martedì 24 maggio 2022

 «Capisci quello che stai leggendo?»

«E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?».

         La lettura continua del libro degli Atti degli Apostoli durante il periodo pasquale ci ha fatto ritrovare tante pericopi del testo sacro che ci riportano agli inizi della Chiesa, ai primi passi degli apostoli -i Dodici, Paolo ed i suoi discepoli- nell’annuncio del Vangelo di Cristo. Una delle pericopi lette è l’incontro, la missione vera e propria, di Filippo verso l’eunuco etiopico che troviamo in Atti 8,26-40. È un testo che sempre mi è apparso come uno dei più bei esempi di mistagogia nella Sacra Scrittura, una mistagogia breve e succinta riassunta in questa frase: “…gli annunziò la buona novella di Gesù…”. Parlo della mistagogia intesa come quella guida, introduzione di qualcuno a qualcun’altro e verso qualcosa, quasi guidandolo per mano. Mistagogia, pedagogia anche se si vuole, due parole che ci riportano a quel “sapiente guidare alla conoscenza, alla comprensione” da parte di un maestro verso un suo discepolo non per forza ignorante ma sì desideroso di imparare, di comprendere. Un imparare ed un comprendere -e quindi anche un vivere- che per i cristiani è il mistero allo stesso tempo manifesto e nascosto, reale e celato nelle pagine della Sacra Scrittura: il Verbo eterno di Dio incarnato, nato, patito, morto e risorto.

Questo è il mistero -ripeto nascosto e celato nel testo sacro- con cui l’eunuco etiopico si imbatte e alla cui comprensione viene portato per mano da Filippo, il suo mistagogo. L’eunuco non chiede grandi delucidazioni, ma porge semplicemente una domanda: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo?”. E Atti conclude: “(Filippo) gli annunziò la buona novella di Gesù”.

Inizio queste mie riflessioni con un aneddoto personale che mi è capitato nel mese di febbraio 2022 a Roma, nella commemorazione del XXV anniversario dell’Istruzione per l’applicazione delle prescrizioni liturgiche del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, pubblicata appunto 25 anni fa dalla Congregazione per le Chiese Orientali. Nella tavola rotonda in cui si commemorava, si discuteva, si analizzava il testo della suddetta Istruzione, un vescovo, capo e padre di una delle Chiese Orientali Cattoliche presenti nel convegno romano, fecce un intervento che non soltanto destò in me una vera e propria sorpresa, ma davvero mi preoccupò -per non dire che mi mise in agitazione-, un intervento in cui, riassumendone il contenuto, colui che dovrebbe essere il padre, il pastore, il liturgo di una Chiesa sui iuris, una Chiesa vera e propria, faceva questa affermazione: “La gente ormai non capisce più le nostre liturgie, perché hanno un linguaggio incomprensibile, sono estremamente lunghe e senza un legame con il popolo. Dobbiamo creare un qualcosa di nuovo a livello liturgico, che abbia un linguaggio facile, ed uno svolgimento (celebrativo si intende!) che non stanchi e annoi la gente… Una liturgia che sia anche comprensibile ed accettabile dall’islam (come potete capire si faceva riferimento a una Chiesa che vive in un contesto fortemente islamico!). L’intervento in questione proseguì ancora, ma fu il paragrafo citato che provocò in me l’agitazione di cui sopra, e con tutto il rispetto verso quel padre e pastore di una Chiesa cristiana orientale, ma con la parresia anche con cui da fratello a fratello dovremo sempre parlarci e rapportarci tra di noi almeno i vescovi, risposi a quel intervento dicendo: “Eminenza e caro fratello, ho ascoltato il Suo intervento con interesse all’inizio e con vera preoccupazione poi, e vorrei semplicemente dirLe questo: se nel IV secolo tutti i testi liturgici delle Chiese cristiane, tutte le celebrazioni, tutti i simboli e segni liturgici, fossero stati chiari e comprensibili a tutti, oggi non avremo nelle nostre mani le magnifiche catechesi mistagogiche di Cirillo di Gerusalemme, di Teodoro di Mopsuestia… Il nostro problema oggi -dico nostro e non vostro, perché ci siamo tutti di mezzo!- non è che i testi liturgici siano più o meno comprensibili, più o meno difficili, più o meno lunghi, ma il problema oggi è la nostra rinuncia a fare per i nostri fedeli, che sono il nostro gregge, una vera e propria mistagogia, e coprirci le spalle con quel troppo facile: “…la gente non capisce, la gente si stanca…”. La domanda di Filippo e la risposta dell’eunuco diventano più reali e valide che mai: «Capisci quello che stai leggendo?». «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?».

