venerdì 17 marzo 2017

martedì 28 febbraio 2017

La Quaresima.
Cammino con il Signore / cammino verso il Signore

L’inizio del periodo della Quaresima, preceduto dalle quattro domeniche del Triodion, ci porta a riflettere su qualche aspetto della nostra vita cristiana. Nelle domeniche del Triodion le pagine del Vangelo sono diventate una grande catechesi che ci dovrebbe portare -o riportare- ad atteggiamenti determinanti della nostra vita cristiana a livello personale ed ecclesiale, e ci dovrebbero confrontare con quello che ci viene elargito da Dio stresso: la misericordia, il perdono... La prima domenica ci ha dato il vangelo del fariseo e del pubblicano; la seconda ci dà la parabola del Figlio Prodigo; la terza ci misura col nostro atteggiamento più cristiano, cioè l’incontro col Cristo povero, malato, prigioniero, attraverso la parabola del Giudizio Finale. Infine la quarta domenica ci indica il cammino del digiuno e della preghiera fatti nella verità, e ci introduce nella Grande Quaresima, che ci farà pervenire alla vera umiliazione ed esaltazione del Signore, quella della Pasqua.
Le pagine del Vangelo che sono vita per noi. Il Vangelo che nelle tradizioni dell’Oriente cristiano viene chiamato non soltanto “vivente” cioè che è vivo nella vita delle Chiese cristiane, che viene annunciato da loro, ma lo si chiama anche “vivificante”, cioè che dà la vita a tutti noi che lo ascoltiamo, che lo leggiamo, che lo accogliamo facendone carne della nostra carne, vita nella nostra vita. Il contatto con la Sacra Scrittura nella vita di ogni cristiano è qualcosa che deve -o dovrebbe- far parte del nostro essere cristiani, una parte importante del curare la nostra vita in Cristo. La stessa Quaresima ci aiuta a questo contatto attraverso le lectio continue dei libri della Genesi e dei Proverbi al vespro di quasi tutta la Quaresima, e di Isaia a l’ora sesta. Un contatto, una lettura quotidia­na della Sacra Scrittu­ra, dovrebbe far parte della nostra vita; comunque, questo non è sempre facile, sia per la nostra debolez­za, sia per il fatto che ci sono dei testi non sempre facili e delle volte dei testi, almeno apparen­temente, forse anche noiosi, difficili. Ma anche di questi testi i Padri e le tradizioni delle Chiese cristiane ne traggono insegnamento ed anche nutrimento. Penso per esempio a le liste dei patriar­chi che troviamo nel libro della Genesi, liste a un primo sguardo -ripeto apparentemente- senza un interesse speciale. Di­co, pero, apparentemente perché possiamo trovarvi delle volte -direi quasi sempre- delle perle che diventano per noi Parola di Dio che ci porta la salvezza, che ci rinnova come persone, come cristia­ni.
          Leggendo durante la Quaresima il libro della Genesi mi sono trovato con un passo di cui vorrei partire in queste mie righe, e che vorrei semplicemen­te presentar­vi. Nel capitolo 5 del libro della Genesi, troviamo la lista dei patriarchi discendenti di Adamo; e più precisamente a Gen 5,21-24 troviamo la presentazio­ne della figura di Enoch, un personaggio di cui si parla ben poco nella Sacra Scrittura -soltanto 11 volte e ripetendone sempre la stessa cosa: che piacque a Dio e che non morì -lo stesso si dice del profeta Elia, che anche lui fu preso da Dio. Enoch è una figura, ancora, che la letteratura apocrifa e l’iconografia bizantina situano alla porta del Paradiso, assieme a Elia, nell’attesa di incontrare ed accogliere il buon ladrone, mentre Cristo scende negli inferi. Gen 5,21-24, il testo che parla di Enoch, dice per ben due volte che “piacque a Dio” oppure “che fu trovato buono da Dio”. Alcune versioni bibliche presentano una traduzione che ha attirato la mia attenzione; infatti in alcune di esse si dice: “Enoch camminò con Dio... e per questo Dio lo prese”. Altre traduzioni vanno anche in questo senso; cioè per indicare che un uomo è “grato”, “buono”, “che piacque” a Dio, gli si dice che “camminò con Dio”.

Possiamo pure chiederci adesso, noi che stiamo per iniziare la Grande Quaresima, cosa vorrà dire “cammina­re con Dio”. Camminare con Dio vorrà dire soprattutto -e specialmente nel periodo quaresimale che stiamo iniziando-, un vivere nella propria vita la chiamata alla conversione, alla “metanoia”, nel senso più letterale e forte del termine “metanoia”, cioè il cambiare, rinnovare, rifare il nostro pensiero, il nostro agire, il nostro essere.

Per noi cristiani la conversione alla quale siamo ogni giorno chiamati dal Signore è in primo luogo un dono, qualcosa che ci viene dato da Lui. Nessuno -e penso che tutti ne abbiamo fatto e ne facciamo esperienza- non può tornare a Dio con le proprie forze: Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato... (Gv 6,44). Dio, pero, non ci attira se non nella misura in cui ognuno di noi cerchiamo, desideriamo di trovarlo. I Padri dicevano che Dio può tutto, eccetto forzare l’uomo ad amarlo. Vedere la conversione come un dono vuol dire un ricomin­ciare ogni giorno, accettando che lo stesso fatto di ricominciare ci viene dato da Dio. A causa del peccato, l’uomo si vede allontanato dal­la santità di Dio, dalla luce di Dio; abita nelle tenebre della disperazione; ma è proprio quest’uo­mo peccatore -ognuno di noi- che Cristo invita a tavola -o per sottolineare ancora di più il dono della conversione, come nel caso di Zaccheo- a casa di cui il Signore si invita se stesso a tavola. È importante di vedere nel vangelo di Zaccheo come è il Signore stesso che si invita a pranzo, che fa dono di se stesso. La conversio­ne come dono ci fa vedere e vivere la nostra propria povertà e l’immensa ricchezza del dono di Dio. Cristo descrive la situazio­ne dell’uomo, di colui che è oggetto del dono della conversione, come uno straniero che cadde nelle mani dei ladri, lo spogliano, lo derubano, lo picchiano... e soltanto in questa situazione l’uomo può far l’esperienza della gratuità del buon samaritano, del dono di Dio, che lo rialza, lo carica e ne ha cura; non li fa delle domande, non chiede niente, soltanto dà... Di questa povertà in cui siamo chiamati a vivere il nostro cammino di conversione come dono, la stessa Quaresima ne diventa­, per noi, una saggia pedagoga. Nei giorni feriali in settimana non celebriamo la Divina Liturgia fino al sabato e alla domenica -anticipo e dono allo stesso tempo della comunione col Risorto nella Santa Pasqua. Il mercoledì ed il venerdì celebriamo la Liturgia dei Doni Presantificati a sottolineare che la forza per il nostro cammino quaresimale ci viene dal Signore stesso nel suo Corpo e nel suo Sangue santificati, consacrati il giorno di domenica, che è la Pasqua della settimana, anche nel periodo quaresimale.

