venerdì 6 febbraio 2026

 Dieci anni in Grecia



         Nel 1997 uscì un film col titolo Sette anni in Tibet, diretto da Jean-Jacques Annaud ed interpretato dall’attore Brad Pitt, in cui si raccontano le vicende di due alpinisti andati all’Everest per scalare il tetto del mondo, e che si trovarono coinvolti nel dramma della Seconda guerra mondiale e, appunto, rimasero per sette anni tra l’India ed il Tibet e uno di loro diventò amico e confidente del Dalai Lama.

         Senza pretese che dei miei anni come vescovo Esarca Apostolico in Grecia se ne debba fare un film -benché qualche scena notevole e toccante ci sarebbe comunque! -, ho intitolato questa mia riflessione con una frase che richiama il film di cui sopra.

         Quasi giorno per giorno, la mia nomina a vescovo Esarca Apostolico del 2016 uscì il 2 febbraio, e quella del 2026, dieci anni dopo, è uscita il 31 gennaio. Dieci anni di servizio episcopale nell’Esarcato per i Cattolici di tradizione bizantina in Grecia. Dieci anni di cammino fatto con fede e speranza, con fiducia nel Signore e nelle persone che Lui mi ha messo accanto. Dieci anni di vita di una Chiesa, perché l’Esarcato è proprio una Chiesa Orientale Cattolica -il CCEO la definisce una Chiesa sui juris, una Chiesa con identità propria, con vita propria, con un vescovo, dei preti, dei fedeli, uomini e donne, provenienti da etnie e nazioni diverse: greci, ucraini, caldei, romeni… Una Chiesa viva, piccola, povera in tanti aspetti, ma non piccola né povera nella fede, nella speranza, nella carità vissuta giorno dopo giorno. Una Chiesa che mai si è sentita come il sassolino nella scarpa in un cammino affianco ad altre Chiese cristiane di Oriente, bensì ha voluto essere e lo vuole tuttora un ponte di comunione, di fraternità umana e cristiana.

         Il mio predecisone immediato, il compianto vescovo Dimitrios Salachas, il giorno 15 aprile 2016 a San Paolo fuori le Mura quando mi ha ordinato vescovo, iniziò la sua omelia con quel tono di voce e quella forza forza che lo contraddistinguevano, con un fortissimo: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. Questa frase me la son fatta mia durante dieci anni e la proclamo anche io alla fine del mio servizio episcopale in Grecia: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. E aggiungo pienamente e fermamente convinto, in questo momento in cui una mia successione all’Esarcato può essere messa in discussione e se non altro diciamo travagliata: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει! E voglio, desidero, spero che viva!”. E per questa stessa ragione, cioè di una Chiesa viva e con tanta ma tanta voglia di vivere e di esistere in questo luogo, in Grecia, crocevia di tradizioni culturali ed ecclesiali diverse, sono fermamente convinto che il mio successore debba essere un nuovo Esarca apostolico insignito dalla dignità episcopale, e questo senz’ombra di dubbio né esitazioni siano di carattere ecumenico, ecclesiologico o pastorale. Non un semplice sacerdote, magari archimandrita, nominato Esarca, ma che sia anche ordinato vescovo. E questo per tante ragioni. Quali?

         In primo luogo perché un Esarca vescovo assicura con il sacramento dell’ordine episcopale la continuità di questa Chiesa Orientale Cattolica in Grecia che ha cento anni e che ha una vita ecclesiale normale e piena: vescovo, preti, fedeli, celebrazione dei sacramenti, caritas… Per ché diminuirla o mutilarla in questo momento della storia? Al mio arrivo nel 2016 l’Esarcato aveva soltanto 5 sacerdoti, ed il più giovane aveva 75 anni di età ed era malato di Alzheimer. Dieci anni dopo, per grazia e misericordia e dono del Signore che ci ha benedetti e ha accolto il semplice e tante volte povero ma convinto lavoro delle nostre mani, i sacerdoti sono 8 con una media di età decisamente giovane. Quindi la nomina di un esarca vescovo sarebbe un punto fermo per non sprecare un lavoro che non dico “ho” ma “abbiamo” fatto lungo questi dieci anni difficili, sofferti tate volte, ma belli e benedetti dal Signore.

In secondo luogo, la presenza di un Esarca vescovo crea una comunione più evidente e più chiara tra i fedeli delle tre comunità che formano l’Esarcato e tra i sacerdoti. Altrimenti, e scusate l’immagine, i greci tirano da una parte, gli ucraini dall’altra, e di caldei dalla loro, senza quel punto di riferimento e di comunione nella Chiesa che è il vescovo. Quando delle volte mi chiedevano: “cosa fai come vescovo?” Rispondevo convinto: “assicuro la comunione nella mia Chiesa”.

         In terzo luogo, e questo potrebbe apparire come una contradizione ma non lo è, la presenza di un Esarca vescovo può assicurare un dialogo ecumenico con i fratelli ortodossi, che sia vero -e sottolineo questa parola-, vero e non finto, che possa far fronte serenamente, cristianamente direi alle difficoltà ed i problemi che sorgono quando come persone, come cristiani dialoghiamo tra di noi. Un dialogo appunto vero, franco, fraterno, cristiano. Un dialogo che dovrebbe farci guardare agli occhi e vedere nell’altro non il nemico, non il problema, ma il fratello cristiano, vescovo, che annuncia con la propria vita che il Signore ci ama, che il Signore è risorto e ci salva.

         Dieci anni in Grecia, scrivevo all’inizio. Il personaggio del film di cui sopra, dopo sette anni in Tibet ritorna nella sua Austria dove ritrova -anzi trova per prima volta- suo figlio. Io rientrando ora in Italia, alle porte di Roma, guardo indietro e vedo la Chiesa di Grecia, l’Esarcato Apostolico, e in lei avverto quella che è stata per dieci anni la mia Chiesa, la mia sposa, e che lo rimarrà per sempre nel mio cuore, e che spero, desidero, mi auguro, non venga lasciata, abbandonata -e scrivo questa parola con tanto timore ed apprensione- senza un pastore, senza uno sposo che le faccia presente l’amore dell’unico Sposo, Cristo Signore, di cui tutti i vescovi indegnamente siamo vicari.

Il film sopracitato finisce con la scalata del personaggio principale del film e suo figlio su una delle vette montagnose dell’Austria dove piantano la bandiera austriaca e quella del Tibet. Per me il cammino è più pianeggiante, ma non meno impegnativo, tra i castelli romani, nella speranza di poter non piantare una bandiera ma di poter, con l’aiuto e la grazia del Signore, far brillare di nuovo quella “gemma orientale incastonata nella tiara pontificia”.

Il Signore me ne dia la forza in questa scalata non meno impegnativa.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico