martedì 1 novembre 2016

Di fronte a quelle chiese rovinate. La speranza che rinasce dalla preghiera. Da Norcia a Qaraqosh.
La tradizione bizantina recita ogni giorno all’inizio del vespro il salmo 103, che nel versetto 32 canta: “…Lui che guarda sulla terra e la fa tremare: tocca i monti e fumano”. In queste settimane che l’Italia è stata ed è ancora investita dalle scosse sismiche, giorni in cui i mezzi ci hanno fornito delle immagini di tanti uomini e donne sfollati, di paesi, case, chiese devastate dal sisma, il versetto del salmo non esce facilmente dalla bocca e dal cuore. Settimane che oltre alle scosse telluriche, abbiamo continuato a sentire le scosse belliche, martellanti su Mosul e altre città della Siria. Luoghi cari a tutti noi, dall’Umbria di san Benedetto alla Piana di Ninive di Sant’Efrem, luoghi dove tanti cristiani lungo i secoli hanno vissuto, hanno pregato, hanno sofferto, hanno aperto i loro cuori al Signore e agli uomini. Luoghi di pellegrinaggio ai posti di nascita o di morte dei santi, da Egeria nel IV secolo alla tomba di sant’Efrem, fino ai nostri giorni il pellegrinaggio di tanti monaci fino a Norcia per trovare il luogo che fu culla di san Benedetto e l’accoglienza di fratelli che lì pregavano nella quotidianità del loro umile servizio.
In ambedue i luoghi, Umbria e Messopotamia, fedeli e monaci hanno pregato, gioito e pianto in quelle chiese oggi ridotte a macerie. Uomini e donne, monaci e monache che a Norcia hanno dovuto lasciare case e celle, masserie e lavoratori del quotidiano impegno monastico, nel pianto e nella sofferenza. Uomini e donne, sacerdoti e fedeli che sono ritornati a casa nella loro Qaraqosh in Iraq, e che mai avevano lasciato nel profondo del loro cuore. Macerie dall’Umbria alla Piana di Ninive, macerie però grondanti dal canto gregoriano dei monaci, dal canto bizantino dei fedeli, dal canto siriaco che porta gli accenti, il suono della lingua parlata da Gesù stesso. Croci buttate a terra dagli uomini, croci crollate al suolo dalle scosse, in queste settimane sono immagini che ci si sono presentate quasi in parallelo ai nostri occhi. Attaccate a quelle croci, tra quelle mura, in quei sassi, erano e sono contenute le preghiere degli uomini e delle donne, dei monaci, delle monache, dei pellegrini, che le hanno sì imbevute di fede e di speranza.
Un confratello monaco in questi giorni mi confessava: “La creazione e il cuore umano portano una ferita che ogni tanto fa tremare tutto”. Ma di questa ferita, che si congiunge sempre a quella del Signore sulla croce, ne sgorga la speranza. Due immagini sono diventate quasi un’icona ai nostri occhi: Monaci e popolo pregando a Norcia, in piazza, inginocchiati tra le macerie…. Monaci e preti e popolo pregando a Qaraqosh, tra le macerie… E da queste macerie, dall’Italia all’Iraq, rinasce la speranza, la vita, e rinasce dalla preghiera del popolo e dei monaci, inginocchiati in piazza, raggruppati attorno a un piccolo altare tra le macerie.
         In queste settimane, da agosto ormai, è stato il terremoto che ha scosso le nostre case, le nostre chiese, i nostri cuori fino a far versare delle lacrime per quella storia venuta giù a pezzi, per quelle persone che hanno perso i loro cari, le loro case, il loro lavoro, si potrebbe dire le loro radici. Ma le radici vere, malgrado le scosse, rimangono lì, a Norcia e a Qaraqosh, no si staccano da una terra che ha loro generato, fatto crescere, vivere, amare.

         Scosse che in queste ultime settimane hanno colpito i nostri occhi, i nostri cuori. Guardare Aleppo devastata fino all’inverosimile, rivedere Mosul nella sofferenza di coloro che quasi martiri ci sono ancora, vedere Qaraqosh nelle sue chiese frantumate, scorgere Norcia, e tanti paesi dell’Italia tra le macerie. Chiese e case sobbalzate dalla terra tremante, e altre distrutte non dalle scosse della terra ma di quelle altre scosse, pure micidiali, delle bombe, e dell’odio. Domenica mattina a Norcia e a Qaraqosh, monaci e popolo erano lì pregando inginocchiati in piazza, celebrando i Santi Misteri attorno a un piccolo altare nei ruderi delle chiese, annunciando la risurrezione di Cristo con fede e con speranza, con un unico canto di vittoria, che non è la vittoria degli uomini ma quella del loro Signore: “Venite, prostriamoci ed adoriamo al Cristo Signore. Salvaci, Figlio di Dio, risorto dai morti”.




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