La conversione, la “metanoia”, allora, accolta liberamen­te co­me dono divino, che diventa per noi il mezzo offerto per il nostro quotidiano ­“camminare con Dio”. Non è uno scopo, una finalità, la “metanoia” nella nostra vita; è un mezzo che ci porta a…, che ci porta verso… Verso chi? Verso Cristo…, che ci dà l’opportunità di camminare con Dio.
Il nostro desiderio -e speranza- di conversio­ne, di “metanoia”, durante la Quaresima si manifesta­ in una serie di pratiche che ci vengono offerte dalla vita della Chiesa: digiuno, preghiere, contatto più assiduo con la Sacra Scrittura -notate le letture bibliche continue che vi indicavo poco fa; le stesse “metanie” (prostrazioni) come atteggia­mento esterno simbolo di un atteggiamento interiore di cambiamen­to, di umiltà, ma soprattutto di configura­zione piena con colui che spogliò se stesso... umiliò se stesso (Fil 2,7-8). Mi sembra importante di sottolinearlo questo legame, che non possiamo mai spezzare, tra l’uomo interiore e l’uomo esteriore, quello che viviamo e facciamo all’esterno con quello che viviamo e facciamo nel profondo del nostro cuore. Allo stesso modo che il Verbo di Dio si incarnò veramente -guardate nella lettera ai Filippesi, capitolo 2, ai verbi “spogliò”, “umiliò” corrispondono forme molto forti come “assumendo”, “divenendo”, “facendosi”, che sottolineano la vera umiliazione, la vera possiamo dire “metano­ia” di Cristo. La prima eresia cristologica fu quella del docetismo, del rifiuto della vera incarnazione di Cristo In questo senso vi propongo di vedere la conversio­ne, la “metanoia” come mezzo cioè per configurarci ancora con Cristo.

Questo legame tra interiore e esteriore, tra quello che diciamo, quello che facciamo e quello che pensiamo, ci viene sottolineato dalla bellissima preghiera di Sant’Efrem. All’atte­ggiamento esteriore del corpo -la metanoia fino a terra- corris­ponde la preghiera al Signore per una vera metanoia anche interiore: vedere i miei peccati e non condannare il mio fratello...

Al principio vi parlavo di Enoch che camminò con Dio... che fu trovato buono da Dio. Sono andato pure al testo siriaco della versione biblica conosciuta come “Peshitta” del testo di Gen 5 e viene usata una forma che permette di tradurre: Enoch fu “bello” per Dio; è un termine siriaco che indica la bellezza totale, non soltanto quella esterna neppure soltanto quella interna, ma tutto l’uomo che diventa “bello”, a immagine di Colui, Cristo, che è, come dice il salmo 44, “il più bello tra i figli dell’uomo”.

In questo nostro inizio del cammino quaresimale, come Adamo che ritorna al Paradiso -oppure piuttosto lasciandoci portare dal Signore: Il Signore prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden (Gen 2,8) -nell’iconografia e nei mosaici bizantini Cristo porta per mano Adamo verso il Paradiso-, in questo nostro cammino, la Chiesa ci metterà ogni giorno, diverse volte, la preghiera di Sant'Efrem:

Signore e Sovrano della mia vita,
non darmi uno spirito di pigrizia, d'indolenza, di superbia, di vaniloquio
Dà a me, tuo servitore,
uno spirito di sapienza, di umiltà, di pazienza e di amore.
Sì, Signore e Re,
dammi di vedere i miei peccati e di non condannare il mio fratello, perché sei benedetto nei secoli. Amin.
Κριε κα Δσποτα τς ζως μου, πνεμα ργας, περιεργας, φιλαρχας κα ργολογας μή μοι δς.
Πνεμα δ σωφροσνης, ταπεινοφροσνης, πομονς κα γπης χρισα μοι τ σ δολ.
          Να, Κριε Βασιλε, δρησα μοι το ρν τ μ πτασματα, κα μ κατακρνειν τν δελφν μου, τι ελογητς ε ες τος αἰῶνας τν αἰώνων. μν.

La tradizione bizantina si compiace a ripetere questa preghiera, a lasciarla cadere su di noi per scandire tutto il nostro cammino quaresimale. Signore e Sovrano della mia vita... Signore e Re. La preghiera mette al centro della nostra vita Dio, il Signore, come Colui che ne è Signore, come colui che ne è fonte di speranza, soprattutto fonte di fiducia: Adamo -l'uomo- non rimane seduto alla soglia del Paradiso, ma si lascia portare dal Signore. Quando diciamo: Signore e Sovrano della mia vita... riconosciamo in lui la fonte di questa vita e rinnoviamo in lui la nostra fiducia: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore... (Mt 11,28-29).

         Auguro a tutti una Quaresima piena dei frutti dello Spirito, vissuta nella gioiosa attesa della Santa Pasqua.

