altro aspetto importante dell’Iraq: archeologia e giovani, immagine contrastante e molto bella. In una terra segnata dalla persecuzione, dalla sofferenza, dalle privazioni, dall’esilio della popolazione indigena e specialmente dai giovani, questo accenno del papa prende tutta la sua forza e la sua attualità.

          Si tratta quindi di uno dei discorsi direi più importanti di tutto il pellegrinaggio del papa. IL vescovo, il sacerdote, il pastore delle Chiese cristiane in Iraq è l’uomo col popolo e nel popolo, l’uomo di preghiera, di ascolto e di pazienza.