         La necessità vitale della mistagogia nelle Chiese cristiane, ed anche la povertà della non mistagogia o della mancanza assoluta di essa tra di noi, mi si è presentata in modo molto reale in diversi incontri con i miei fedeli, con i miei studenti, con tanti pastori e fedeli delle Chiese cristiane, specialmente durante il periodo della pandemia, un tema che si ripropone in queste ultime settimane in cui, lentamente, stiamo riprendendo una vita che alcuni qualificano come “normale”, che altri chiamano “già senza limiti”, e che altri con uno spunto anche direi di pigrizia umana e spirituale, semplicemente bollano con un “tornare com’era prima” (prima della pandemia si intende). E il fatto che mi fa pensare è che, trovandoci di fronte ad un momento, un kairòs direi che ci viene offerto, che chiede da noi e quasi ci esige l’opportunità di ripensare tante cose, come le facevamo, come dobbiamo farle, se dobbiamo farle…, di fronte a questo kairòs -non oso parlare di “dono” del covid ma si “a causa sua”- dobbiamo in qualche modo dare una risposta.

         Siamo di fronte al grande problema che le Chiese cristiane tutte di Oriente e di Occidente -e già da alcuni decenni- abbiamo sul nostro tavolo, cioè: fare o non fare una vera e propria mistagogia ai fedeli. L’aneddoto di febbraio 2022 citato sopra -ed uso la parola aneddoto per non usare un termine più forte- ci riporta a un fatto che è centrale per tutti noi: le nostre liturgie, i testi proclamati in esse -biblici e patristici-, i simboli ed i segni presenti in esse, e il cui significato non è sempre evidente ad un primo sguardo, ad una prima lettura, parlano a noi, certamente, ma soprattutto parlano di Lui! “…gli annunziò la buona novella di Gesù…”, leggiamo in Atti 8. E qui entra in gioco il nostro ruolo come mistagoghi. La mistagogia certamente è impegnativa, e deve trovarci preparati, suppone un’abitudine ad una lectio divina della Sacra Scrittura, dei Padri della Chiesa, ma la mistagogia è necessaria, è vitale per noi e per le nostre Chiese. Se si rinuncia a fare una mistagogia, se i pastori delle Chiese rinunciamo oggi ad essere in primo luogo mistagoghi verso e per il nostro popolo, allora non ci resta altro da fare che -permettetemi l’espressione- la “potatura”, oppure il “taglio netto” dei testi sacri e liturgici delle nostre tradizioni ecclesiali -e la sorte del Salterio nella tradizione latina dopo l’ultima riforma della Liturgia delle Ore ne è l’esempio più tragico.

         Torniamo al testo di Atti 8. Si tratta di uno degli esempi più belli di una mistagogia agli albori della Chiesa. Non farò una lectio del testo per intero. Soltanto sottolineo alcuni punti che mi sembrano notevoli e mi servono per questa mia riflessione:

-Filippo è chiamato dal Signore a raggiungere l’etiopico che legge la Sacra Scrittura. Filippo, ed anche colui che è chiamato oggi a fare una mistagogia, riceve la chiamata dal Signore. Chiamata a che cosa? A raggiungere l’etiopico, cioè colui/coloro che legge/leggono/pregano la Sacra Scrittura. Una chiamata alla mistagogia, a guidare ai misteri, chiamata che riceviamo tutti noi i vescovi, i preti, i diaconi, i maestri -professori di teologia o insegnanti che siano- tutto coloro che abbiamo un ministero didascalico nella Chiesa.

-Il luogo, il cammino descritto negli Atti è deserto, solitario, e non ha possiamo dire punti di appoggio, soltanto ci sono il lettore, il carro su cui è seduto, il rotolo del testo sacro e Filippo che vi raggiunge: “ατη στν ρημος… il luogo era deserto”. L’incontro dell’uomo con il Signore attraverso la sua Parola è sempre un luogo, una esperienza di deserto, Dio e l’uomo seduto sul carro da soli. Anche per questo l’incontro con la Parola, la sua comprensione può essere, è infatti, tante volte arida, forse anche incomprensibile. Ma l’eunuco, di fronte alle difficoltà, non butta via il rotolo, persevera nella sua lettura anche senza capirne il senso.

-Filippo trova l’eunuco che legge il profeta Isaia -Atti degli Apostoli ci indica in modo preciso il passo di cui si tratta, non rimane vago, indeterminato, ma ci situa in un testo concreto e importante-, e Filippo viene spinto dallo Spirito a raggiungere il lettore, ed anche sale sul carro.