+P. Emmanuel Nin
Esarca Apostolico




Η Μεγάλη Τεσσαρακοστή:
Πορεία με τον Κύριο - Πορεία προς τον Κύριο

Οι τέσσερεις Κυριακές του Τριωδίου που προηγούνται της περιόδου της Μεγάλης Τεσσαρακοστής μας δίνουν την ευκαιρία να μελετήσουμε κάποια σημεία της χριστιανικής μας ζωής. Οι περικοπές που αναφέρονται στο Ευαγγέλιο αυτές τις Κυριακές του Τριωδίου είναι στην πραγματικότητα μια μεγάλη κατήχηση η οποία πρέπει να μας καθοδηγεί σε σχετικές αποφάσεις για τη χριστιανική μας ζωή, σε προσωπικό και σε εκκλησιαστικό επίπεδο, και επομένως θα έπρεπε να αντιπαραθέσουμε με ότι μας χορηγεί ο ίδιος ο Θεός: την ευσπλαχνία, την συγχώρεση κλπ. Η πρώτη Κυριακή μας παρουσιάζει το Ευαγγέλιο του Φαρισαίου και του Τελώνου. Η δεύτερη Κυριακή την παραβολή του Ασώτου Υιού. Στην Τρίτη ο Χριστός αναφέρεται στη Δευτέρα Παρουσία, δηλαδή διαμέσου της συνάντησής μας με το Χριστό, φτωχό, άρρωστο, φυλακισμένο, μετράει τη χριστιανική μας συμπεριφορά. Τέλος, στην τέταρτη Κυριακή μας υποδεικνύει το δρόμο της αληθινής νηστείας και προσευχής, που μας εισάγουν στο πνεύμα της Μεγάλης Τεσσαρακοστής και μας συνοδεύουν μέχρι την άκρα ταπείνωση και την ύψωση του Κυρίου μας, δηλαδή την Ανάσταση.
Οι σελίδες του Αγίου Ευαγγελίου είναι πραγματικά ζωή για μας. Το Ευαγγέλιο, που, σύμφωνα με τη χριστιανική Ανατολική Παράδοση, αποκαλύπτεται όχι μόνο «ζωντανό» στη ζωή της Εκκλησίας από την οποία κηρύττεται, αλλά ονομάζεται επίσης «ζωοποιό» εφόσον ζωοποιεί όλους εμάς που το ακούμε, το διαβάζουμε το μελετούμε, το παραδεχόμαστε, και επομένως το βιώνουμε και το ενσωματώνουμε στη ζωή μας. Η καθημερινή μας επαφή με την Αγία Γραφή πρέπει ή – θα έπρεπε – τουλάχιστο, να είναι βασικό μέρος της χριστιανικής μας ζωής και να παίζει σημαντικό ρόλο στην καλλιέργεια της εν Χριστώ ζωής μας. Η Μεγάλη Τεσσαρακοστή, μας βοηθάει σε αυτή την επαφή με την συνεχή ανάγνωση του βιβλίου της Γένεσης και των Παροιμιών στον Εσπερινό, και του Ησαΐα στην Έκτη Ώρα. Τουλάχιστον μια επαφή, μια καθημερινή ανάγνωση της Αγίας Γραφής, θα έπρεπε να αποτελεί σημαντικό μέρος της ζωής μας, αν και αυτό δεν γίνεται πάντα, είτε εξαιτίας της αδυναμίας μας, είτε επειδή υπάρχουν μερικά χωρία που δεν είναι πάντα κατανοητά και επομένως βαρετά και δύσκολα. Όμως και από αυτά τα κείμενα οι Άγιοι Πατέρες και οι Ιερές Παραδόσεις της Εκκλησίας μας επωφελούνται και τροφοδοτούνται πνευματικά. Ένα παράδειγμα είναι ο κατάλογος των Πατριαρχών που υπάρχει στο βιβλίο της Γένεσης, κατάλογος που μάλλον επιφανειακά μπορεί να φαίνεται πρώτο-φαινομενικά ασήμαντο. Τονίζω, όμως, πρώτο-φαινομενικά, επειδή πολλές φορές – σχεδόν πάντα - αυτά τα κείμενα αποκαλύπτονται μαργαριτάρια για μας, εφόσον αυτά είναι ο Λόγος του Θεού που μας φέρνει τη σωτηρία και επομένως μας ανανεώνει ποιοτικά και προσωπικά.
Διαβάζοντας το βιβλίο της Γένεσης, κατά τη διάρκεια της Μεγάλης Τεσσαρακοστής, βρήκα μια περικοπή από την οποία επιθυμώ να ξεκινήσω την παρούσα μελέτη. Στο πέμπτο λοιπόν Κεφάλαιο, διαβάζουμε τον κατάλογο των Πατριαρχών που αναφέρεται στους  απογόνους  του Αδάμ, και πιο συγκεκριμένα στο βιβλίο της  Γένεσης  κεφ 5. 21-24, βρίσκουμε τον Ενώχ, δηλαδή έναν άνθρωπο για τον οποίο η Αγία Γραφή δεν αναφέρει πολλά πράγματα, όμως επαναλαμβάνει έντεκα φορές πως ζούσε θεάρεστα και έπειτα πέθανε. Το ίδιο λέει και για τον προφήτη Ηλία, ο οποίος αρπάχτηκε από το Θεό στον ουρανό. Η απόκρυφη γραμματεία και η βυζαντινή αγιογραφία παρουσιάζουν τον Ενώχ μαζί με  τον Ηλία στην αυλή του Παραδείσου, αναμένοντας τον καλό ληστή, την ώρα που ο Χριστός κατεβαίνει στον Άδη. Στο βιβλίο της Γένεσης  κεφ. 5,1-24, το χωρίο που μιλάει για τον Ενώχ λέει δυο φορές πως «εὐηρέστησε τῷ Θεῷ», δηλαδή «έζησε θεάρεστα». Μερικές ξενόγλωσσες αποδόσεις της Βίβλου, παρουσιάζουν, σε αυτό το σημείο, μια μετάφραση που τράβηξε την προσοχή μου, επειδή λέει πως «ο Ενώχ πορευόταν με το Θεό, γι’ αυτό ο Θεός τον πήρε μαζί του»: πραγματικά σε μερικές ξένες γλώσσες για να εκφράσουν ότι κάποιος είναι αρεστός, καλός και ευάρεστος στο Θεό, λένε πως «πορεύομαι με το Θεό».
Τώρα, που αρχίζουμε τη Μεγάλη Σαρακοστή, μπορούμε να αναρωτηθούμε, τι ακριβώς σημαίνει, «πορεία με το Θεό». Πορεύομαι λοιπόν με το Θεό, σημαίνει πάνω απ’ όλα, και ιδίως σε αυτή την περίοδο της Σαρακοστής, προσπαθώ να βιώσω το κάλεσμα της προσωπικής μου μεταστροφής, με πνεύμα μετανοίας, επιδιώκοντας να αλλάξω, να ανανεώσω, και να ξαναφτιάξω από την αρχή τη νοοτροπία μου, και τον τρόπο με τον οποίο  σκέπτομαι ενεργώ και υπάρχω.
