lunedì 22 dicembre 2014

Nella tradizione degli inni sul Natale, attribuiti a Sant’Efrem il Siro
Benedetto il coltivatore diventato chicco seminato…
          La collezione dei ventotto inni di sant’Efrem il Siro sulla Natività del Signore contiene dei testi di indubbia autorità efremiana, soprattutto dal quinto al ventesimo, ed altri a lui attribuiti dalla tradizione manoscritta. Uno di questi poemi teologici della tradizione siriaca del IV secolo, è il terzo inno della collezione di Efrem, un testo di 22 strofe di sei versetti ognuna. Si tratta di un inno in ci l’autore, con delle forme dossologiche e di benedizione, canta il mistero dell’incarnazione del Verbo e Figlio di Dio: “Benedetto il bimbo, che oggi ha fatto esultare Betlemme. Benedetto il bimbo, che oggi ha ringiovanito l’umanità. Benedetto il frutto, che ha chinato se stesso verso la nostra fame. Benedetto il buono che in un istante ha arricchito la nostra povertà…”. Dalle prime strofe l’autore riassume l’opera redentrice di Cristo portata a termine nel mistero della sua stessa incarnazione: “Siano rese grazie alla fonte inviata per la nostra propiziazione. Siano rese grazie a colui che congedò il sabato compiendolo. Siano rese grazie a colui che sgridò la lebbra… anche la febbre lo vide e fuggì… Gloria alla tua venuta che ha riportato alla vita gli uomini”. In due delle prime strofe l’autore loda Dio Padre che per mezzo del Figlio diventa vicino, manifesto, tangibile all’uomo: “Gloria a Colui che è venuto presso di noi mediante il suo primogenito. Gloria a quel Silente che ha parlato mediante la sua voce. Gloria a quello Spirituale compiaciutosi che divenisse corpo il proprio figlio, affinché, mediante esso la sua potenza diventasse tangibile, e grazie a quel corpo potessero vivere i corpi della sua stessa stirpe”. La grandezza, l’invisibilità, il non poter essere toccato di Dio Padre, diventano realtà umane nell’incarnazione e la nascita del Figlio: “Gloria all’Invisibile, il cui figlio diventa visibile. Gloria al Vivente, il cui figlio morì. Gloria al Grande il cui figlio scese e si rimpicciolì…”.
          L’imperscrutabilità del mistero di Dio, nell’incarnazione del Verbo diventa comprensibile e percepibile; l’autore in qualche modo canta la nascita di Cristo come il suo lasciarsi circoscrivere, toccare dall’uomo, fino ad arrivare alla crocifissione, momento della massima umiliazione del Verbo fatto carne: “Gloria all’Invisibile… che non può essere minimamente toccato… ma fu toccato, per sua grazia, in virtù della sua umanità. La natura che mai fi toccata, fu legata e avvinta per le mani, trafitta e crocifissa per i piedi. Volontariamente prese un corpo per coloro che lo afferrarono”. E il teologo poeta continua la sua meditazione della crocefissione e morte di Cristo: “Benedetto colui che la nostra libertà ha potuto crocifiggere poiché egli l’ha concesso. Benedetto colui che anche il legno ha portato perché egli gliel’ha permesso. Benedetto colui che anche il sepolcro ha potuto rinchiudere perché egli si è circoscritto”.
          L’autore sottolinea ancora come grazie all’incarnazione di Cristo, l’umanità è redenta e fatta degna di Dio; nel testo vengono usate delle immagini tipiche della cristologia di tradizione siriaca, come le nozze, la tenda, la cetra per il canto: “Benedetto, lui che ha segnato la nostra anima, l’ha adornata e l’ha sposata a sé. Benedetto, lui che ha fatto del nostro corpo una tenda della sua invisibilità… Siano rese grazie a quella voce, di cui è cantata la gloria sulla nostra cetra, e la potenza sulla nostra arpa”. La redenzione di Cristo quindi diventa la conseguenza della sua incarnazione: “Gloria al figlio del Giusto, crocifissi dagli empi. Gloria a colui che ci ha slegati ed è stato legato al nostro posto… Gloria al bello che ci ha modellati a sua somiglianza. Gloria al limpido che non ha guardato alle nostre macchie.”.
          Troviamo lungo il poema diversi riferimenti all’eucaristia, dove il poeta adopera delle immagini molto belle come quella del pastore, del tralcio, del grappolo, che gli servono per collegare i Santi Doni al mistero dell’incarnazione: “Gloria al celeste il cui corpo è divenuto pane per dar vita alla nostra mortalità… Benedetto il pastore divenuto agnello per la nostra redenzione. Benedetto il tralcio divenuto coppa della nostra salvezza. Benedetto il grappolo, fonte del farmaco della vita. Benedetto il coltivatore, diventato il chicco seminato e il covone mietuto, l’architetto fattosi per noi torre di rifugio”. Due volte ancora l’autore si serve dell’immagine dell’innesto per cantare il farsi presente, l’incarnarsi di Dio nella vita dell’uomo: “Adoriamo colui che ha tracciato nel nostri udito un sentiero per le sue parole. Rendiamo grazie a colui che ha innestato il suo frutto nel nostro albero… Il suo frutto si è unito alla nostra umanità, affinché mediante esso fossimo attratti verso colui che si è piegato verso di noi”.

          La grandezza di Dio, quindi, si manifesta pienamente nella sua piccolezza, nel suo abbassarsi fino alla condizione umana: “Gloria a colui che mai poté essere misurato da noi… Gloria a colui che sa tutto e che si è sottomesso a domandare, per ascoltare, e apprendere ciò che già sapeva, per rivelare, con le sue domande, il tesoro dei suoi doni”. In una delle ultime strofe l’autore introduce l’immagine di Cristo come medico e la sua nascita come farmaco di vita per gli uomini: “Benedetto il medico sceso per un’incisione senza dolore… la sua nascita è il farmaco che ha clemenza dei peccatori…”. L’inno si conclude con la confessione della piccolezza dell’uomo nella lode di Dio: “Sia benedetto colui che la nostra bocca non è all’altezza di rendergli grazie… neppure alla sua bontà. Mare di gloria, che non manchi di nulla, accogli nella tua bontà una goccia di rendimento di grazie, di cui, per tuo dono, è umettata la mia lingua per renderti grazie”.


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