mercoledì 13 maggio 2026

Mosaico della Pentecoste. Grottaferrata, XII secolo
 

Lettera pastorale per la Pentecoste 2026

Carissimi fratelli monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata, questa è la mia prima lettera pastorale che vi indirizzo come Esarca Apostolico di Grottaferrata.

Dal primo momento del mio arrivo a questo venerabile e millenario monastero ho insistito nel ruolo fondamentale che Grottaferrata ha come monastero bizantino alle porte di Roma, e come Esarcato Apostolico, cioè come Chiesa sui iuris orientale cattolica, in piena comunione con il vescovo di Roma e aperta al dialogo franco e fraterno con le confessioni cristiane orientali che hanno sempre amato questo venerabile luogo, fondato cinquant'anni prima dello scisma di Oriente e che si è voluta e si vuole e si presenta come luogo, quasi palestra, per un vero e franco e fraterno dialogo ecumenico.

Grottaferrata monastero e Chiesa sui iuris, luogo di preghiera, di silenzio, di comunione fraterna, luogo di annuncio del Vangelo a tanti uomini e donne che guardano Grottaferrata proprio per questo. Grottaferrata anche come luogo di dialogo culturale e intellettuale in ambito sempre cristiano.

La lettura di diversi testi dei Padri della Chiesa nelle ultime settimane, mi porta a proporvi di riflettere insieme, monaci e laici che siete vicini al nostro monastero di Grottaferrata, su un aspetto che ritengo sia importante nella nostra vita come vescovo esarca, come monaci e come cristiani: la nostra vocazione, la vera chiamata dal Signore affinché -nella Chiesa e nel mondo- siamo uomini e donne di comunione, uomini che nella Chiesa sanno creare, per dono e grazia del Signore stesso, la comunione nel Corpo di Cristo a loro affidato, di cui sono, siamo, membra vive. Parlando dei Padri, ricordiamo che sono stati nelle loro Chiese dei pastori, sacerdoti e vescovi, sono stati sempre, hanno cercato sempre di creare, non dico soltanto attorno a sé, ma anche e soprattutto nel gregge a loro affidato quella comunione, quella carità, quell’amore che sgorga da dove? Sgorga dal Vangelo del Signore. All’inizio del mio servizio monastico ed episcopale a Grottaferrata, monastero ed Esarcato alle porte di Roma, voglio proporvi, preparandoci alla prossima Pentecoste, ai monaci ed ai fedeli che frequentate questa nostra Chiesa, alcune riflessioni che ci aiutino a vivere il dono dello Spirito Santo nelle nostre vite.

Propongo quindi alla vostra riflessione, di vedere e di vivere il nostro essere cristiani e in modo speciale il nostro essere monaci, come uomini di comunione, cioè chiamati a diventare sempre nel nostro essere, nel nostro agire, nel nostro parlare, uomini di comunione, uomini che creino nella Chiesa quella comunione che il Signore stesso ha voluto che ci fosse già tra i Dodici, tra i suoi più fedeli discepoli della prima ora. È un argomento, un aspetto, che mi veniva ripetutamente in mente durante la lettura del primo dei dodici Vangeli nel mattutino del Venerdì Santo. È una lunghissima pericope evangelica, la ricordiamo bene, che inizia con la lavanda dei piedi fatta dal Signore ai discepoli nel capitolo tredicesimo del vangelo di Giovanni: “…Gesù versò dell’acqua nel catino e incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con il panno del quale si era cinto” (Gv 13,5), e finisce con la preghiera che il Signore fa al Padre nel capitolo diciassette dello stesso vangelo: “…che tutti siano uno come tu, Padre, in me ed io in te, affinché siano anch’essi in noi, e così il mondo creda che tu mi hai mandato…” (Gv 17,21). Il Signore si fa piccolo ai piedi dei discepoli affinché essi, tutti noi, vediamo che è nel servizio anche più umile dove nasce la comunione fraterna tra di noi.