Για μάς τους χριστιανούς η μεταστροφή στην οποία είμαστε καλεσμένοι καθημερινά από τον Κύριο, είναι καταρχήν δώρο που προέρχεται κατευθείαν από το Θεό. Νομίζω πως όλοι μας γνωρίζουμε από πείρα, ότι κανένας δε μπορεί να επιστρέψει στο Θεό με τις δικές του  απλές  δυνάμεις: «κανένας δεν μπορεί να έρθει κοντά μου, αν δεν τον ελκύσει ο Πατέρας που μ’ έστειλε…» (Ιω 6,44). Ο Θεός, όμως, μας ελκύει στο μέτρο που ο καθένας προσπαθεί και επιθυμεί να Τον αναζητήσει. Σύμφωνα με τους Πατέρες της Εκκλησίας, ο Θεός τα πάντα μπορεί, εκτός από το να επιβάλλει στον άνθρωπο να Τον αγαπήσει. Θεωρώντας τη μεταστροφή σαν πολύτιμο δώρο, πρέπει να ξαναρχίζουμε την προσπάθειά μας κάθε μέρα από την αρχή, και να αποδεχόμαστε  πως η προσπάθεια μας γίνεται μόνο με τη βοήθεια του Θεού. Δυστυχώς, εξαιτίας της αμαρτίας, ο άνθρωπος θεωρεί τον εαυτό του απομακρυσμένο από την αγιότητα του Θεού, από το θείο Φως, επομένως κατοικεί το ζόφο της απελπισίας. Όμως ο Χριστός προσκαλεί τον αμαρτωλό άνθρωπο στο Συμπόσιο Του, δηλαδή τον καθένα από μας, όπως στην περίπτωση του Ζακχαίου, στο σπίτι του οποίου ο Κύριος προσκάλεσε από μόνος του τον εαυτόν Του, και του χαρίζει την παρουσία Του. Είναι σημαντικό πως στο Ευαγγέλιο ο ίδιος ο Χριστός προσκαλείται στο σπίτι του Ζακχαίου και από μόνος Του, κάνει δώρο την παρουσία Του σ’ εκείνο το σπίτι. Η μεταστροφή λοιπόν, ως ουράνιο δώρο, μας επιτρέπει να διαπιστώνουμε και να  βιώνουμε, αφενός την δική μας αθλιότητα και αφετέρου τον άπειρο πλούτο της δωρεάς του Θεού. Ο Χριστός απεικονίζει την κατάσταση του ανθρώπου, που είναι αντικείμενο της δωρεάς μεταστροφής, σαν ένας ξένος που έπεσε στα χέρια των ληστών, τον ξεγύμνωσαν, και τον τραυμάτισαν… Σε αυτή μόνο την περίπτωση ο άνθρωπος βιώνει την περιπέτεια του καλού Σαμαρείτη, του δώρου του Θεού, που τον σηκώνει και τον φροντίζει. Δεν τον ρωτάει, δεν του ζητάει τίποτα περισσότερο, μόνο του προσφέρει… Από αυτή την κατάσταση ένδειας στην οποία βρισκόμαστε, είμαστε καλεσμένοι να βιώσουμε τη δική μας πορεία μεταστροφής σαν δώρο. Έτσι λοιπόν, η ίδια η Μεγάλη Τεσσαρακοστή γίνεται για μας σοφή παιδαγωγός. Εκτός από την ημέρα του Σαββάτου και της Κυριακής που είναι πρόγευση και δώρο της κοινωνίας με τον Αναστημένο Χριστό, η Θεία Λειτουργία δεν τελείται καθημερινά. Κάθε Τετάρτη και Παρασκευή της εβδομάδας  τελείται η  Θεία Λειτουργία των Προηγιασμένων Δώρων για να τονίσουμε, πως η δύναμη για την σαρακοστιανή μας πορεία προέρχεται από τον ίδιο το Χριστό μέσω του αχράντου Σώματος και Αίματος των καθαγιασμένων Δώρων της προηγούμενης Κυριακής, δηλαδή, της Αναστάσιμης ημέρας της προηγούμενης  εβδομάδας.
Η μεταστροφή και η μετάνοια που γίνεται ελεύθερα αποδεκτή από μας ως δώρο Θεού, γίνεται για μας ισχυρό μέσον για την καθημερινή μας πορεία με το Θεό. Η μετάνοια δεν είναι ο στόχος, δηλαδή ο απώτερος σκοπός της ζωής μας, αλλά το δραστικό μέσον που μας βοηθάει να πάμε προς τον Κύριο, ο οποίος όμως μας δίνει την δυνατότητα να πορευθούμε μαζί Του.
Η επιθυμία  και η ελπίδα  για τη δική μας μεταστροφή και μετάνοια, κατά τη διάρκεια της Σαρακοστής, εκφράζεται με μερικές ασκητικές πράξεις που πηγάζουν από τη ζωντανή Παράδοση της Εκκλησίας μας. Και αυτές είναι  η νηστεία, η προσευχή, η πιο συχνή μελέτη της  Αγίας Γραφής (γι’ αυτό και τα αναγνώσματα στην Ακολουθία των Ωρών), οι μετάνοιες ως εξωτερική ένδειξη εσωτερικής μεταστροφής, πνευματικής αλλαγής και πράξη ταπεινοφροσύνης, όμως, πάνω απ’ όλα, ως τέλεια εξομοίωση μας με Εκείνον που απαρνήθηκε τα πάντα και ταπεινώθηκε θεληματικά για τη δική μας σωτηρία (Φιλ 2,7-8). Μου φαίνεται σημαντικό να τονίσω ότι υπάρχει ένας δυνατός δεσμός μεταξύ του εσωτερικού και εξωτερικού κόσμου του ανθρώπου τον οποίο δεν μπορούμε να διασπάσουμε ποτέ στη ζωή μας, που ταυτίζεται με τις πράξεις μας και τα μύχια της καρδιάς μας. Όπως ο ίδιος ο Λόγος του Θεού που έγινε άνθρωπος - ας   ρίξουμε μια ματιά στην προς  Φιλιππησίους Επιστολή, Κεφ. 2, και ας προσέξουμε τα ρήματα «απαρνήθηκε», «ταπεινώθηκε», που ανταποκρίνονται στα σκληρά ρήματα «πήρε», «έγινε», «υπακούοντας», που τονίζουν την άκρα ταπείνωση, θα έλεγα, την αληθινή μετάνοια του Χριστού. Η πρώτη Χριστολογική αίρεση ήταν ο δοκητισμός, η οποία δεν αναγνώριζε την πραγματική Ενσάρκωση του Χριστού. Με αυτή την έννοια σας προτείνω να θεωρείτε την πνευματική μεταστροφή ως μέσο για  την προσωπική  μεταμόρφωση στο Χριστό.
Αυτός ο δεσμός μεταξύ εσωτερικού και εξωτερικού ανθρώπου, δηλαδή μεταξύ του ότι λέμε, κάνουμε και σκεφτόμαστε, εκφράζεται λαμπρά από την ωραιότατη προσευχή του Αγίου Εφραίμ. Στην εξωτερική έκφραση του σώματος – η μετάνοια που σκύβουμε μέχρι τη γη– αντιστοιχεί η προσευχή στον Κύριο για μια πραγματική και αληθινή εσωτερική μετάνοια: να αναγνωρίσω τις αμαρτίες μου και να μην κατηγορώ τον αδελφό μου…
Στην αρχή της μελέτης μου έλεγα, πως ο Ενώχ πορευόταν με το Θεό και επομένως ζούσε θεάρεστα. Στην Πεσίττα, δηλαδή στην αρχαιότερη μετάφραση της Αγίας Γραφής στη συριακή γλώσσα, στο πέμπτο κεφάλαιο του βιβλίου της Γένεσης, χρησιμοποιείται μια λέξη για τον Ενώχ, που σημαίνει πως  ήταν «ωραίος» για το Θεό. Πρόκειται για έναν όρο της συριακής γλώσσας που εννοεί την ομορφιά στο σύνολο της, όχι μόνο την εξωτερική ούτε μονάχα την εσωτερική, αλλά την ομορφιά ολοκλήρου του ανθρώπου που γίνεται ωραίος, εύμορφος, πλασμένος κατ’ εικόνα του Χριστού, για τον οποίο ο ψαλμός 44 αναφέρει πως είναι «ο ωραιότερος  όλων».
Στην έναρξη αυτής της Σαρακοστιανής πορείας, ας αφήσουμε κι εμείς τον ίδιο τον Κύριο να μας οδηγήσει σαν τον Αδάμ που επιστρέφει στον Παράδεισο: «ο Θεός έβαλε τον άνθρωπο που είχε πλάσει στον κήπο της Εδέμ» (Γεν 2,8) . Στη εικονογραφία και στα βυζαντινά μωσαϊκά ο Χριστός οδηγεί τον Αδάμ στον Παράδεισο κρατώντας τον από το χέρι.  Σε αυτή την πορεία η Εκκλησία μας δίνει την ευκαιρία, να πούμε πολλές φορές την ημέρα, την ωραία προσευχή του Αγίου Εφραίμ:

