Lettera pastorale per
la Pentecoste 2026
Carissimi fratelli
monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata, questa è la mia prima
lettera pastorale che vi indirizzo come Esarca Apostolico di Grottaferrata.
Dal primo momento del
mio arrivo a questo venerabile e millenario monastero ho insistito nel ruolo
fondamentale che Grottaferrata ha come monastero bizantino alle porte di Roma,
e come Esarcato Apostolico, cioè come Chiesa sui iuris orientale
cattolica, in piena comunione con il vescovo di Roma e aperta al dialogo franco
e fraterno con le confessioni cristiane orientali che hanno sempre amato questo
venerabile luogo, fondato cinquant'anni prima dello scisma di Oriente e che si
è voluta e si vuole e si presenta come luogo, quasi palestra, per un vero e franco
e fraterno dialogo ecumenico.
Grottaferrata
monastero e Chiesa sui iuris, luogo di preghiera, di silenzio, di
comunione fraterna, luogo di annuncio del Vangelo a tanti uomini e donne che
guardano Grottaferrata proprio per questo. Grottaferrata anche come luogo di
dialogo culturale e intellettuale in ambito sempre cristiano.
La lettura di diversi testi dei
Padri della Chiesa nelle ultime settimane, mi porta a proporvi di riflettere
insieme, monaci e laici che siete vicini al nostro monastero di Grottaferrata,
su un aspetto che ritengo sia importante nella nostra vita come vescovo esarca,
come monaci e come cristiani: la nostra vocazione, la vera chiamata dal Signore
affinché -nella Chiesa e nel mondo- siamo uomini e donne di comunione, uomini
che nella Chiesa sanno creare, per dono e grazia del Signore stesso, la
comunione nel Corpo di Cristo a loro affidato, di cui sono, siamo, membra vive.
Parlando dei Padri, ricordiamo che sono stati nelle loro Chiese dei pastori,
sacerdoti e vescovi, sono stati sempre, hanno cercato sempre di creare, non
dico soltanto attorno a sé, ma anche e soprattutto nel gregge a loro affidato
quella comunione, quella carità, quell’amore che sgorga da dove? Sgorga dal Vangelo
del Signore. All’inizio del mio servizio monastico ed episcopale a
Grottaferrata, monastero ed Esarcato alle porte di Roma, voglio proporvi,
preparandoci alla prossima Pentecoste, ai monaci ed ai fedeli che frequentate
questa nostra Chiesa, alcune riflessioni che ci aiutino a vivere il dono dello
Spirito Santo nelle nostre vite.
Propongo quindi alla vostra
riflessione, di vedere e di vivere il nostro essere cristiani e in modo
speciale il nostro essere monaci, come uomini di comunione, cioè chiamati a
diventare sempre nel nostro essere, nel nostro agire, nel nostro parlare,
uomini di comunione, uomini che creino nella Chiesa quella comunione che il
Signore stesso ha voluto che ci fosse già tra i Dodici, tra i suoi più fedeli
discepoli della prima ora. È un argomento, un aspetto, che mi veniva
ripetutamente in mente durante la lettura del primo dei dodici Vangeli nel
mattutino del Venerdì Santo. È una lunghissima pericope evangelica, la
ricordiamo bene, che inizia con la lavanda dei piedi fatta dal Signore ai
discepoli nel capitolo tredicesimo del vangelo di Giovanni: “…Gesù versò
dell’acqua nel catino e incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad
asciugarli con il panno del quale si era cinto” (Gv 13,5), e finisce con la
preghiera che il Signore fa al Padre nel capitolo diciassette dello stesso
vangelo: “…che tutti siano uno come tu, Padre, in me ed io in te, affinché
siano anch’essi in noi, e così il mondo creda che tu mi hai mandato…” (Gv
17,21). Il Signore si fa piccolo ai piedi dei discepoli affinché essi, tutti
noi, vediamo che è nel servizio anche più umile dove nasce la comunione
fraterna tra di noi.
Il Signore nelle Beatitudini
annuncia: Beati coloro che “creano…, fanno… la pace…. (cf., Mt 5,9). A
partire da questa frase del Vangelo, direi che il Signore stesso ci chiede
specialmente a noi monaci e fedeli cristiani di essere nella Chiesa “creatori
di pace” e soprattutto “creatori di comunione, fattori di comunione”; il testo
delle Beatitudini dice “μακάριοι οἱ εἰρηνοποιοί”, e facendo una parafrasi aggiungo: “μακάριοι οἱ κοινοποιοί”. E
chiediamoci noi tutti allora perché dobbiamo essere uomini di comunione? Cosa
vorrà dire “essere uomini di comunione” nella Chiesa. Non è una domanda
astratta bensì mi sembra molto concreta. E la risposta diventa, è anche essa molto
concreta: Perché viviamo in una Chiesa, Grottaferrata monastero ed Esarcato, una
Chiesa che tutti noi, vescovo, monaci e fedeli, siamo chiamati ad amare come
una sposa, e di cui mai nessuno potrà presentarsi ed erigersi come unico
signore o padrone. Grottaferrata è un monastero e una Chiesa che dobbiamo
amare, servire, e mai e poi mai servirsene per i propri interessi.
Grottaferrata è stata data, affidata dal Signore ai monaci che ne siamo
custodi, ne siamo garanti della fedeltà ad una tradizione millenaria ma sempre
aperta a tutto quello che il Signore nel millennio a cui guardiamo ci chiederà
di fare e di vivere.
