mercoledì 13 maggio 2026

Mosaico della Pentecoste. Grottaferrata, XII secolo
 

Lettera pastorale per la Pentecoste 2026

Carissimi fratelli monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata, questa è la mia prima lettera pastorale che vi indirizzo come Esarca Apostolico di Grottaferrata.

Dal primo momento del mio arrivo a questo venerabile e millenario monastero ho insistito nel ruolo fondamentale che Grottaferrata ha come monastero bizantino alle porte di Roma, e come Esarcato Apostolico, cioè come Chiesa sui iuris orientale cattolica, in piena comunione con il vescovo di Roma e aperta al dialogo franco e fraterno con le confessioni cristiane orientali che hanno sempre amato questo venerabile luogo, fondato cinquant'anni prima dello scisma di Oriente e che si è voluta e si vuole e si presenta come luogo, quasi palestra, per un vero e franco e fraterno dialogo ecumenico.

Grottaferrata monastero e Chiesa sui iuris, luogo di preghiera, di silenzio, di comunione fraterna, luogo di annuncio del Vangelo a tanti uomini e donne che guardano Grottaferrata proprio per questo. Grottaferrata anche come luogo di dialogo culturale e intellettuale in ambito sempre cristiano.

La lettura di diversi testi dei Padri della Chiesa nelle ultime settimane, mi porta a proporvi di riflettere insieme, monaci e laici che siete vicini al nostro monastero di Grottaferrata, su un aspetto che ritengo sia importante nella nostra vita come vescovo esarca, come monaci e come cristiani: la nostra vocazione, la vera chiamata dal Signore affinché -nella Chiesa e nel mondo- siamo uomini e donne di comunione, uomini che nella Chiesa sanno creare, per dono e grazia del Signore stesso, la comunione nel Corpo di Cristo a loro affidato, di cui sono, siamo, membra vive. Parlando dei Padri, ricordiamo che sono stati nelle loro Chiese dei pastori, sacerdoti e vescovi, sono stati sempre, hanno cercato sempre di creare, non dico soltanto attorno a sé, ma anche e soprattutto nel gregge a loro affidato quella comunione, quella carità, quell’amore che sgorga da dove? Sgorga dal Vangelo del Signore. All’inizio del mio servizio monastico ed episcopale a Grottaferrata, monastero ed Esarcato alle porte di Roma, voglio proporvi, preparandoci alla prossima Pentecoste, ai monaci ed ai fedeli che frequentate questa nostra Chiesa, alcune riflessioni che ci aiutino a vivere il dono dello Spirito Santo nelle nostre vite.

Propongo quindi alla vostra riflessione, di vedere e di vivere il nostro essere cristiani e in modo speciale il nostro essere monaci, come uomini di comunione, cioè chiamati a diventare sempre nel nostro essere, nel nostro agire, nel nostro parlare, uomini di comunione, uomini che creino nella Chiesa quella comunione che il Signore stesso ha voluto che ci fosse già tra i Dodici, tra i suoi più fedeli discepoli della prima ora. È un argomento, un aspetto, che mi veniva ripetutamente in mente durante la lettura del primo dei dodici Vangeli nel mattutino del Venerdì Santo. È una lunghissima pericope evangelica, la ricordiamo bene, che inizia con la lavanda dei piedi fatta dal Signore ai discepoli nel capitolo tredicesimo del vangelo di Giovanni: “…Gesù versò dell’acqua nel catino e incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con il panno del quale si era cinto” (Gv 13,5), e finisce con la preghiera che il Signore fa al Padre nel capitolo diciassette dello stesso vangelo: “…che tutti siano uno come tu, Padre, in me ed io in te, affinché siano anch’essi in noi, e così il mondo creda che tu mi hai mandato…” (Gv 17,21). Il Signore si fa piccolo ai piedi dei discepoli affinché essi, tutti noi, vediamo che è nel servizio anche più umile dove nasce la comunione fraterna tra di noi.

Il Signore nelle Beatitudini annuncia: Beati coloro che “creano…, fanno… la pace…. (cf., Mt 5,9). A partire da questa frase del Vangelo, direi che il Signore stesso ci chiede specialmente a noi monaci e fedeli cristiani di essere nella Chiesa “creatori di pace” e soprattutto “creatori di comunione, fattori di comunione”; il testo delle Beatitudini dice “μακάριοι ο ερηνοποιοί”, e facendo una parafrasi aggiungo: μακάριοι ο κοινοποιοί”. E chiediamoci noi tutti allora perché dobbiamo essere uomini di comunione? Cosa vorrà dire “essere uomini di comunione” nella Chiesa. Non è una domanda astratta bensì mi sembra molto concreta. E la risposta diventa, è anche essa molto concreta: Perché viviamo in una Chiesa, Grottaferrata monastero ed Esarcato, una Chiesa che tutti noi, vescovo, monaci e fedeli, siamo chiamati ad amare come una sposa, e di cui mai nessuno potrà presentarsi ed erigersi come unico signore o padrone. Grottaferrata è un monastero e una Chiesa che dobbiamo amare, servire, e mai e poi mai servirsene per i propri interessi. Grottaferrata è stata data, affidata dal Signore ai monaci che ne siamo custodi, ne siamo garanti della fedeltà ad una tradizione millenaria ma sempre aperta a tutto quello che il Signore nel millennio a cui guardiamo ci chiederà di fare e di vivere.

San Giovanni Crisostomo, nel suo Dialogo sul sacerdozio, parlerà ripetutamente del legame sponsale del vescovo e dei sacerdoti (ed io mi permetto di aggiungere “dei monaci e dei fedeli”) con la propria Chiesa. Essere uomini di comunione vorrà dire in primo luogo “amare la Chiesa”. Amare la Chiesa come sposa, come Cristo stesso l’ha amata e la ama. Il nostro modello è sempre ed unicamente Cristo.

Amare la Chiesa a tre livelli o sotto tre aspetti fondamentali: nella sua storia; nei suoi santi; quindi, nel suo vescovo, nei monaci e sacerdoti, nei fedeli, cioè in tutto il popolo di Dio che costituiamo questa Chiesa che per noi ha un volto ed è Grottaferrata.

Amare Grottaferrata nella sua storia: in quei fatti che ci hanno segnato e ci segnano dall’origine della nostra storia mille anni fa. Una storia forse sofferta, non facile, ma una storia che è la nostra, come comunità monastica e cattolica di tradizione bizantina alle porte di Roma. Amare la nostra storia senza mai né rinnegarla né manipolarla, anzi farla ben nostra. Dobbiamo esserne fieri di questa nostra storia, perché è una storia segnata e guidata dall’amore e dal perdono del Signore. Saremo uomini di comunione se amiamo la nostra storia, quel che siamo stati e quel che siamo, nella piena fiducia anche per quel che saremo.

Amare la Chiesa nei suoi santi. Lodate Dio nei suoi santi… cantiamo ogni giorno nel salmo 150. Amare tutte quelle persone che lungo la storia, lungo il primo millennio della nostra storia hanno pregato, si sono santificati grazie ai sacramenti e alla carità nel nostro monastero. Santi che hanno “fatto” con la loro fedeltà quotidiana Grottaferrata. E poi amare tutte quelle persone -esarca, monaci, fedeli, che continuano a santificarsi, a cercare di essere e vivere da cristiani nella nostra abbazia.

Amare la comunità dei monaci, ed il popolo. L’esarca, nella persona di quelli che ci hanno preceduti -non dobbiamo mai rinnegare la nostra storia-, e nella persona di quelli che oggi nella vita di ognuno di noi il Signore ha chiamato a questo servizio pastorale. Amare i monaci per il loro servizio generoso al monastero, nelle loro debolezze e nel loro darsi senza misura per servire questa famiglia monastica ed ecclesiale. Amare il popolo di Dio, amare ed accogliere i fedeli, molti o pochi che essi siano, giovani o anziani, deboli, malati…, ma sempre popolo amato dal Signore e quindi chiamati anche noi ad amarlo e servirlo. Chiamati ad essere uomini di comunione nell’amore, nel servizio, nel perdono, nella nostra Chiesa. E si tratterà sempre di un amore sponsale verso la propria Chiesa, una Chiesa concreta, non astratta, non “campata per aria”, ma fatta da volti e persone concrete. Amare la Chiesa come sposa di Cristo.