«Κύριε καὶ Δέσποτα τῆς ζωῆς μου, πνεῦμα ἀργίας, περιεργίας, φιλαρχίας καὶ ἀργολογίας μή μοι δῷς.
Πνεῦμα δὲ σωφροσύνης, ταπεινοφροσύνης, ὑπομονῆς καὶ ἀγάπης χάρισαί μοι τῷ σῷ δούλῳ.
Ναί, Κύριε Βασιλεῦ, δώρησαί μοι τοῦ ὁρᾶν τὰ ἐμὰ πταίσματα, καὶ μὴ κατακρίνειν τὸν ἀδελφόν μου, ὅτι εὐλογητὸς εἶ εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν».

Η Βυζαντινή Παράδοση χαροποιείται να επαναλαμβάνει αυτή την ευχή, να μας την μεταδίδει για να κάνει αργά βήματα ολόκληρη τη Σαρακοστιανή μας πορεία.  «Κύριε καὶ Δέσποτα τῆς ζωῆς μου… Κύριε Βασιλεῦ». Η ευχή επικεντρώνει τον Κύριο στη ζωή μας, σαν πραγματικό  Μονάρχη, πηγή κάθε ελπίδας και πάνω απ’ όλα, πηγή κάθε βεβαιότητας. Ο Αδάμ, που συμβολίζει τον κάθε άνθρωπο, δεν κάθεται στην είσοδο του Παραδείσου, αλλά αφήνει τον Κύριο να τον καθοδηγήσει. Όταν λοιπόν, λέμε «Κύριε καὶ Δέσποτα τῆς ζωῆς μου» αναγνωρίζουμε σε Εκείνον την πηγή της παρούσας ζωής και ανανεώνουμε σε Εκείνον τη δική μας εμπιστοσύνη: «Ελάτε σ’ Εμένα όλοι όσοι κοπιάζετε και είστε φορτωμένοι, και εγώ θα σας ξεκουράσω. Σηκώστε πάνω σας το ζυγό Μου και διδαχτείτε από το δικό Μου παράδειγμα, γιατί είμαι πράος και ταπεινός στην καρδιά…»(Μτ.11, 28-29).


Εύχομαι σε όλους εσάς μια Σαρακοστή γεμάτη από τους καρπούς του Παναγίου Πνεύματος, στη χαρμόσυνη αναμονή του Αγίου Πάσχα.


+ Σεβ. Εμμανουήλ Νιν
Αποστολικός Έξαρχος







martedì 3 gennaio 2017

L’Epifania nella tradizione bizantina
Oggi il Signore viene a salvare Adamo
L’Epifania del Signore nelle liturgie dell’Oriente cristiano celebra il Battesimo di Cristo nel Giordano. Nella tradizione bizantina inoltre, mentre la festa di Natale, attraverso le diverse pericopi evangeliche proclamate nella liturgia, contempla la nascita di Cristo, l’adorazione dei pastori e dei magi arrivati a Betlemme seguendo una stella, nel giorno 6 gennaio nella liturgia vengono lette le pericopi del battesimo di Cristo. La festa è preceduta da tre giorni di pre festa i da un giorno di vigilia. I tropari dei giorni pre festivi accostano le due feste, Natale ed Epifania, quasi in un confronto nel quale i diversi personaggi diventano ricettacolo della redenzione operata da Cristo nella sua nascita e nel suo battesimo che diventa una nuova creazione per il genere umano: “Splendida la festa appena passata, ma ancor piú splendida, o Salvatore, quella che sta per venire. La prima ha avuto un angelo come araldo della buona novella; questa ha avuto il precursore per prepararla. Nella prima è stato versato sangue, sicché Betlemme gemeva, privata dei figli; in questa, con la benedizione delle acque, si fa conoscere il fecondo fonte battesimale. Allora una stella ti ha indicato ai magi; ora il Padre ti mostra al mondo… Più risplendente del sole è stata la precedente festa della natività di Cristo; splendida e piena di luce si mostra quella ormai vicina della sua divina epifania. Nella prima i pastori, rendendo gloria con gli angeli, adorarono Dio fatto uomo; in questa Giovanni, toccando con la destra il Sovrano, dice tremante: Santifica me e le acque…”. La grande benedizione delle acque fatta alla fine della liturgia riprenderà ancora una volta questo accostare le due feste: “Nella precedente festa infatti Ti abbiamo visto bambino, in questa invece Ti vediamo perfetto, essendoti da perfetto manifestato Dio nostro perfetto”, seguito poi di una lunga serie di “oggi” che situano il mistero che si celebra: “Oggi infatti è giunto il tempo della Festa… Oggi la grazia del Santo Spirito è discesa sopra le acque… Oggi l'increato viene toccato dalle mani della sua creatura… Oggi le rive del Giordano vengono tramutate in farmaco per la presenza del Signore… Oggi si apre agli uomini il Paradiso…”.
Il battesimo di Gesù nel Giordano diventa una purificazione non per se stesso ma per l’uomo, per la creazione stessa. Il Giordano aperto per ricevere Cristo ci riporta all’Eden, al paradiso che da Cristo attraverso la sua nascita, il suo battesimo e la sua risurrezione viene riaperto a tutti gli uomini da Adamo in poi: “Il mio Gesú alla sua volta nel Giordano si purifica, o meglio, purifica noi dai nostri peccati. Viene infatti veramente al battesimo, volendo cancellare con l’acqua il documento scritto che accusa Adamo, e dice a Giovanni: Vieni, o battista, presta il servizio supremo allo straordinario mistero; vieni, stendi presto la tua mano, e tocca il capo di colui che spezza la testa del drago e apre il paradiso che la trasgressione aveva chiuso, per l’inganno del serpente, quando un tempo fu assaggiato il frutto dell’albero”. Diversi dei tropari della festa mettono in parallelo il battesimo e la discesa di Cristo nell’Ade; di nuovo la liturgia congiunge il mistero della nascita e del battesimo di Cristo con quello della sua morte e risurrezione: “Prepàrati, fiume Giordano: ecco che giunge il Cristo Dio, per essere battezzato da Giovanni e così spezzare con la sua divinità nelle tue acque le invisibili teste dei draghi. Esulta, deserto del Giordano; balzate di gioia, o monti, perché viene l’eterna vita per richiamare dall’esilio Adamo. E tu, voce di colui che grida, o precursore Giovanni, grida: Preparate le vie del Signore, e raddrizzate i suoi sentieri”.