San Giovanni Crisostomo, nel suo Dialogo
sul sacerdozio, parlerà ripetutamente del legame sponsale del vescovo e dei
sacerdoti (ed io mi permetto di aggiungere “dei monaci e dei fedeli”) con la
propria Chiesa. Essere uomini di comunione vorrà dire in primo luogo “amare la
Chiesa”. Amare la Chiesa come sposa, come Cristo stesso l’ha amata e la ama. Il
nostro modello è sempre ed unicamente Cristo.
Amare la Chiesa a tre livelli o
sotto tre aspetti fondamentali: nella sua storia; nei suoi santi;
quindi, nel suo vescovo, nei monaci e sacerdoti, nei fedeli,
cioè in tutto il popolo di Dio che costituiamo questa Chiesa che per noi ha un
volto ed è Grottaferrata.
Amare Grottaferrata nella sua storia:
in quei fatti che ci hanno segnato e ci segnano dall’origine della nostra
storia mille anni fa. Una storia forse sofferta, non facile, ma una storia che
è la nostra, come comunità monastica e cattolica di tradizione bizantina alle
porte di Roma. Amare la nostra storia senza mai né rinnegarla né manipolarla, anzi
farla ben nostra. Dobbiamo esserne fieri di questa nostra storia, perché è una
storia segnata e guidata dall’amore e dal perdono del Signore. Saremo uomini di
comunione se amiamo la nostra storia, quel che siamo stati e quel che siamo,
nella piena fiducia anche per quel che saremo.
Amare la Chiesa nei suoi santi.
Lodate Dio nei suoi santi… cantiamo ogni giorno nel salmo 150. Amare
tutte quelle persone che lungo la storia, lungo il primo millennio della nostra
storia hanno pregato, si sono santificati grazie ai sacramenti e alla carità
nel nostro monastero. Santi che hanno “fatto” con la loro fedeltà quotidiana
Grottaferrata. E poi amare tutte quelle persone -esarca, monaci, fedeli, che
continuano a santificarsi, a cercare di essere e vivere da cristiani nella
nostra abbazia.
Amare la comunità dei monaci,
ed il popolo. L’esarca, nella persona di quelli che ci hanno preceduti
-non dobbiamo mai rinnegare la nostra storia-, e nella persona di quelli che
oggi nella vita di ognuno di noi il Signore ha chiamato a questo servizio
pastorale. Amare i monaci per il loro servizio generoso al monastero, nelle
loro debolezze e nel loro darsi senza misura per servire questa famiglia
monastica ed ecclesiale. Amare il popolo di Dio, amare ed accogliere i fedeli,
molti o pochi che essi siano, giovani o anziani, deboli, malati…, ma sempre
popolo amato dal Signore e quindi chiamati anche noi ad amarlo e servirlo.
Chiamati ad essere uomini di comunione nell’amore, nel servizio, nel perdono,
nella nostra Chiesa. E si tratterà sempre di un amore sponsale verso la propria
Chiesa, una Chiesa concreta, non astratta, non “campata per aria”, ma fatta da
volti e persone concrete. Amare la Chiesa come sposa di Cristo.
Questo
amore alla Chiesa, a Grottaferrata, che ci chiama e ci esige di essere
veramente “…uomini di comunione… κοινοποιοί“, ha il suo fondamento in tre aspetti fondamentali
che prendo dal pensiero di papa Benedetto XVI: un amore teologico, sacramentale
ed affettivo verso la propria Chiesa.
Amore teologico.
Cosa intendiamo con questa espressione? Si tratta di amare e servire la Chiesa,
la propria Chiesa, perché essa è voluta ed amata dal Signore stesso; da Lui
fondata, e da Lui vivificata lungo i secoli. La Chiesa è divina benchè fatta da
uomini; essa vive anche nella dinamica dell’Incarnazione. Amiamo e serviamo la
Chiesa perché essa è il Corpo di Cristo, da Lui voluta ed amata. È Lui che l’ha
voluta e la vuole, che l’ha amata e la ama e per lei continua ad offrire ogni
giorno il Suo Corpo ed il Suo Sangue. Amiamo quindi Grottaferrata per quello
che essa è e rappresenta nella sua storia e nel suo oggi ecclesiale e
monastico, senza mai cercare personali o da parte.
Amore sacramentale.
Quindi nell’offerta del Suo Corpo ed il Suo Sangue, nei sacramenti il Signore
continua ad elargire il suo amore verso tutti noi. Amore sacramentale verso la
Chiesa vorrà dire quindi accogliere pure noi ed elargire tutti quei mezzi che
il Signore dà alla Chiesa per la santificazione dei fedeli: dal battesimo
all’eucaristia, dal dono dello Spirito Santo al perdono e alla carità. Siamo
dispensatori di grazia e di carità.
Amore affettivo.
Un amore affettivo ed effettivo. Un amore che diventa concreto verso le persone
che oggi siamo stati chiamati dal Signore ad essere membra del suo Corpo che è
la Chiesa, la nostra Chiesa concreta che è Grottaferrata, piccola e grande allo
stesso tempo, con dei problemi, certamente, ma amata e voluta e santificata dal
Signore. E per questo anche da noi amata e accolta con entusiasmo.
Quindi questa mia
lettera pastorale, la prima come Esarca Apostolico a Grottaferrata, vuole
essere un’esortazione a tutti voi, monaci e fedeli, ad amare il nostro
monastero, la nostra Chiesa Orientale Cattolica alle porte di Roma, ad amarla e
rispettarla sempre nei suoi ritmi, nella sua vita di ogni giorno.
Vi benedico tutti e vi
assicuro la mia preghiera e quella della comunità dei monaci per tutti.
+P. Manuel Nin
Esarca Apostolico di Grottaferrata