Questo amore alla Chiesa, a Grottaferrata, che ci chiama e ci esige di essere veramente “…uomini di comunione… κοινοποιοί“, ha il suo fondamento in tre aspetti fondamentali che prendo dal pensiero di papa Benedetto XVI: un amore teologico, sacramentale ed affettivo verso la propria Chiesa.

Amore teologico. Cosa intendiamo con questa espressione? Si tratta di amare e servire la Chiesa, la propria Chiesa, perché essa è voluta ed amata dal Signore stesso; da Lui fondata, e da Lui vivificata lungo i secoli. La Chiesa è divina benchè fatta da uomini; essa vive anche nella dinamica dell’Incarnazione. Amiamo e serviamo la Chiesa perché essa è il Corpo di Cristo, da Lui voluta ed amata. È Lui che l’ha voluta e la vuole, che l’ha amata e la ama e per lei continua ad offrire ogni giorno il Suo Corpo ed il Suo Sangue. Amiamo quindi Grottaferrata per quello che essa è e rappresenta nella sua storia e nel suo oggi ecclesiale e monastico, senza mai cercare personali o da parte.

Amore sacramentale. Quindi nell’offerta del Suo Corpo ed il Suo Sangue, nei sacramenti il Signore continua ad elargire il suo amore verso tutti noi. Amore sacramentale verso la Chiesa vorrà dire quindi accogliere pure noi ed elargire tutti quei mezzi che il Signore dà alla Chiesa per la santificazione dei fedeli: dal battesimo all’eucaristia, dal dono dello Spirito Santo al perdono e alla carità. Siamo dispensatori di grazia e di carità.

Amore affettivo. Un amore affettivo ed effettivo. Un amore che diventa concreto verso le persone che oggi siamo stati chiamati dal Signore ad essere membra del suo Corpo che è la Chiesa, la nostra Chiesa concreta che è Grottaferrata, piccola e grande allo stesso tempo, con dei problemi, certamente, ma amata e voluta e santificata dal Signore. E per questo anche da noi amata e accolta con entusiasmo.

Quindi questa mia lettera pastorale, la prima come Esarca Apostolico a Grottaferrata, vuole essere un’esortazione a tutti voi, monaci e fedeli, ad amare il nostro monastero, la nostra Chiesa Orientale Cattolica alle porte di Roma, ad amarla e rispettarla sempre nei suoi ritmi, nella sua vita di ogni giorno.

Vi benedico tutti e vi assicuro la mia preghiera e quella della comunità dei monaci per tutti.

+P. Manuel Nin

          Esarca Apostolico di Grottaferrata


 

Ascensione del Signore. Manoscritto siriaco XIII secolo

L’Ascensione del Signore nella tradizione bizantina

Oggi il Signore cerca Adamo e lo fa sedere nella gloria

Tutte le feste dell’anno liturgico nella tradizione bizantina hanno un chiaro contenuto teologico, e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna, diventa per noi un maestro, sul come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: “…per noi uomini e per la nostra salvezza… si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo”. Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il giovedì quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede.

         La festa dell’Ascensione del Signore, celebrata il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione dai morti, è una delle grandi feste negli anni liturgici di tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente. Mi soffermo nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bel intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo.

         Il primo tropario del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: “Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall’eternità, nel suo seno dimora. Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima.”. Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito. In questo tropario troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. In questo tropario troviamo l’espressione: “…stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro…”, mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase: “…restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro.” Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio.

Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: “Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”. Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa. In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli -e in alcuni tropari troviamo menzionata anche la Madre di Dio-, sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. In secondo luogo, l’immagine molto bella usata nel tropario: “…O tu che per me come me ti sei fatto povero…”, che riprende 2Cor 8,9 e Fil 2,6-7, per parlare dell’incarnazione. Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascensa: “Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini. Con loro anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti, nella tua grande misericordia”.

         Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: “Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima… Mentre tu ascendevi, o Cristo, …le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria… Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre”. Il dialogo del salmo lo troviamo possiamo dire messo in scena tra lo Spirito Santo e gli angeli, oppure tra gli angeli tra di loro. Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi. In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: “Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli”.

