lunedì 1 settembre 2014

Il canto liturgico nella tradizione bizantina greca
La voce che canta la Parola
Le celebrazioni liturgiche delle Chiese cristiane, siano esse di tradizione orientale che occidentale, hanno una componente musicale, strumentale o vocale, che le caratterizza in modo particolare. La musica liturgica in Oriente si è sviluppata soprattutto dal punto di vista vocale, cioè sono le voci dei cantori, e tante volte di tutto il popolo, che segnano lo svolgersi della liturgia stessa; sia nel canto dei testi biblici e liturgici, sia nelle risposte del popolo alle invocazioni e preghiere del sacerdote o del diacono.
Non vogliamo in questo momento presentare uno studio storico della musica e del canto liturgico nelle tradizioni cristiane orientali e in quella bizantina in modo particolare, bensì fare un accenno al canto, alla musica oggi nelle Chiese soprattutto di tradizione bizantina greca. Testimonianze del canto liturgico o se si vuol della liturgia cantata ne abbiamo già nei testi dei Padri dal IV secolo in poi; basti citare le composizioni innografiche di sant’Efrem il Siro (+373) con delle indicazioni –non notazioni bensì di una semplice frase- di carattere musicale per noi di carattere oggi indecifrabile; testi innografici assai lunghi che venivano cantati o dall’assemblea oppure da un cantore con un ritornello fatto dal popolo. Questo ruolo centrale della voce nel canto liturgico proviene da un punto di partenza o meglio di espansione costantinopolitana che non ne ha però l’originalità, che invece conviene cercare nella tradizione antiochena e in collegamento stretto con le tradizioni siriache orientali ed occidentali anche odierne. Fino al IX secolo non troviamo delle notazioni musicali, soprattutto dopo la crisi iconoclasta.
La liturgia bizantina greca, celebrata oggi in tanti paesi dal Mediterraneo, dal prossimo Oriente alla Calabria e la Sicilia italiane, ha delle tradizioni mellurgiche proprie, ma ha anche delle caratteristiche che le accomunano. Sono delle composizioni musicali di carattere monodico, cioè cantate a voce e senza strumenti musicali da una persona, o da diverse secondo i casi, ma senza la polifonia che si è sviluppata soprattutto nelle liturgie di tradizione bizantina slava. Non esistono appunto strumenti musicali; è la voce umana l’unico strumento nella lode di Dio e nella proclamazione della Parola. In qualche modo si può dire che la tradizione bizantina greca sfrutta la voce ed il canto come modo di esprimere la preghiera liturgica.
Quale è il ruolo del cantore e soprattutto della voce nella liturgia bizantina greca? In primo luogo, il canto dei testi liturgici lo troviamo strutturato a partire dall’oktoechos, cioè l’insieme di otto toni musicali diversi, collegati all’insieme di testi poetici previsti per un ciclo anch’esso di otto settimane, testi risalenti tra il V ed il IX secolo, opere di teologia poetica di autori anonimi o di grandi innografi come Romano il Melodo e Giovanni Damasceno per fare qualche nome. Questi otto toni musicali vengono applicati ai diversi testi liturgici bizantini lungo l’anno liturgico. Questi testi vengono cantati solitamente dal coro del monastero, della chiesa o del seminario che si tratti. In secondo luogo, il ruolo della voce singola per la recita dei salmi o dei versetti salmici; per la recita e la preghiera dei salmi interi –ed il Salterio ha un ruolo importante nella tradizione bizantina soprattutto nella prassi monastica-, questi vengono recitati da un lettore, lettura che spesso non è una semplice recita quasi “privata”, ma con un’intonazione vocale che permette non soltanto di seguire il testo, ma anche e soprattutto di pregare con il salmista. Per quanto riguarda i singoli versetti salmici, di solito intercalati alle composizioni poetiche sopra accennate, vengono eseguiti da un cantore al tono indicato dal periodo dell’anno liturgico in cui si celebra. In terzo luogo il canto del lettore, cioè la proclamazione cantata delle letture della Sacra Scrittura, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, e soprattutto il Vangelo. In questo caso il canto sottolinea la dimensione di annuncio e di proclamazione che nella Divina Liturgia ha il Vangelo, come momento centrale nella liturgia dei catecumeni o della Parola. In tutte le liturgie cristiane, da Oriente ad Occidente il Vangelo viene cantato dal diacono, per annunciare attraverso la bellezza e la forza del canto e della melodia, che mai sacrifica anzi valuta così il senso del testo, la bellezza e la forza della Parola di Colui che la liturgia proclama come “il più bello tra i figli degli uomini” (salmo 44,7). In quarto luogo le voci o i toni melodiosi e del vescovo o del sacerdote celebrante nelle preghiere lungo la liturgia e soprattutto nell’anafora, cantata anch’essa a partire dagli otto toni accennati già prima, e del diacono nel canto delle diverse litanie lungo la liturgia. Infine, per ultimo, le melodie per i testi speciali o propri lungo l’anno liturgico, melodie che spesso sono entrate nell’anima del popolo fedele che le canta, diventando così veramente concelebrante della liturgia che si celebra, specialmente durante la liturgia della Settimana Santa. Uno di questi casi particolari è il canto degli Enkomia nel mattutino del Sabato Santo, la cui melodia è diventata patrimonio scolpito nel cuore dei credenti bizantini. Si tratta dell'elogio funebre di Gesù formato da 176 strofe divise in tre stanze o gruppi; composto tra il XII e il XIV sec. Il canto degli Enkomia viene fatto di fronte alla tomba di Cristo, messa nel bel mezzo della chiesa, e le strofe vengono cantane alternate a due cori e delle volte intrecciate coi versetti del salmo 118. La musica, il canto forte e veramente vissuto di queste strofe fanno del popolo fedele il vero celebrante, incarnando veramente i diversi personaggi del poema, assumendo il dolore, il pianto, la gioia.
Il ruolo del canto, della voce melodiosa nella tradizione bizantina, voce sia maschile che femminile, nei monasteri, nelle cattedrali, nelle chiesette di campagna, diventa fondamentale sì per la sua bellezza anche in se stessa, ma soprattutto per la forza dell’annunzio della Parola e per la celebrazione della lode al Dio che è Padre, che si è rivelato pienamente nel Figlio e ci santifica nello Spirito Santo.

P. Manuel Nin
Pontificio Collegio Greco
Roma.




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