-Filippo corre, raggiunge l’uomo, ascolta cosa legge -la lettura ad alta o mezza voce nell’antichità è un fatto importante, che coinvolge possiamo dire corpo e anima di colui che legge-, e li porge quella domanda e riceve quella risposta che sono il nocciolo del testo di Atti: “gli disse (Filippo): «Capisci quello che stai leggendo?». Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?»”. Filippo corre all’incontro, non rifiuta l’incontro con quell’uomo non ignorante ma sì sprovveduto e sprovvisto, e ascolta, chiede e ascolta di nuovo.

-Atti degli Apostoli ci dice chiaramente di che testo si tratta: “Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”. Avremo potuto aspettarci che la domanda dell’eunuco fosse stata: “…ma non ci capisco niente di quanto il testo dice: … pecora… macello… agnello muto… reciso dalla terra… Cosa è questo linguaggio duro, strano, quasi tragico?”. Ma guardate che la domanda dell’eunuco è semplicemente: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di sé stesso o di qualcun altro?». Chiede semplicemente di sapere di chi parla il testo, ha capito che più che comprendere il senso del testo, deve sapere, vedere, capire a chi va attribuito, di chi parla.

-Filippo “…prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù”. La spiegazione del “chi”, la mistagogia di Filippo la troviamo nella frase: “…gli annunziò la buona novella di Gesù”. Il testo sacro infine prosegue col battesimo dell’eunuco, chiesto da lui stesso e l’accoglienza del dono dello Spirito Santo. La mistagogia di Filippo si conclude con il battesimo dell’eunuco.

Si tratta di un brano chiaro e diafano che ci mette di fronte a quelle cose che potevano capitare e proprio non sono capitate, vale a dire: Filippo è mandato, inviato, ma poteva anche rifiutarsi, poteva trovare anche lui delle scuse. Filippo inoltre, dopo aver sentito, ascoltato di ché brano si trattava, poteva dire all’eunuco: “…sei proprio sfortunato…, ti sei imbattuto, hai scelto, un testo proprio difficile… il linguaggio del sacrificio ormai non lo si capisce più… Lascia che ti mostro io altri testi più belli e più facili. L’eunuco da parte sua dall’inizio delle difficoltà poteva anche lui buttare via il rotolo di Isaia bisbigliando tra sé e sé: “…ma chi li capisce questi testi antichi! Non abbiamo altro più poetico, più moderno, più confortante, meno aggressivo?”.

Ma no, né l’uno né l’altro reagiscono così. Filippo raggiunge l’eunuco e diventa per lui un vero e proprio mistagogo. L’eunuco da parte sua non butta via il rotolo, ma chiede sì una spiegazione ma soprattutto chiede di sapere, di comprendere di chi il testo parla, a chi fa riferimento. E “Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù”.

Tornando all’inizio della mia riflessione, e in questo momento in cui lentamente torniamo alla “normalità” a livello delle celebrazioni liturgiche nelle Chiese cristiane, vorrei dare una risposta a una domanda che mi è stata posta da parecchi sacerdoti ed anche vescovi: “in questo momento, cosa e soprattutto come dobbiamo fare?”. E qui ribatto il chiodo centrale di queste mie pagine: fare/essere dei veri e propri mistagoghi. Mai e poi mai rinunciare ad esserlo, altrimenti ci imbattiamo col destino tragico di tanti testi sacri e liturgici delle nostre tradizioni. «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?», risuona di nuovo la risposta dell’eunuco.

Faccio due esempi che vengono a galla molto spesso in queste nostre settimane di “ripresa” post pandèmica a livello ecclesiale e liturgico, in Oriente ma soprattutto in Occidente, e cioè: la ricezione della comunione ai Santi Doni nella mano o sulla bocca. Poi lo scambio/abbraccio di pace tra i fedeli. Riguardo al primo punto, la comunione data sotto le due specie, Corpo e Sangue di Cristo per intinzione e data sulla bocca, come tradizione nelle Chiese Orientali, risolve qualsiasi problema ci fosse a livello diciamo polemico sul come si riceve la comunione. Invece, se la comunione si dà soltanto sotto la specie del pane, essa si riceve sulla bocca, oppure se si decide di darla sulla mano, bisogna evitare la polemica e spiegare che la si riceve con la mano destra stesa sulla sinistra, come testimoniato in diversi testi patristici dei primi secoli cristiani, un fatto, un atteggiamento che sottolinea quell’aspetto che è il più fondamentale, cioè: la comunione è un dono che si riceve, ci viene dato dalla Chiesa attraverso il vescovo o il sacerdote che celebra la liturgia, e non è un qualcosa “a cui avrei diritto” e che mi prendo da solo quasi si trattasse -e consentitemi l’espressione- di un “self service” liturgico con il Corpo di Cristo preso da una patena o una pisside che si passa dall’uno all’altro, oppure che “piglio” con due dita, quasi fossero una pinza, da qualcuno che la distribuisce. Torniamo al tema centrale di queste pagine: in questo momento della vita ecclesiale, bisogna fare il mistagogo e spiegare ai fedeli di nuovo cos’è l’eucaristia, il grande dono del Signore agli uomini, dono che per riceverlo, liturgicamente e fisicamente, ci alziamo, facciamo una processione, camminiamo all’incontro con Lui, il Signore e lo riceviamo appunto come dono. «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?», potrebbe ancora risuonare la risposta dell’eunuco.