         L’Ascensione del Signore adempie, porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: “Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi”.


 La Ascensión del Señor en la tradición bizantina

Hoy el Señor busca a Adán y le hace sentarse en la gloria

Todas las fiestas del año litúrgico en la tradición bizantina tienen un contenido teológico claro y se son en sí mismas una verdadera profesión de fe a nivel trinitario, cristológico y eclesiológico. Una profesión de fe y, por lo tanto, también mistagogía para los fieles que rezan, leen y cantan los textos litúrgicos. Además, el uso que estos textos hacen de la Sagrada Escritura, sea del Antiguo como del Nuevo Testamento, nos muestra y nos enseña, se convierte en un maestro para nosotros sobre cómo acoger, leer, rezar y hacer nuestro propio texto bíblico. Los troparios de las grandes fiestas nos hacen cantar y celebrar nuestra profesión de fe con imágenes poéticas y, al mismo tiempo, teológicas. Y así, la liturgia bizantina se convierte en una profesión de fe, una celebración de esta fe y una proclamación del misterio central de cuál es nuestro "credo" como Iglesia cristiana: "... por nosotros, los hombres, y por nuestra salvación... se encarnó del Espíritu Santo y de la Virgen María y se hizo hombre." Encontramos este vínculo estrecho, esta relación entre la liturgia y la profesión de fe, especialmente presente en la fiesta de la Ascensión del Señor, el jueves del día cuadragésimo después de Pascua. Es una fiesta litúrgica en la que encontramos entrelazados, como si fuera un gran tapiz, todos los grandes momentos de nuestra fe.

         La fiesta de la Ascensión del Señor es una de las grandes fiestas en los diversos años litúrgicos de todas las Iglesias cristianas de Oriente y Occidente. Me detengo en la tradición bizantina, cuyos textos litúrgicos son una verdadera y propia profesión de fe que repasa, podemos decir, los grandes momentos de la historia de la salvación, desde la Encarnación de la Palabra eterna de Dios, hasta su nacimiento, su pasión y muerte, y luego su resurrección y ascensión al cielo, donde llevó consigo, glorificó a nuestra naturaleza humana redimida y salvada, y de donde ha enviado, como un don al Espíritu Santo. A través de los textos de la liturgia, la Iglesia nos hace saborear, en una hermoso equilibrio de teología y de poesía, los grandes momentos de salvación que tienen lugar para nosotros en Cristo.

         El primer tropario de vísperas de la fiesta introduce los aspectos principales que más tarde encontraremos en todos los demás textos litúrgicos: "El Señor ha ascendido al cielo para enviar al Paraclito al mundo. Los cielos han preparado su trono, las nubes el carro en el que subir; se asombran los ángeles al ver a un hombre por encima de ellos. El Padre recibe a aquél que habita en su seno desde la eternidad. El Espíritu Santo ordena a todos sus ángeles: “Elevad, puertas, vuestros dinteles. Aplaudan todos, porque Cristo ha ascendido donde estaba antes". Vemos cómo la Ascensión del Señor está perfectamente conectada con el don del Espíritu Santo, y todos los troparios destacarán esta conexión entre la Ascensión del Señor y el descenso, el don del Espíritu. En este tropario también encontramos otro tema que aparece repetidamente en los textos de la fiesta, a saber, la maravilla, el asombro de los ángeles antes de la Ascensión del Señor. En este tropario encontramos la expresión: "...se asombran los ángeles al ver a un hombre por encima de ellos...", mientras que en otro de los textos litúrgicos encontramos la frase: "...y los querubines se sorprenden al verte venir en las nubes, oh Dios, que te sientas sobre ellas." El asombro de los ángeles se convierte en los textos eucológicos en una verdadera profesión de fe en el Verbo de Dios encarnado, verdadero Dios y verdadero hombre, manifestada a través del asombro de los ángeles al ver a un hombre, la maravilla de los querubines al ver a Dios.