Il Signore nelle Beatitudini annuncia: Beati coloro che “creano…, fanno… la pace…. (cf., Mt 5,9). A partire da questa frase del Vangelo, direi che il Signore stesso ci chiede specialmente a noi monaci e fedeli cristiani di essere nella Chiesa “creatori di pace” e soprattutto “creatori di comunione, fattori di comunione”; il testo delle Beatitudini dice “μακάριοι ο ερηνοποιοί”, e facendo una parafrasi aggiungo: μακάριοι ο κοινοποιοί”. E chiediamoci noi tutti allora perché dobbiamo essere uomini di comunione? Cosa vorrà dire “essere uomini di comunione” nella Chiesa. Non è una domanda astratta bensì mi sembra molto concreta. E la risposta diventa, è anche essa molto concreta: Perché viviamo in una Chiesa, Grottaferrata monastero ed Esarcato, una Chiesa che tutti noi, vescovo, monaci e fedeli, siamo chiamati ad amare come una sposa, e di cui mai nessuno potrà presentarsi ed erigersi come unico signore o padrone. Grottaferrata è un monastero e una Chiesa che dobbiamo amare, servire, e mai e poi mai servirsene per i propri interessi. Grottaferrata è stata data, affidata dal Signore ai monaci che ne siamo custodi, ne siamo garanti della fedeltà ad una tradizione millenaria ma sempre aperta a tutto quello che il Signore nel millennio a cui guardiamo ci chiederà di fare e di vivere.

San Giovanni Crisostomo, nel suo Dialogo sul sacerdozio, parlerà ripetutamente del legame sponsale del vescovo e dei sacerdoti (ed io mi permetto di aggiungere “dei monaci e dei fedeli”) con la propria Chiesa. Essere uomini di comunione vorrà dire in primo luogo “amare la Chiesa”. Amare la Chiesa come sposa, come Cristo stesso l’ha amata e la ama. Il nostro modello è sempre ed unicamente Cristo.

Amare la Chiesa a tre livelli o sotto tre aspetti fondamentali: nella sua storia; nei suoi santi; quindi, nel suo vescovo, nei monaci e sacerdoti, nei fedeli, cioè in tutto il popolo di Dio che costituiamo questa Chiesa che per noi ha un volto ed è Grottaferrata.

Amare Grottaferrata nella sua storia: in quei fatti che ci hanno segnato e ci segnano dall’origine della nostra storia mille anni fa. Una storia forse sofferta, non facile, ma una storia che è la nostra, come comunità monastica e cattolica di tradizione bizantina alle porte di Roma. Amare la nostra storia senza mai né rinnegarla né manipolarla, anzi farla ben nostra. Dobbiamo esserne fieri di questa nostra storia, perché è una storia segnata e guidata dall’amore e dal perdono del Signore. Saremo uomini di comunione se amiamo la nostra storia, quel che siamo stati e quel che siamo, nella piena fiducia anche per quel che saremo.

Amare la Chiesa nei suoi santi. Lodate Dio nei suoi santi… cantiamo ogni giorno nel salmo 150. Amare tutte quelle persone che lungo la storia, lungo il primo millennio della nostra storia hanno pregato, si sono santificati grazie ai sacramenti e alla carità nel nostro monastero. Santi che hanno “fatto” con la loro fedeltà quotidiana Grottaferrata. E poi amare tutte quelle persone -esarca, monaci, fedeli, che continuano a santificarsi, a cercare di essere e vivere da cristiani nella nostra abbazia.

Amare la comunità dei monaci, ed il popolo. L’esarca, nella persona di quelli che ci hanno preceduti -non dobbiamo mai rinnegare la nostra storia-, e nella persona di quelli che oggi nella vita di ognuno di noi il Signore ha chiamato a questo servizio pastorale. Amare i monaci per il loro servizio generoso al monastero, nelle loro debolezze e nel loro darsi senza misura per servire questa famiglia monastica ed ecclesiale. Amare il popolo di Dio, amare ed accogliere i fedeli, molti o pochi che essi siano, giovani o anziani, deboli, malati…, ma sempre popolo amato dal Signore e quindi chiamati anche noi ad amarlo e servirlo. Chiamati ad essere uomini di comunione nell’amore, nel servizio, nel perdono, nella nostra Chiesa. E si tratterà sempre di un amore sponsale verso la propria Chiesa, una Chiesa concreta, non astratta, non “campata per aria”, ma fatta da volti e persone concrete. Amare la Chiesa come sposa di Cristo.

