lunedì 18 dicembre 2017

Il Natale del Signore nella tradizione bizantina.
Oggi l’Onnipotente giace in una mangiatoia
        Per la celebrazione della Natività di Cristo, vogliamo fare una breve lettura di alcuni tropari bizantini della stessa festa. E concretamente le cosiddette “katavasìe” della Natività. Si tratta del primo tropario di ogni ode o cantico del mattutino, tropario che nei giorni festivi viene ripetuto alla fine di ogni ode. Il nome “katavasia” viene dal fatto che tradizionalmente i cantori scendono dai loro stalli per cantare in mezzo alla chiesa il tropario. Come primo ed ultimo tropario di ogni ode, riprende di solito il tema dell’ode biblica dell’Antico Testamento a cui fa riferimento, e di cui, molto spesso, fa una lettura in chiave cristologica. Il mattutino nella tradizione bizantina prevede nove odi, cioè cantici otto di essi presi dall’Antico Testamento ed uno dal Nuovo Testamento. Leggendo una ad una le otto katavasie ne scopriamo la ricchezza e la bellezza teologica. Questi tropari, otto nell’insieme, sono un intreccio di citazioni bibliche a partire di quella che è alla base, cioè il cantico dell’Antico Testamento a cui il testo è collegato. Il filo conduttore che troviamo in tutte è quello che sgorga a partire da Fil 2,9: la kenosi, il farsi piccolo del Verbo eterno di Dio nella sua incarnazione e nella sua nascita, il farsi uno di noi.
        Il primo ed il terzo dei tropari -il secondo viene omesso- cantano la nascita del Verbo di Dio, nascita che suscita in tuta la creazione, e specialmente tra gli uomini, la glorificazione e la lode. Per l’annientamento del Verbo di Dio fattosi uomo, la natura umana viene innalzata: “Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi. Cantate al Signore da tutta la terra, e con letizia celebra­telo, o popoli, perché si è glorificato… Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio accla­miamo: Tu che hai innalzato la nostra fronte, santo tu sei, Signore”.
        Il quarto dei tropari prende spunto dal cantico del profeta Abacuc 3,3 nel riferimento al “boscoso monte adombrato” da cui sorge, germoglia, secondo la lettura cristologica che ne hanno fatto i Padri della Chiesa e le diverse tradizioni liturgiche di Oriente e di Occidente, sorge Colui che è il germoglio della Vergine, che è stata adombrata dallo Spirito Santo: “Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato, dal boscoso monte adombrato, o degno di lode: sei venuto incarnato da una Vergine ignara d’uomo, tu, im­materiale e Dio. Gloria alla tua potenza, Signore”. Il quinto testo della serie delle katavasie, a partire da Is 9,5 e 26,12, sviluppa il tema di Cristo come “angelo del gran consiglio” mandato dal Padre per guidare l’uomo alla conoscenza di Dio: “Dio della pace, Padre delle misericordie, tu ci hai in­viato l’angelo del tuo gran consiglio  per do­narci pace ; guidàti dunque alla luce della conoscenza di Dio, vegliando sin dai primi albori , noi ti glorifichiamo, amico degli uo­mini”.
        Il sesto tropario è tutto incentrato nella lettura cristologica della ode di Giona 2,11, testo già interpretato in una chiave cristologica e pasquale da Cristo stesso nel Vangelo. Da sottolineare il tema della nuova nascita di Giona che esce dal pesce “come embrione”, una nuova nascita che prefigura quella di Cristo stesso: “Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta: poi­ché egli ha preservato la madre indenne dalla corru­zione cui non era sottostata”.
I tropari settimo e ottavo sono dei testi tessuti attorno ai cantici di Daniele 3,26ss e 3,57ss: i tre giovani nella fornace preservati dalle fiamme e che diventano tipo e prefigurazione del grembo della Vergine in cui discende il fuoco della divinità: “I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuo­co, ma stando tra le fiamme canta­vano: O Dio dei padri, tu sei benedetto… La fornace che effondeva rugiada è stata immagine di una meraviglia che oltrepassa la natura: essa infatti non bru­ciò i giovani che aveva ricevuto, come neppure il fuoco della divinità bruciò il grembo della Vergine in cui era disceso; noi dunque inneggiando cantiamo: Tutta la creazione benedica il Signore, e lo sovresalti per tutti i secoli”.
L’ultimo dei tropari riprende quella che potremo chiamare una lettura cristologica per via di contrasto, come la troviamo spesso nei testi liturgici bizantini e siriaci: il cielo e la terra, il trono dei cherubini e la Vergine, l’Onnipotente che giace in una mangiatoia: “Vedo un mistero strano e portentoso: cielo, la grotta, tro­no di cherubini, la Vergine, e la greppia, spazio in cui è stato posto a giacere colui che nulla può contenere, il Cristo Dio, che noi celebriamo e magni­fichiamo”.


Nessun commento:

Posta un commento