martedì 11 febbraio 2020


Il dono di essere sacerdote.
Alcune riflessioni sui sacerdoti celibi e i sacerdoti sposati
Scrivo alcune semplici riflessioni a partire dalla mia esperienza come già rettore del Pontificio Collegio Greco (PCG) di Roma, per quanto riguarda il tema del sacerdozio uxorato e celibatario in Oriente. Sono soltanto delle note che scrivo, senza pretese. Se possono essere di aiuto, in un momento in cui si parla mi sembra anche troppo facilmente e superficialmente di questo tema in Occidente. Forse sarebbe il momento di ripetere soltanto la frase da alcuni attribuita a Santa Teresa d’Avila, e da altri a Sant’Ignazio di Loyola: “En tiempos de tribulaciòn, no hacer mudanza” (In tempi di tribolazione, non muoverti, non fare traslochi). Quindi sono delle note a partire dall’esperienza vissuta dal 1996 al 2016 al PCG come padre spirituale prima dal 1996 al 1999, e poi come rettore dal 1999 al 2016.
Bisogna precisare sia a livello di linguaggio che di contenuto, che l’Oriente cristiano ordina al diaconato e al presbiterato anche degli uomini previamente sposati. Con questo intendo evitare io stesso e che si eviti l’espressione facile e anche banale, cioè quella di dire: “in Oriente i preti si sposano”. In Oriente nessun prete si sposa, ma, ripeto, l’Oriente cristiano, cattolico e ortodosso, ordina anche uomini previamente sposati. E non soltanto dei “viri probati” ma già dei giovani seminaristi che hanno finito i loro studi teologici.
I “ritmi sacramentali” in ognuna delle Chiese Orientali è diverso. Per “ritmo sacramentale” intendo il tempo tra l’uno e l’altro dei sacramenti. In alcune Chiese il tempo tra matrimonio, diaconato e presbiterato è piuttosto ridotto, alcuni mesi soltanto. In altre Chiese, invece, tra il matrimonio e il diaconato vengono chiesti da tre a cinque anni di attesa. Forse per una “stabilità matrimoniale” della coppia? Da una parte il vantaggio dell’attesa per appunto in qualche modo confermare questa stabilità della coppia. Dall’altra parte però, sorge il problema del sostentamento economico della coppia prima del diaconato. Sono questioni che lascio aperte come appunti.
Parlo dalla mia esperienza vissuta con seminaristi provenienti da Chiese Orientali Cattoliche, e insisto sul fatto che essere orientale e cattolico non vuole dire essere “latino o latinizzato”, anzi. La Chiesa di Roma quasi sempre ha rispettato e rispetta la prassi ecclesiologica, teologica, liturgica, spirituale e canonica delle Chiese Orientali Cattoliche.
Il PCG accoglie seminaristi da diverse provenienze nazionali, etniche ed ecclesiali: italo-albanesi, melchiti, ungheresi, serbi, romeni, ucraini... Seminaristi orientali cattolici di rito bizantino, ed anche alcuni seminaristi latini dalle diocesi latine della Grecia e da Piana degli Albanesi, eparchia italiana in Sicilia che ha anche alcune parrocchie latine.
Durante un ventennio, ho potuto conoscere Chiese Cattoliche Orientali di tradizione bizantina che hanno avuto sempre il doppio clero, uxorato e celibe, e ce l’hanno questo doppio clero in proporzioni diciamo molto varie: da alcune Chiese in cui quasi il 90% del clero è sposato, ad altre Chiese in cui il clero uxorato è a livello del 75% oppure soltanto del 50 o del 30%.
Nel mio periodo come rettore ho cercato di aiutare al discernimento maturo, serio e responsabile, sia verso il celibato sia verso il matrimonio, nella consapevolezza che in nessuno dei due casi si tratta della soluzione più facile o eventualmente più comoda. Cercavo in quegli anni del mio rettorato di far venire per una conferenza ai seminaristi, ogni anno, un prete uxorato e magari anche con la moglie, e un prete celibe, per spiegare e condividere con i seminaristi la loro esperienza. In questi anni del mio rettorato anche ho potuto conoscere abbastanza bene ognuna delle Chiese di provenienza dei seminaristi, soprattutto potendole visitare con motivo dei matrimoni dei seminaristi e delle ordinazioni e del battesimo dei figli, o in altre occasioni.