Questo amore alla Chiesa, a Grottaferrata, che ci chiama e ci esige di essere veramente “…uomini di comunione… κοινοποιοί“, ha il suo fondamento in tre aspetti fondamentali che prendo dal pensiero di papa Benedetto XVI: un amore teologico, sacramentale ed affettivo verso la propria Chiesa.

Amore teologico. Cosa intendiamo con questa espressione? Si tratta di amare e servire la Chiesa, la propria Chiesa, perché essa è voluta ed amata dal Signore stesso; da Lui fondata, e da Lui vivificata lungo i secoli. La Chiesa è divina benchè fatta da uomini; essa vive anche nella dinamica dell’Incarnazione. Amiamo e serviamo la Chiesa perché essa è il Corpo di Cristo, da Lui voluta ed amata. È Lui che l’ha voluta e la vuole, che l’ha amata e la ama e per lei continua ad offrire ogni giorno il Suo Corpo ed il Suo Sangue. Amiamo quindi Grottaferrata per quello che essa è e rappresenta nella sua storia e nel suo oggi ecclesiale e monastico, senza mai cercare personali o da parte.

Amore sacramentale. Quindi nell’offerta del Suo Corpo ed il Suo Sangue, nei sacramenti il Signore continua ad elargire il suo amore verso tutti noi. Amore sacramentale verso la Chiesa vorrà dire quindi accogliere pure noi ed elargire tutti quei mezzi che il Signore dà alla Chiesa per la santificazione dei fedeli: dal battesimo all’eucaristia, dal dono dello Spirito Santo al perdono e alla carità. Siamo dispensatori di grazia e di carità.

Amore affettivo. Un amore affettivo ed effettivo. Un amore che diventa concreto verso le persone che oggi siamo stati chiamati dal Signore ad essere membra del suo Corpo che è la Chiesa, la nostra Chiesa concreta che è Grottaferrata, piccola e grande allo stesso tempo, con dei problemi, certamente, ma amata e voluta e santificata dal Signore. E per questo anche da noi amata e accolta con entusiasmo.

Quindi questa mia lettera pastorale, la prima come Esarca Apostolico a Grottaferrata, vuole essere un’esortazione a tutti voi, monaci e fedeli, ad amare il nostro monastero, la nostra Chiesa Orientale Cattolica alle porte di Roma, ad amarla e rispettarla sempre nei suoi ritmi, nella sua vita di ogni giorno.

Vi benedico tutti e vi assicuro la mia preghiera e quella della comunità dei monaci per tutti.

+P. Manuel Nin

          Esarca Apostolico di Grottaferrata


 

Ascensione del Signore. Manoscritto siriaco XIII secolo

L’Ascensione del Signore nella tradizione bizantina

Oggi il Signore cerca Adamo e lo fa sedere nella gloria

Tutte le feste dell’anno liturgico nella tradizione bizantina hanno un chiaro contenuto teologico, e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna, diventa per noi un maestro, sul come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: “…per noi uomini e per la nostra salvezza… si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo”. Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il giovedì quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede.

         La festa dell’Ascensione del Signore, celebrata il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione dai morti, è una delle grandi feste negli anni liturgici di tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente. Mi soffermo nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bel intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo.

         Il primo tropario del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: “Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall’eternità, nel suo seno dimora. Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima.”. Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito. In questo tropario troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. In questo tropario troviamo l’espressione: “…stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro…”, mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase: “…restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro.” Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio.

Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: “Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”. Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa. In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli -e in alcuni tropari troviamo menzionata anche la Madre di Dio-, sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. In secondo luogo, l’immagine molto bella usata nel tropario: “…O tu che per me come me ti sei fatto povero…”, che riprende 2Cor 8,9 e Fil 2,6-7, per parlare dell’incarnazione. Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascensa: “Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini. Con loro anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti, nella tua grande misericordia”.

         Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: “Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima… Mentre tu ascendevi, o Cristo, …le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria… Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre”. Il dialogo del salmo lo troviamo possiamo dire messo in scena tra lo Spirito Santo e gli angeli, oppure tra gli angeli tra di loro. Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi. In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: “Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli”.

         L’Ascensione del Signore adempie, porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: “Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi”.


 La Ascensión del Señor en la tradición bizantina

Hoy el Señor busca a Adán y le hace sentarse en la gloria

Todas las fiestas del año litúrgico en la tradición bizantina tienen un contenido teológico claro y se son en sí mismas una verdadera profesión de fe a nivel trinitario, cristológico y eclesiológico. Una profesión de fe y, por lo tanto, también mistagogía para los fieles que rezan, leen y cantan los textos litúrgicos. Además, el uso que estos textos hacen de la Sagrada Escritura, sea del Antiguo como del Nuevo Testamento, nos muestra y nos enseña, se convierte en un maestro para nosotros sobre cómo acoger, leer, rezar y hacer nuestro propio texto bíblico. Los troparios de las grandes fiestas nos hacen cantar y celebrar nuestra profesión de fe con imágenes poéticas y, al mismo tiempo, teológicas. Y así, la liturgia bizantina se convierte en una profesión de fe, una celebración de esta fe y una proclamación del misterio central de cuál es nuestro "credo" como Iglesia cristiana: "... por nosotros, los hombres, y por nuestra salvación... se encarnó del Espíritu Santo y de la Virgen María y se hizo hombre." Encontramos este vínculo estrecho, esta relación entre la liturgia y la profesión de fe, especialmente presente en la fiesta de la Ascensión del Señor, el jueves del día cuadragésimo después de Pascua. Es una fiesta litúrgica en la que encontramos entrelazados, como si fuera un gran tapiz, todos los grandes momentos de nuestra fe.

         La fiesta de la Ascensión del Señor es una de las grandes fiestas en los diversos años litúrgicos de todas las Iglesias cristianas de Oriente y Occidente. Me detengo en la tradición bizantina, cuyos textos litúrgicos son una verdadera y propia profesión de fe que repasa, podemos decir, los grandes momentos de la historia de la salvación, desde la Encarnación de la Palabra eterna de Dios, hasta su nacimiento, su pasión y muerte, y luego su resurrección y ascensión al cielo, donde llevó consigo, glorificó a nuestra naturaleza humana redimida y salvada, y de donde ha enviado, como un don al Espíritu Santo. A través de los textos de la liturgia, la Iglesia nos hace saborear, en una hermoso equilibrio de teología y de poesía, los grandes momentos de salvación que tienen lugar para nosotros en Cristo.

         El primer tropario de vísperas de la fiesta introduce los aspectos principales que más tarde encontraremos en todos los demás textos litúrgicos: "El Señor ha ascendido al cielo para enviar al Paraclito al mundo. Los cielos han preparado su trono, las nubes el carro en el que subir; se asombran los ángeles al ver a un hombre por encima de ellos. El Padre recibe a aquél que habita en su seno desde la eternidad. El Espíritu Santo ordena a todos sus ángeles: “Elevad, puertas, vuestros dinteles. Aplaudan todos, porque Cristo ha ascendido donde estaba antes". Vemos cómo la Ascensión del Señor está perfectamente conectada con el don del Espíritu Santo, y todos los troparios destacarán esta conexión entre la Ascensión del Señor y el descenso, el don del Espíritu. En este tropario también encontramos otro tema que aparece repetidamente en los textos de la fiesta, a saber, la maravilla, el asombro de los ángeles antes de la Ascensión del Señor. En este tropario encontramos la expresión: "...se asombran los ángeles al ver a un hombre por encima de ellos...", mientras que en otro de los textos litúrgicos encontramos la frase: "...y los querubines se sorprenden al verte venir en las nubes, oh Dios, que te sientas sobre ellas." El asombro de los ángeles se convierte en los textos eucológicos en una verdadera profesión de fe en el Verbo de Dios encarnado, verdadero Dios y verdadero hombre, manifestada a través del asombro de los ángeles al ver a un hombre, la maravilla de los querubines al ver a Dios.