Il secondo esempio a cui vorrei accennare è lo scambio/abbraccio di pace che avviene nelle liturgie cristiane. Soppresso durante la pandemia, alcune Chiese lo stanno ripristinando lentamente. Anche su questo punto bisognerà indossare i panni del mistagogo e spiegare ai fedeli cosa è, cosa significa questo momento della liturgia delle Chiese cristiane. Per quanto riguarda le Chiese orientali, nella tradizione bizantina un vero e proprio scambio di pace è rimasto soltanto tra il vescovo ed i sacerdoti che concelebrano con lui prima della recita del Credo. In altre Chiese orientali -penso alle Chiese siriache per esempio- il vescovo o il sacerdote celebrante dopo aver baciato e toccato con la mano l’altare, congiunge le sue mani con quelle del diacono, il quale, scendendo dall’altare passa attraverso i banchi dei fedeli congiungendo le sue mani con quelle del primo dei fedeli di ogni banco o sedie. Cioè quella pace che ci si scambia è la pace di Cristo, che viene dall’altare, dal sepolcro di Cristo, dal luogo della sua risurrezione. È la pace di Cristo che ci si scambia tra i fedeli, e lo si fa con queste parole: “Cristo è in mezzo a noi. Lo è e lo sarà”, oppure in periodo pasquale: “Cristo è risorto” Veramente è risorto”. E siamo di fronte, e di nuovo, al ruolo del mistagogo nello spiegare, anche in questo nostro kairòs post pandemico, cosa è questo momento liturgico, chi è l’origine e il datore di questa pace nel momento liturgico in cui esso avviene. Spiegare che non è il momento per salutare amichevolmente o meno il vicino di banco nella chiesa, quasi fosse una rimpatriata tra amici. Neanche, nel rito romano, il momento liturgico che con un suo canto proprio magari debba sostituire quell’altro momento importante che è il canto, l’acclamazione dell’ Agnus Dei che accompagna la frazione del Corpo di Cristo.

Fare ed essere dei veri e propri mistagoghi, mai e poi mai rinunciare ad esserlo. «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?»…. Ci va non dico la sopravvivenza della nostra Chiesa e della liturgia che in essa si celebra, perché ambedue sono dono del Signore, nati dalla sua santa risurrezione e dal dono dello Spirito Santo, da Lui vivificati ogni giorno, ma ci va la comprensione del mistero della nostra fede da parte di molti e molti dei nostri fedeli.

Ho voluto fare, per modo di dire, una lectio del testo di Atti 8. Ho lasciato semplicemente risuonare tra le righe della mia riflessione la risposta dell’eunuco e che possiamo dire mette le dita sulla piaga: “…gli disse (Filippo): «Capisci quello che stai leggendo?». Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?»”. L’eunuco etiopico diventa voce di tanti e tanti fedeli cristiani, orientali e occidentali, che non buttano via il rotolo biblico, che rimangono perseveranti nella sua lettura, rispettandone la forma ed il contenuto, ma che ci mettono di fronte al dialogo che avviene su quel carro che scende da Gerusalemme: «Capisci…?», «…e come lo potrei, se nessuno mi istruisce?»”. Ho accennato soltanto due volte al carro su cui siede l’eunuco e a cui sale Filippo per fare la sua mistagogia. Cos’è il carro da viaggio di cui parla Atti? Rimango fedele all’esegesi dei Padri, e propongo di vedere in esso la Chiesa che scende da Gerusalemme dopo la Pasqua del Signore. In essa mistagogo e fedele vivono e celebrano la Pasqua del Signore.

Filippo è mandato, raggiunge l’eunuco che legge e “…prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù”. Mistagogia di Filippo che raggiunge la sua pienezza alla fine della pericope col battesimo dell’eunuco. Il passo degli Atti degli Apostoli mi ha portato a proporvi queste brevi riflessioni attorno a uno dei ministeri più importanti e fondamentali a cui siamo chiamati e di cui mai e poi mai possiamo e dobbiamo scusarci o rinunciare: e “…e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù”.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico

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