mercoledì 13 maggio 2026

Mosaico della Pentecoste. Grottaferrata, XII secolo
 

Lettera pastorale per la Pentecoste 2026

Carissimi fratelli monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata, questa è la mia prima lettera pastorale che vi indirizzo come Esarca Apostolico di Grottaferrata.

Dal primo momento del mio arrivo a questo venerabile e millenario monastero ho insistito nel ruolo fondamentale che Grottaferrata ha come monastero bizantino alle porte di Roma, e come Esarcato Apostolico, cioè come Chiesa sui iuris orientale cattolica, in piena comunione con il vescovo di Roma e aperta al dialogo franco e fraterno con le confessioni cristiane orientali che hanno sempre amato questo venerabile luogo, fondato cinquant'anni prima dello scisma di Oriente e che si è voluta e si vuole e si presenta come luogo, quasi palestra, per un vero e franco e fraterno dialogo ecumenico.

Grottaferrata monastero e Chiesa sui iuris, luogo di preghiera, di silenzio, di comunione fraterna, luogo di annuncio del Vangelo a tanti uomini e donne che guardano Grottaferrata proprio per questo. Grottaferrata anche come luogo di dialogo culturale e intellettuale in ambito sempre cristiano.

La lettura di diversi testi dei Padri della Chiesa nelle ultime settimane, mi porta a proporvi di riflettere insieme, monaci e laici che siete vicini al nostro monastero di Grottaferrata, su un aspetto che ritengo sia importante nella nostra vita come vescovo esarca, come monaci e come cristiani: la nostra vocazione, la vera chiamata dal Signore affinché -nella Chiesa e nel mondo- siamo uomini e donne di comunione, uomini che nella Chiesa sanno creare, per dono e grazia del Signore stesso, la comunione nel Corpo di Cristo a loro affidato, di cui sono, siamo, membra vive. Parlando dei Padri, ricordiamo che sono stati nelle loro Chiese dei pastori, sacerdoti e vescovi, sono stati sempre, hanno cercato sempre di creare, non dico soltanto attorno a sé, ma anche e soprattutto nel gregge a loro affidato quella comunione, quella carità, quell’amore che sgorga da dove? Sgorga dal Vangelo del Signore. All’inizio del mio servizio monastico ed episcopale a Grottaferrata, monastero ed Esarcato alle porte di Roma, voglio proporvi, preparandoci alla prossima Pentecoste, ai monaci ed ai fedeli che frequentate questa nostra Chiesa, alcune riflessioni che ci aiutino a vivere il dono dello Spirito Santo nelle nostre vite.

Propongo quindi alla vostra riflessione, di vedere e di vivere il nostro essere cristiani e in modo speciale il nostro essere monaci, come uomini di comunione, cioè chiamati a diventare sempre nel nostro essere, nel nostro agire, nel nostro parlare, uomini di comunione, uomini che creino nella Chiesa quella comunione che il Signore stesso ha voluto che ci fosse già tra i Dodici, tra i suoi più fedeli discepoli della prima ora. È un argomento, un aspetto, che mi veniva ripetutamente in mente durante la lettura del primo dei dodici Vangeli nel mattutino del Venerdì Santo. È una lunghissima pericope evangelica, la ricordiamo bene, che inizia con la lavanda dei piedi fatta dal Signore ai discepoli nel capitolo tredicesimo del vangelo di Giovanni: “…Gesù versò dell’acqua nel catino e incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con il panno del quale si era cinto” (Gv 13,5), e finisce con la preghiera che il Signore fa al Padre nel capitolo diciassette dello stesso vangelo: “…che tutti siano uno come tu, Padre, in me ed io in te, affinché siano anch’essi in noi, e così il mondo creda che tu mi hai mandato…” (Gv 17,21). Il Signore si fa piccolo ai piedi dei discepoli affinché essi, tutti noi, vediamo che è nel servizio anche più umile dove nasce la comunione fraterna tra di noi.

Il Signore nelle Beatitudini annuncia: Beati coloro che “creano…, fanno… la pace…. (cf., Mt 5,9). A partire da questa frase del Vangelo, direi che il Signore stesso ci chiede specialmente a noi monaci e fedeli cristiani di essere nella Chiesa “creatori di pace” e soprattutto “creatori di comunione, fattori di comunione”; il testo delle Beatitudini dice “μακάριοι ο ερηνοποιοί”, e facendo una parafrasi aggiungo: μακάριοι ο κοινοποιοί”. E chiediamoci noi tutti allora perché dobbiamo essere uomini di comunione? Cosa vorrà dire “essere uomini di comunione” nella Chiesa. Non è una domanda astratta bensì mi sembra molto concreta. E la risposta diventa, è anche essa molto concreta: Perché viviamo in una Chiesa, Grottaferrata monastero ed Esarcato, una Chiesa che tutti noi, vescovo, monaci e fedeli, siamo chiamati ad amare come una sposa, e di cui mai nessuno potrà presentarsi ed erigersi come unico signore o padrone. Grottaferrata è un monastero e una Chiesa che dobbiamo amare, servire, e mai e poi mai servirsene per i propri interessi. Grottaferrata è stata data, affidata dal Signore ai monaci che ne siamo custodi, ne siamo garanti della fedeltà ad una tradizione millenaria ma sempre aperta a tutto quello che il Signore nel millennio a cui guardiamo ci chiederà di fare e di vivere.