Dopo questi anni nel PCG, nelle diverse Chiese Orientali Cattoliche che ho conosciuto, ho trovato e conosciuto dei sacerdoti uxorati ottimi sacerdoti ed ottimi padri di famiglia. Preti uxorati che hanno delle cariche fino a vicario generale nelle diocesi. Ed anche dei preti celibi ottimi sacerdoti. Ci sono però, come ovunque, anche dei problemi e delle situazioni non facili da risolvere, a cui accennerò anche.
Il clero uxorato non è, secondo me, la soluzione per nessuna situazione diciamo problematica di qualsiasi tipo, e meno ancora per la mancanza di vocazioni in nessuna parte del mondo, né in Oriente né in Occidente. Ci sono diocesi in Oriente che hanno vocazioni e diocesi che ne hanno poche e addirittura non ne hanno, indipendentemente di avere o non clero uxorato. Sono convinto che per l’Occidente e un po anche per l’Oriente, il problema è in parte la secolarizzazione certamente, ma soprattutto lo è la decristianizzazione. Quindi direi che ,affrontare una discussione / riflessione, profonda e serena sull’apertura ad ordinare uomini sposati in Occidente, in un momento di profonda crisi di mancanza di sacerdoti, non è una soluzione valida nel modo più assoluto.
Il tema di “aprire la Chiesa Cattolica Latina” a ordinare uomini sposati, io l’allargherei dicendo “aprire la Chiesa Cattolica Latina ai preti celibi ed ai preti sposati”. Cosa intendo con questo “aprire”? Intendo dire che la riflessione va fatta sottolineando il valore e la centralità, ed anche le difficoltà ed i problemi dei sacerdoti sia nel celibato sia nel matrimonio. Detto in un altro modo, la necessità di mettere di nuovo in rilievo il valore umano, teologico ed ecclesiologico dell’essere prete di Gesù Cristo nella vita della Chiesa. Non è una realtà ed anche forse una questione / problema soltanto di statistiche ma una vera e propria questione umana, teologica ed ecclesiologica. Chi / cos’è il sacerdote cristiano? E chi è nella Chiesa il sacerdote cristiano? Approfondire sulla bellezza e le difficoltà, teologiche ed umane, dell’essere sacerdote celibe; ed approfondire sulla bellezza e le difficoltà, teologiche ed umane pure queste, dell’essere sacerdote sposato.
Un altro aspetto a considerare è la dimensione che suppone l’essere moglie di un prete, ed il suo ruolo nella vita della diocesi, della parrocchia dove il marito è parroco. Si tratta anche di una vocazione, un servizio ecclesiale senza dubbio. Quindi il bisogno di porgersi la domanda: ci sono delle ragazze disposte a sposare un seminarista, un futuro prete? La moglie del prete deve impegnare la sua vita nelle attività parrocchiali e pastorali del marito, tutta la famiglia viene impegnata in esse. Conosco casi di ragazze, addirittura figlie di prete, che non vogliono sentirne di sposare un seminarista, un futuro prete. Ed anche casi di seminaristi che per lunghi anni cercano la loro ragazza, rimandando quindi la loro ordinazione diaconale e sacerdotale.
Prima accennavo a situazioni problematiche che ci sono sia in Oriente che in Occidente. Accenno soltanto a qualcuna di esse. Nel caso di rottura del matrimonio di un prete, cosa si fa o come la Chiesa gestisce la situazione? Rottura per cause di disaccordo tra i due, oppure rotture a causa di una “terza persona” di mezzo. Come risolvere. Pensare anche ai figli dei sacerdoti che debbono essere un esempio di vita cristiana. Come gestire le situazioni “problematiche” con i figli?
Si deve pensare anche a come affrontare situazioni di “organizzazione ecclesiale” o diocesana: i trasferimenti di parrocchia. Prevedere anche a una pensione per le vedove dei preti.
          Vi condivido queste mie riflessioni, scritte a partire da una esperienza personale, ecclesiale e oso dire teologica nella vita delle Chiese Orientali Cattoliche.
+P. Manuel Nin
Esarca Apostolico


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