Nel passare dalla nascita al battesimo di Cristo, la Chiesa stessa viene portata dalla liturgia quasi in un pellegrinaggio dalla Giudea al Giordano: “Gioiosa la festa passata, glorioso il giorno presente. In quella, dei magi hanno adorato il Salvatore; in questa, un servo eletto ha battezzato il Sovrano. Là, i pastori in veglia nei campi hanno visto e sono restati pieni di stupore: qui, la voce del Padre ha annunciato il Figlio Unigenito”. In uno dei tropari poi si stabilisce un dialogo tra Giovanni ed il fiume Giordano, tra lo stupore e il timore del Precursore e la fiducia del fiume, testimone lungo la storia della salvezza dei fatti salvifici avvenuti in esso, dai salmi che lo descrivono tremanti e fuggenti, ad Elia ed Eliseo da lui salvati: “Venite, fedeli tutti, lasciamo la Giudea e passiamo al deserto del Giordano: là contempliamo oggi colui che, apparso per noi nella carne, chiede il battesimo nei flutti del Giordano, mentre il battista si rifiuta e a lui con timore grida: Non oso stendere le mani sul fuoco con palme di fango. Il Giordano e il mare sono fuggiti, o Salvatore e si sono volti indietro; e come imporrò io la mano sul tuo capo che fa tremare i serafini? Il Giordano si ritirò, quando per mano di Eliseo ricevette il mantello di Elia: e come non affonderà nel caos e nell’abisso, vedendo te nudo tra i flutti? Come non mi brucerà, tutto incendiato da te? Ma grida il Giordano a Giovanni: Perché tardi, o battista a battezzare il mio Signore? Perché impedisci la purificazione di tanti? Tutta la creazione egli ha santificato; lascia che santifichi anche me e la natura delle acque, perché per questo si è manifestato”.




sabato 24 dicembre 2016

La festa del Natale, professione di fede di Giuseppe
Avvolto in fasce Colui che è la Vita.
          L’ufficiatura bizantina celebra la figura di san Giuseppe, lo sposo della Madre di Dio, la domenica precedente il Natale ed in quella immediatamente dopo. Diversi dei tropari di questi giorni, e la stessa icona della festa di Natale presentano la figura di Giuseppe sotto diversi aspetti, ma in modo speciale come uomo della confessione di fede, che è la fede della Chiesa. Molti dei tropari della festa hanno un carattere possiamo dire chiaramente “dogmatico”, e diventano delle brevi e poetiche professioni di fede: il Verbo del Padre, a lui coeterno, prende forma di servo dalla santa Vergine Maria. Il primo tropario del vespro del giorno di Natale, ad esempio, opera di Germano di Costantinopoli (VIII sec.), sviluppa tutto il mistero della nostra redenzione mettendo insieme i primi capitoli della Genesi con i testi paolini delle lettere ai Filippesi e agli Efesini dove l’apostolo annunzia appunto la redenzione di Cristo: “Venite, esultiamo per il Signore, esponendo questo mistero. Il muro di separazione che era frammezzo è abbattuto; la spada di fuoco si volge indietro e i che­ru­bini si ritirano dall’albero della vita: e anch’io godo del pa­radiso di delizia, da cui ero stato scacciato per la disub­bidienza. Poiché la perfetta immagine del Padre, l’im­pronta della sua eternità, prende forma di servo, procedendo da Madre ignara di nozze, senza subire mutamento: ciò che era è rimasto: Dio vero; e ciò che non era ha assun­to, divenendo uomo per amore degli uomini. A lui accla­mia­mo: O Dio che sei nato dalla Vergine, abbi pietà di noi”.
          Questa professione di fede, viene messa anche in bocca a Giuseppe in alcuni dei tropari. Lui è la figura umile, discreta, messa in un angolo della scena nell’icona stessa, in atteggiamento pensieroso, quasi dubbioso di fronte all’accaduto, di fronte ai due grandi misteri che lo sorpassano: la verginità di Maria e soprattutto la vera incarnazione del Verbo di Dio; questa figura umile e discreta diventa tipo del cristiano, di ognuno di noi che guidati e ammaestrati dalla Chiesa, di cui la Madre di Dio è tipo e figura, confessiamo la nostra fede, feriti tante volte dal dubbio, confermati dalla fiducia di Maria, della Chiesa stessa. In molti dei tropari che troviamo in questi giorni natalizi, prima e dopo la festa, Maria diventa verso Giuseppe, verso ognuno dei cristiani, la guida nella fede, quasi la pedagoga che lo prende (ci prende) per mano e lo (ci) conduce alla fede.

          Giuseppe è presentato sempre come un uomo aperto al mistero di Dio. In tutti i tropari che parlano di lui, il suo dubbio e quindi la sua professione di fede sono in rapporto alla vera incarnazione del Verbo di Dio: “Celebriamo, o popoli, le festività vigilari della Natività di Cristo: e sollevando l’intelletto, saliamo con la mente a Betlemme e con i pensieri dell’anima contem­plia­mo la Vergine che si appresta a partorire nella grotta il Signore dell’universo e Dio nostro; Giuseppe, considerando la grandezza delle meraviglie di Dio, pensava di vedere un semplice uomo in questo bambino avvolto in fasce, ma dai fatti com­prendeva che egli era il vero Dio, colui che elar­gi­sce alle anime nostre la grande misericordia”. Due dei tropari sembrano riportarci alla festa dell’Ingresso della Madre di Dio nel tempio, riprendendo uno dei titoli che in quella festa riecheggiava spesso: Maria diventata tempio di Dio: “Inneggiando alla Vergine che portava in seno il Verbo sempiterno, il giusto Giuseppe esclamava: Ti vedo divenuta tempio del Signore, perché tu porti colui che vie­ne a salvare tutti i mortali e a rendere templi divini, nella sua misericordia, coloro che lo cele­brano…. Non affliggerti, Giuseppe, osservando il mio grem­bo: vedrai infatti colui che da me nascerà e ti rallegrerai, e come Dio lo adorerai”.
          Betlemme, il luogo della nascita di Cristo, diventa una chiesa, e la nascita stessa del Signore quasi una liturgia dove si congiungono, in un’unica celebrazione la Natività di Cristo e la sua Pasqua. E di questa liturgia la mangiatoia ne diventa l’altare e allo stesso tempo la tomba di Cristo, e le fasce, chiamate in modo bello “teofore”, la testimonianza della sua risurrezione: “Su, Betlemme, prepara ciò che serve al parto; vieni Giuseppe a farti registrare con Maria; santissima è la mangiatoia, teòfore le fasce: la vita, in esse avvolta, spez­zerà le catene della morte, strin­gendo i mortali per renderli in­corruttibili, o Cristo, Dio nostro”.
          Il dubbio di Giuseppe, che tante volte è quello dell’umanità intera, viene messo in primo piano, come nell’icona stessa: “…Maria, che è questo fatto che io vedo in te? Non so che pensare nel mio stupore e la mia mente è sbigottita… In luogo di onore, mi hai por­tato vergogna; in luogo di letizia, tristezza; in luogo di lode, biasimo… Ti avevo ricevuta irreprensibile da parte dei sa­cerdoti, dal tempio del Signore: ed ora che è ciò che vedo? La risposta al dubbio di Giuseppe, viene messa in bocca di Maria, messa in bocca della Chiesa: “O Vergine, quando Giuseppe saliva verso Betlemme ferito dal dolore, tu gli dicevi: Perché, vedendomi incinta, sei cupo e turbato, ignorando del tutto il tremendo mistero che mi riguarda? Deponi ormai ogni timore, e considera il prodigio: Dio, nella sua misericordia, discende sulla terra, nel mio grembo, e qui ha preso carne…”.
       Infine in diversi dei tropari scopriamo in modo molto bello come la risposta di fede di Giuseppe, e anche quella di ognuno dei cristiani, poggia sulle profezie veterotestamentarie a cui lui attinge quasi ne facesse una lettura liturgica: “Di’ a noi Giuseppe, come conduci incinta a Be­tlemme la Vergine che hai presa dal santo dei santi? Ci risponde: Io ho esaminato i profeti, e, ricevuto il responso da un angelo, sono persuaso che, in modo inesplicabile, Maria genererà Dio: per adorarlo verranno magi dall’oriente e gli ren­de­ranno culto con doni preziosiGiuseppe ha visto chia­ramente compiute le predizioni dei profeti…”. E Giuseppe, testimone della vera nascita del Verbo di Dio incarnato, ne diventa annunziatore anche ai profeti che l’hanno preceduto e quindi profetizzato: “Annuncia, Giuseppe, i prodigi al padre di Dio Davide: tu hai visto la Vergine incinta, insieme ai magi hai adorato, con i pastori hai glorificato, da un angelo hai avu­to la rivelazione… Sei divenuto pari in onore a tutti gli angeli, i profeti e i martiri, o beato, e vero consorte dei sapienti apostoli: con loro dunque, sempre ti proclamiamo beato e veneriamo, o Giuseppe, la tua sacra memoria”.
       Giuseppe, in un angolo dell’icona, nella discrezione è anche potente intercessore: “La tua memoria invita alla letizia tutti i confini della terra, e li induce a lodare il Verbo che ti ha glorificato. Tu che stai con franchezza presso il Cristo, intercedi incessantemente per noi… Tu hai custodito la pura che custodiva integra la verginità, e dalla quale si è incarnato il Verbo Dio, con­servandola vergine dopo la sua nascita ineffabile: insieme a lei, o teòforo Giuseppe, ricordati di noi”.



