martedì 3 marzo 2015

Senza il racconto dell'istituzione, diventati corpo e sangue del Signore.
Le notizie che ci arrivano in questi giorni dei fatti accaduti a nord della Siria, con le violenze ed il sequestro di tanti cristiani di tradizione siriaca, soprattutto assiri e caldei, e la distruzione totale delle loro chiese, le loro case, le loro vite, ci porta senz'altro a pregare per questi nostri fratelli cristiani, a piangere con loro perché di sofferenza fino alle lacrime si tratta, a confessare la fede con loro perché di martirio si tratta ancora. E dinunciando senza sosta questi fatti inqualificabili che capitano nel medio Oriente e in tante regioni della terra, e deplorando ancora una volta quell'indifferenza se non altro apparente ad Occidente; leggendo queste notizie appunto non possiamo non pensare ed evocare oggi una delle venerabilissime tradizioni cristiane di lingua siriaca, quella siro orientale, quei cristiani che nella loro preghiera dicono "Abba" al Padre celeste, e che nella loro speranza gridano "Maran atha" al Signore che aspettano che torni nella gloria. La Chiesa siro orientale, rimasta nella seconda metà del IV secolo, oserei dire suo malgrado, tagliata fuori dalla frontiera dell’impero e dalla comunione fraterna con le altre Chiese cristiane, e dalla prima metà del V secolo, dopo il concilio di Efeso nel 431, rimasta fedele alla sua arcaica professione di fede radicata in quella sede patriarcale di Antiochia, dove i cristiani ebbero il più grande degli onori, cioè essere chiamati col nome di Colui che fu appeso alla croce.
         Queste Chiese con una spinta missionaria esemplare arrivarono fino in India, Cina e Mongolia. In questi due ultimi paesi quei cristiani vi rimasero fiorenti fino al medioevo, arrivando nel XIII secolo ad eleggere patriarca e precisamente a Bagdad uno dei loro vescovi proveniente dalla Mongolia; una Chiesa che nei nostri giorni lì, in Cina ed in Mongolia non esiste più, e ci ha lasciate pochissime tracce, qualche raro reperto archeologico, quasi soltanto il ricordo di quei cristiani, conosciuti col nome del grande patriarca costantinopolitano malaugurato a Efeso, di cui loro presero per tanti secoli la denominazione appunto di “cristiani nestoriani”. In India, queste furono Chiese che arrivarono lì portate dalla fede e la predicazione di Tommaso apostolo, Chiese oggi viventi e forti nella loro confessione di fede, nel loro annuncio del Vangelo.
Queste Chiese, conosciute oggi coi nomi di Chiesa Assira e Chiesa Caldea, hanno usato ed usano fino ai nostri giorni il siriaco come lingua liturgica, e nella celebrazione dei Santi Misteri adoperano una delle anafore più arcaiche nella tradizione delle preghiere eucaristiche cristiane, quella conosciuta col nome di Addai e Mari, una anafora che fino ai nostri giorni non ha tramandato la narrazione dell’istituzione dell’eucaristia. Queste Chiese cristiane però, hanno celebrato e celebrano i Santi Misteri invocando il dono dello Spirito Santo per la santificazione di quel pane e quel vino che è stato ed è il Corpo ed il Sangue del Signore, fedeli alla loro tradizione teologica e liturgica, e a quel fermento santo che nella celebrazione liturgica viene mescolato alla farina, mescolato alle loro vite e che li riporta alla fede degli apostoli e a quel momento in cui il Signore diede ai discepoli il suo Corpo ed il suo Sangue affinché loro lo tramandassero alle sue Chiese sparse da Oriente a Occidente.
Cristiani assiri e caldei nel nord della Siria e in Iraq, oggi non hanno non già le parole del Signore all'ultima cena, ma neanche hanno più le loro chiese dove celebrare la fede, dove ascoltare la sua Parola, non hanno più le loro case dove abitare in quella terra che è la loro terra da quasi duemila anni. Chiese e monasteri che erano testimonianze di una architettura antichissima, arcaica, con una iconografia precedente la crisi iconoclasta che lacerò il mondo bizantino lungo l'ottavo e il nono secolo. Erano e sono testimonianze di un cristianesimo non dico differente ma sì fiero della sua diversità. Cristiani assiri a caldei che subirono delle persecuzioni già all'inizio del XX secolo assieme a cristiani armeni e siro antiocheni; assiri e caldei che cercarono rifugio in occidente e oltre l'oceano, oggi di nuovo sono assediati, rapiti, perseguitati, martiri che vivono come se portassero scritte nella propria pelle quelle parole del Salvatore ai suoi discepoli: “questo è il mio corpo… ed il mio sangue…”.
E ancora una volta, la voce del vescovo di Roma si è levata per far memoria di questi fratelli cristiani, voce spinta dalle notizie “drammatiche che giungono dalla Siria e dall’Iraq, relative a violenze, sequestri di persona e soprusi a danno di cristiani e di altri gruppi”. E papa Francesco vuol ancora una volta “assicurare a quanti sono coinvolti in queste situazioni che non li dimentichiamo, ma siamo loro vicini e preghiamo insistentemente perché al più presto si ponga fine all’intollerabile brutalità di cui sono vittime... e allo stesso tempo chiedo a tutti, secondo le loro possibilità, di adoperarsi per alleviare le sofferenze di quanti sono nella prova, spesso solo a causa della fede che professano. Preghiamo per questi fratelli e queste sorelle che soffrono per la fede in Siria e in Iraq”.
Oggi quel "prendete e mangiate... prendete e bevete... questo è il mio corpo... questo è il mio sangue..." del loro e nostro Signore, ce l'hanno, i cristiani assiri e caldei, non scritto nei libri ma nella loro vita, nella loro testimonianza martiriale.



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