Encontramos esta misma profesión de fe bellamente cantada de nuevo en otro de los troparios: "Señor, cuando se completó el misterio de tu economía, llevaste contigo a tus discípulos y subiste al Monte de los Olivos; y he aquí, te fuiste más allá del firmamento del cielo. Oh tú que por mi causa te hiciste pobre como yo, y ascendiste allí, de donde nunca partiste, envía tu Espíritu Santísimo para iluminar a nuestras almas." De este fragmento subrayo dos aspectos que también encontramos en otros textos de la misma fiesta. En primer lugar, la presencia de los discípulos en la Ascensión del Señor, un hecho que, además de ser un dato evangélico, es también un dato eclesiológico: los discípulos —y en algunos troparios también encontramos mencionada a la Madre de Dios— son testigos de la Ascensión y, por lo tanto, de la plena glorificación y redención de nuestra naturaleza humana, asumida por Cristo y glorificada por él; de hecho, el propio icono de la Ascensión nos muestra la presencia de la Madre de Dios y de los Doce Apóstoles con Pablo. En segundo lugar, la imagen muy hermosa utilizada en el tropario: "...Oh, vosotros que por mi causa os habéis empobrecido como yo...", que incluye 2 Cor 8:9 y Fil 2:6-7, para hablar de la Encarnación. Este es un tema que volvemos a encontrar en otros troparios, es decir, la conexión evidenciada en paralelo entre la encarnación/descenso y la glorificación/ascensión: "Tú que, sin separarte del seno de tu padre, oh dulce Jesús, viviste en la tierra como hombre, hoy desde el Monte de los Olivos ascendiste en gloria: y habiendo levantando, por tu compasión a nuestra naturaleza caída, la hiciste sentar contigo junto al Padre. Por esta razón, los ejércitos celestiales de los incorpóreos, admirados por el prodigio, extasiados por el temblor, magnifican tu amor hacia los hombres. Junto con ellos también nosotros aquí en la tierra, glorificando tu descenso hacia nosotros y tu ascensión de entre nosotros, te suplicamos: Oh tú que con tu Ascensión has llenado a los discípulos y a la Madre de Dios que Te engendró de alegría infinita, por sus oraciones concédenos también la alegría de ser tus elegidos…".

         En los textos de la fiesta encontramos un uso abundante, con una interpretación claramente cristológica y soteriológica, del salmo 23 directamente relacionado con la Ascensión del Señor: "El Espíritu Santo ordena a todos sus ángeles: Elevad, puertas, vuestros dinteles. Todos, aplaudan, porque Cristo ha subido hasta donde estaba antes... Mientras ascendías, oh Cristo, ... las huestes celestiales que te han visto, aclaman unos a otros: ¿Quién es éste? Y responden ellos mismos: "Él es el fuerte, el poderoso, el poderoso en batalla; es verdaderamente el Rey de la gloria... Elevad, puertas, vuestros dinteles: he aquí, Cristo, Rey y Señor, ha venido, vestido de cuerpo terrenal." Encontramos el diálogo del salmo podemos decir escenificado entre el Espíritu Santo y los ángeles, o entre los ángeles entre ellos. En esta fiesta, como en muchas otras de la tradición bizantina, nos encontramos siempre con una exégesis cristológica aplicada a los salmos.

         En uno de los troparios de los laudes de la fiesta, encontramos resumidos en cuatro versículos el desconcierto de Adán tras el pecado, y la encarnación de Cristo con la imagen del revestirse de la naturaleza de Adán, presentada como si fuera el icono del buen pastor que lleva sobre sus hombros, que toma sobre si a la oveja perdida y la hace sentar con él en gloria:  "Después de buscar a Adán, que se había desviado por el engaño de la serpiente, oh Cristo, revestido de él, ascendiste al cielo y te sentaste a la derecha del Padre, participe de su trono, mientras los ángeles te cantaban…"

         La Ascensión del Señor lleva a la perfección la obra de nuestra redención, porque él, habiendo ascendido al cielo, permanece siempre con nosotros y a nuestro lado. Romano Melodo (+555) canta en uno de los troparios de la fiesta: "Habiendo completado la economía a nuestro favor y unido a las realidades celestiales las realidades terrenales, has ascendido en gloria, oh Cristo nuestro Dios, sin separarte en absoluto de los que te aman; sino permaneciendo inseparable de ellos afirmas: Estoy con vosotros, y nadie está en contra de vosotros."

 +P. Manuel Nin

Esarca Apostolico

Grottaferrata