San Giovanni Crisostomo, nel suo Dialogo sul sacerdozio, parlerà ripetutamente del legame sponsale del vescovo e dei sacerdoti (ed io mi permetto di aggiungere “dei monaci e dei fedeli”) con la propria Chiesa. Essere uomini di comunione vorrà dire in primo luogo “amare la Chiesa”. Amare la Chiesa come sposa, come Cristo stesso l’ha amata e la ama. Il nostro modello è sempre ed unicamente Cristo.

Amare la Chiesa a tre livelli o sotto tre aspetti fondamentali: nella sua storia; nei suoi santi; quindi, nel suo vescovo, nei monaci e sacerdoti, nei fedeli, cioè in tutto il popolo di Dio che costituiamo questa Chiesa che per noi ha un volto ed è Grottaferrata.

Amare Grottaferrata nella sua storia: in quei fatti che ci hanno segnato e ci segnano dall’origine della nostra storia mille anni fa. Una storia forse sofferta, non facile, ma una storia che è la nostra, come comunità monastica e cattolica di tradizione bizantina alle porte di Roma. Amare la nostra storia senza mai né rinnegarla né manipolarla, anzi farla ben nostra. Dobbiamo esserne fieri di questa nostra storia, perché è una storia segnata e guidata dall’amore e dal perdono del Signore. Saremo uomini di comunione se amiamo la nostra storia, quel che siamo stati e quel che siamo, nella piena fiducia anche per quel che saremo.

Amare la Chiesa nei suoi santi. Lodate Dio nei suoi santi… cantiamo ogni giorno nel salmo 150. Amare tutte quelle persone che lungo la storia, lungo il primo millennio della nostra storia hanno pregato, si sono santificati grazie ai sacramenti e alla carità nel nostro monastero. Santi che hanno “fatto” con la loro fedeltà quotidiana Grottaferrata. E poi amare tutte quelle persone -esarca, monaci, fedeli, che continuano a santificarsi, a cercare di essere e vivere da cristiani nella nostra abbazia.

Amare la comunità dei monaci, ed il popolo. L’esarca, nella persona di quelli che ci hanno preceduti -non dobbiamo mai rinnegare la nostra storia-, e nella persona di quelli che oggi nella vita di ognuno di noi il Signore ha chiamato a questo servizio pastorale. Amare i monaci per il loro servizio generoso al monastero, nelle loro debolezze e nel loro darsi senza misura per servire questa famiglia monastica ed ecclesiale. Amare il popolo di Dio, amare ed accogliere i fedeli, molti o pochi che essi siano, giovani o anziani, deboli, malati…, ma sempre popolo amato dal Signore e quindi chiamati anche noi ad amarlo e servirlo. Chiamati ad essere uomini di comunione nell’amore, nel servizio, nel perdono, nella nostra Chiesa. E si tratterà sempre di un amore sponsale verso la propria Chiesa, una Chiesa concreta, non astratta, non “campata per aria”, ma fatta da volti e persone concrete. Amare la Chiesa come sposa di Cristo.

Questo amore alla Chiesa, a Grottaferrata, che ci chiama e ci esige di essere veramente “…uomini di comunione… κοινοποιοί“, ha il suo fondamento in tre aspetti fondamentali che prendo dal pensiero di papa Benedetto XVI: un amore teologico, sacramentale ed affettivo verso la propria Chiesa.

Amore teologico. Cosa intendiamo con questa espressione? Si tratta di amare e servire la Chiesa, la propria Chiesa, perché essa è voluta ed amata dal Signore stesso; da Lui fondata, e da Lui vivificata lungo i secoli. La Chiesa è divina benchè fatta da uomini; essa vive anche nella dinamica dell’Incarnazione. Amiamo e serviamo la Chiesa perché essa è il Corpo di Cristo, da Lui voluta ed amata. È Lui che l’ha voluta e la vuole, che l’ha amata e la ama e per lei continua ad offrire ogni giorno il Suo Corpo ed il Suo Sangue. Amiamo quindi Grottaferrata per quello che essa è e rappresenta nella sua storia e nel suo oggi ecclesiale e monastico, senza mai cercare personali o da parte.

Amore sacramentale. Quindi nell’offerta del Suo Corpo ed il Suo Sangue, nei sacramenti il Signore continua ad elargire il suo amore verso tutti noi. Amore sacramentale verso la Chiesa vorrà dire quindi accogliere pure noi ed elargire tutti quei mezzi che il Signore dà alla Chiesa per la santificazione dei fedeli: dal battesimo all’eucaristia, dal dono dello Spirito Santo al perdono e alla carità. Siamo dispensatori di grazia e di carità.

Amore affettivo. Un amore affettivo ed effettivo. Un amore che diventa concreto verso le persone che oggi siamo stati chiamati dal Signore ad essere membra del suo Corpo che è la Chiesa, la nostra Chiesa concreta che è Grottaferrata, piccola e grande allo stesso tempo, con dei problemi, certamente, ma amata e voluta e santificata dal Signore. E per questo anche da noi amata e accolta con entusiasmo.

Quindi questa mia lettera pastorale, la prima come Esarca Apostolico a Grottaferrata, vuole essere un’esortazione a tutti voi, monaci e fedeli, ad amare il nostro monastero, la nostra Chiesa Orientale Cattolica alle porte di Roma, ad amarla e rispettarla sempre nei suoi ritmi, nella sua vita di ogni giorno.

Vi benedico tutti e vi assicuro la mia preghiera e quella della comunità dei monaci per tutti.

+P. Manuel Nin

          Esarca Apostolico di Grottaferrata


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