lunedì 12 dicembre 2016


Croce etiopica con la Natività di Cristo. Possibile datazione fine XVIII secolo. Si vede Maria sdraiata col Bambino nel mezzo del suo mantello aperto. Nella parte superiore il volto di Giuseppe e sopra quello di un angelo(?), un pastore (?). Sotto due teste coronate che sono i magi di Oriente, con una terza figura senza corona che col dito indica Gesù nato. A destra si vedono il bue e l'asino con la lingua fuori a riscaldare (leccare) il neonato, oppure reggendo il mantello della Madonna.




H παρθνος σμερον, τν προαινιον Λγον, ν σπηλαίῳ ρχεται, ποτεκεν πορρτως. Χρευε οκουμνη κουτισθεσα· δξασον μετ γγλων κα τν Ποιμνων, βουληθντα ποφθναι, παιδον νον, τν πρ αἰώνων Θεν.

Oggi la Vergine viene nella grotta per partorire ineffabilmente il Verbo che è prima dei secoli. Danza, terra tutta, che sei stata resa capace di udire questo; glorifica con gli angeli e i pastori il Dio che è prima dei secoli, che ha voluto mostrarsi come bimbo appena nato. (Kondakion del 24 dicembre)









Πολυαγαπημένα μου αδέλφια,
Στα πρώτα μου Χριστούγεννα ως Αποστολικός Έξαρχος επιθυμώ να σας απευθύνω λίγα λόγια εκκλησιαστικής κοινωνίας και θερμών ευχών κατά τις ημέρες αυτές, κατά τις οποίες τελούμε και ζούμε μέσα στα βάθη της χριστιανικής μας καρδιάς, το μυστήριο της γεννήσεως του ενσαρκωμένου Λόγου του Θεού. Θα γιορτάσουμε το μυστήριο αυτό με τρόπο προσωπικό και με τρόπο εκκλησιολογικό ως Εξαρχία, ως χριστιανική κοινότητα κατά τις άγιες αυτές ημέρες ιδιαίτερα κατά την ιερουργία της θείας λατρείας.
         Η θεία λατρεία της Εκκλησίας και ιδιαίτερα στη δική μας βυζαντινή ιερή παράδοση μας οδηγεί πάντοτε στην ιερουργία της συναντήσεως μας με τον Κύριο. Και αυτό το πράττει στις μεγάλες στιγμές του λειτουργικού έτους, και επίσης σε κάθε μέρα της χριστιανικής μας ζωής με έναν τρόπο πολύ παιδαγωγικό: πραγματικά, η θεία λατρεία κάθε χριστιανικής Εκκλησίας γίνεται παιδαγωγία, δηλαδή καθοδήγηση των πιστών στη συνάντησή τους με τον Κύριο.
Η παιδαγωγία αυτή εκδηλώνεται με πολλούς τρόπους. Αν προσέξετε παράδειγμα το συναξάριο του μήνα Δεκεμβρίου θα δείτε ότι σε τρις εβδομάδες τιμούμε μια ολόκληρη σειρά αγίων προσώπων, με πολύ ιδιαίτερα χαρακτηριστικά.
Τους προφήτες: Ναούμ, Αβακούμ, Σοφονία, Δανιήλ. Τους μάρτυρες: Βαρβάρα, Λουκία, Σεβαστιανό. Τους μεγάλους Επισκόπους: Ιωάννη τον Δαμασκηνό, Νικόλαο, Σπυρίδωνα, Ιγνάτιο της Αντιοχείας. Τους αγίους μοναχούς: Σάββα, Πατάπιο, Δανιήλ τον Στυλίτη. Κατά κάποιο τρόπο φαίνεται ότι η θεία λατρεία θέλει να συναθροίσει όλους αυτούς τους μεγάλους χριστιανούς (και να συναθροίσει όλους εμάς, μαζί τους) για να προετοιμάσει και να μαρτυρήσει το μυστήριο της Ενσαρκώσεως του Λόγου του Θεού.
         Κατά τη χρονική αυτή περίοδο των Χριστουγέννων ή βυζαντινή θεία λατρεία μας κάνει να γευόμαστε, μας κάνει να ψάλλουμε και να ζούμε λατρευτικά κείμενα πολύ ωραία, ωραία στην ποιητική τους σύνθεση, ωραία και στο θεολογικό τους περιεχόμενο. Τόσα και τόσα ωραία τροπάρια και κοντάκια, τα οποία μας κάνουν να ξαναζούμε το μυστήριο της σωτηρίας μας, την Ενσάρκωση του Υιού του Θεού από την Αγία Αειπάρθενο Μαρία. Είναι κείμενα πολύ ωραία και μιας ωραιότητας την οπο΄8ια δύσκολα κατορθώνουμε να σχολιάσουμε ή να εξηγήσουμε, μια ωραιότητα που κάνει τη θεία λατρεία κάθε χριστιανικής Εκκλησίας να έχει μία αίγλη την οποία ποτέ δεν μπορούμε να απαρνηθούμε ή να αμφισβητήσουμε την ομορφιά της. Και αυτό συμβαίνει όχι μόνο για λόγους καθαρά αισθητικούς, οι οποίοι έχουν ασφαλώς την σπουδαιότητά τους, αλλά και για λόγους βαθύτερους. Η θεία λατρεία κάθε χριστιανικής κοινότητας στην Ανατολή όπως και στη Δύση, κοινότητας επαρχιακής, κοινότητας ενοριακής, κοινότητας μοναστικής, είναι ο χώρος όπου μεταφέρουμε αυτό που είμαστε, ως άνθρωποι και ως χριστιανοί, ο χώρος στον οποίο μεταφέρουμε τη χριστιανική μας οντότητα όλη την οντότητά μας ως άνθρωποι και ως χριστιανοί. Τίποτα δεν αφήνουμε έξω από αυτόν τον χώρο με τη χάρη του Θεού παρουσιάζουμε τα πάντα σε Εκείνον ο οποίος μας κάλεσε και μας συνάθροισε. Όλη την πραγματικότητά μας στην αμαρτία και στη χάρη στην αγάπη και στη συγχώρηση, την λαβαίνουμε και τη ζούμε διαμέσου αυτών των κειμένων τα οποία είναι ταυτόχρονα και ποιητικά και πολύ αληθινά.
         Η θεία λατρεία είναι χώρος της ωραιότητας και μπορούμε να αναρωτηθούμε: που φανερώνεται αυτή η ωραιότητα, που μπορούμε να την συλλάβουμε? Που μπορεί να την αντιληφθεί ο Χριστιανός ή ακόμα και ο απλός άνθρωπος του κόσμου μας, ο οποίος πλησιάζει για πρώτη φορά στη χριστιανική θεία λατρεία?
         Πρώτα πρώτα στην ίδια την ιεροτελεστία. Ως ιερείς και ως πιστοί οφείλουμε να επιδοθούμε για να τελέσουμε και να ζήσουμε καλά τη λατρευτική μας ιεροτελεστία. Και αυτό όχι μονάχα για τον Θεό, ο οποίος είναι η πηγή κάθε ωραιότητας, «ο ωραιότερος μεταξύ όλων των υιών των ανθρώπων», όπως ψάλλει ο ψαλμός σαράντα τέσσερα (44), όχι μόνο για τον Θεό, ο οποίος είναι ο πρώτος και ο μοναδικός λόγος αυτής της λατρείας, αλλά και για μας και για την κοινότητά μας. Η πίστη μας περνά διαμέσου της Ενσαρκώσεως, περνά διαμέσου των ανθρωπίνων μέσων δηλαδή των ιερών μυστηρίων, εφόσον τα ιερά αυτά μυστήρια χρησιμεύουν ως υλικά μέσα για να μας οδηγήσουν στη σωτηρία, που προέρχεται από τον Χριστό. Επομένως ο τρόπος με τον οποίο τελούμε αυτά τα ιερά μέσα (δηλαδή τα ιερά μυστήρια), είναι πολύ σπουδαίος, γιατί αυτός μας αποκαλύπτει την βαθύτερη διάθεσή μας αυτήν την οποία ζούμε στα βάθη της καρδιάς μας.
         Στη δεύτερη θέση, η ωραιότητα για την οποία μιλήσαμε εκδηλώνεται στον ίδιο χώρο της θείας λατρείας. Η ωραιότητα της χριστιανικής θείας λατρείας εκδηλώνεται στον χώρο εκείνο, όπου η κοινότητα συναθροίζεται για να προσευχηθεί εκεί όπου η Εκκλησία μεταδίδει τα ιερά μυστήρια της σωτηρίας. Έχει μεγάλη σπουδαιότητα: ο χώρος αυτός να είναι ωραίος, και την ίδια σπουδαιότητα έχει και η εικονογραφία των πιστών αλλά εξαιτίας του γεγονότος ότι η χριστιανική εικονογραφία είναι ένας χώρος κατηχήσεως για τους πιστούς και για όλους μας.
         Στην Τρίτη θέση η ωραιότητα εκδηλώνεται στο περιεχόμενο των ιεροτελεστιών, ιδιαίτερα στο επίπεδο των κειμένων και των ύμνων. Στη γνωριμία στην εμβάθυνση των κειμένων, τα οποία είναι πηγή ζωής και πηγή προσευχής, η χριστιανική προσευχή αναβλύζει από την καρδιά του ανθρώπου όταν αυτός προσεύχεται. Και τα κείμενα της βυζαντινής θείας λατρείας έχουν έναν τέτοιο πλούτο τον οποίο δεν είναι δυνατό με κανένα τρόπο να τον παραβλέψουμε. Η ωραιότητα των χριστιανικών λατρευτικών τύπων εκδηλώνεται ιδιαίτερα στην ιερή υμνωδία. Όταν  μια χριστιανική εκκλησία ή χριστιανική κοινότητα (εκκλησιαστική επαρχία μοναστήρι, ενορία) ψέλνει καλά, αποδείχνει ότι κατά βάθος αυτό που ψέλνει είναι προσευχή, και αυτό προσεύχεται το ζει.
         Η ωραιότητα της χριστιανικής θείας λατρείας εκδηλώνεται τελικά, αλλά όχι με μικρότερη σπουδαιότητα, στην καρδιά του κάθε χριστιανού, εκεί όπου χάρη στο ιερό μυστήριο του βαπτίσματος ο Κύριος κατοικεί σ’ αυτόν τον άγιο χώρο σ’ αυτόν τον ιερό ναό της θεϊκής παρουσίας, όπου πραγματοποιείται η θεία λατρεία της ζωής μας, στο χώρο ο οποίος μεταμορφώνεται από τα ιερά μυστήρια του Χριστού.
Εάν αυτός ο χώρος δεν είναι ωραίος, δηλαδή εάν εκεί δεν κατοικεί Εκείνος, ο οποίος ομορφαίνει όλα τα πράγματα και μας κάνει να συμμετέχουμε στην ωραιότητά του τότε μάταια θα ομορφαίνουμε την εξωτερική μας θεία λατρεία. Κατά βάθος υπάρχει πάντοτε μία διπλή κίνηση από τα μέσα προς τα έξω και αντίστροφα.
         Θέλω να σας προτρέψω να ζείτε πάντοτε, ιδιαίτερα κατά τις μέρες αυτές, με σε ένα κλίμα αδελφικό ή αν θέλετε μέσα σε ένα κλίμα που να είναι πάντοτε χριστιανικό, εδραιωμένο στις αξίες τις οποίες ο Κύριος μας δίνει κάθε μέρα στο Ευαγγέλιό του. Ας ζούμε την κάθε μέρα μας τις χριστιανικές εκείνες πραγματικότητες που είναι η αγάπη η φιλανθρωπία, η συγνώμη, η υπομονή: ακόμη και η καλή ευθυμία (θα λέγαμε ο καλός και χαρούμενος χαρακτήρας) είναι μία πραγματικότητα, η οποία κάνει την καθημερινή ζωή όλο και πιο ωραία.
         Είθε ο Κύριος να ευλογεί τον καθένα σας και τις οικογένειες σας, και να σας δίνει πάντοτε τη χάρη να τρέχετε, όπως η Μητέρα του Θεού, προς το σπήλαιο της Βηθλεέμ, για να δείτε και να υποδεχθείτε τον Λόγο του Θεού, ο οποίος έγινε άνθρωπος και μας σώζει.

Εύχομαι σε όλους Καλά Χριστούγεννα.
+ O Καρκαβίας Εμμανουήλ Νιν
Επίσκοπος-Έξαρχος Ελληνορρύθμων Καθολικών Ελλάδος
Χριστούγεννα 2016