Encontramos esta misma profesión de fe bellamente cantada de nuevo en otro de los troparios: "Señor, cuando se completó el misterio de tu economía, llevaste contigo a tus discípulos y subiste al Monte de los Olivos; y he aquí, te fuiste más allá del firmamento del cielo. Oh tú que por mi causa te hiciste pobre como yo, y ascendiste allí, de donde nunca partiste, envía tu Espíritu Santísimo para iluminar a nuestras almas." De este fragmento subrayo dos aspectos que también encontramos en otros textos de la misma fiesta. En primer lugar, la presencia de los discípulos en la Ascensión del Señor, un hecho que, además de ser un dato evangélico, es también un dato eclesiológico: los discípulos —y en algunos troparios también encontramos mencionada a la Madre de Dios— son testigos de la Ascensión y, por lo tanto, de la plena glorificación y redención de nuestra naturaleza humana, asumida por Cristo y glorificada por él; de hecho, el propio icono de la Ascensión nos muestra la presencia de la Madre de Dios y de los Doce Apóstoles con Pablo. En segundo lugar, la imagen muy hermosa utilizada en el tropario: "...Oh, vosotros que por mi causa os habéis empobrecido como yo...", que incluye 2 Cor 8:9 y Fil 2:6-7, para hablar de la Encarnación. Este es un tema que volvemos a encontrar en otros troparios, es decir, la conexión evidenciada en paralelo entre la encarnación/descenso y la glorificación/ascensión: "Tú que, sin separarte del seno de tu padre, oh dulce Jesús, viviste en la tierra como hombre, hoy desde el Monte de los Olivos ascendiste en gloria: y habiendo levantando, por tu compasión a nuestra naturaleza caída, la hiciste sentar contigo junto al Padre. Por esta razón, los ejércitos celestiales de los incorpóreos, admirados por el prodigio, extasiados por el temblor, magnifican tu amor hacia los hombres. Junto con ellos también nosotros aquí en la tierra, glorificando tu descenso hacia nosotros y tu ascensión de entre nosotros, te suplicamos: Oh tú que con tu Ascensión has llenado a los discípulos y a la Madre de Dios que Te engendró de alegría infinita, por sus oraciones concédenos también la alegría de ser tus elegidos…".

         En los textos de la fiesta encontramos un uso abundante, con una interpretación claramente cristológica y soteriológica, del salmo 23 directamente relacionado con la Ascensión del Señor: "El Espíritu Santo ordena a todos sus ángeles: Elevad, puertas, vuestros dinteles. Todos, aplaudan, porque Cristo ha subido hasta donde estaba antes... Mientras ascendías, oh Cristo, ... las huestes celestiales que te han visto, aclaman unos a otros: ¿Quién es éste? Y responden ellos mismos: "Él es el fuerte, el poderoso, el poderoso en batalla; es verdaderamente el Rey de la gloria... Elevad, puertas, vuestros dinteles: he aquí, Cristo, Rey y Señor, ha venido, vestido de cuerpo terrenal." Encontramos el diálogo del salmo podemos decir escenificado entre el Espíritu Santo y los ángeles, o entre los ángeles entre ellos. En esta fiesta, como en muchas otras de la tradición bizantina, nos encontramos siempre con una exégesis cristológica aplicada a los salmos.

         En uno de los troparios de los laudes de la fiesta, encontramos resumidos en cuatro versículos el desconcierto de Adán tras el pecado, y la encarnación de Cristo con la imagen del revestirse de la naturaleza de Adán, presentada como si fuera el icono del buen pastor que lleva sobre sus hombros, que toma sobre si a la oveja perdida y la hace sentar con él en gloria:  "Después de buscar a Adán, que se había desviado por el engaño de la serpiente, oh Cristo, revestido de él, ascendiste al cielo y te sentaste a la derecha del Padre, participe de su trono, mientras los ángeles te cantaban…"

         La Ascensión del Señor lleva a la perfección la obra de nuestra redención, porque él, habiendo ascendido al cielo, permanece siempre con nosotros y a nuestro lado. Romano Melodo (+555) canta en uno de los troparios de la fiesta: "Habiendo completado la economía a nuestro favor y unido a las realidades celestiales las realidades terrenales, has ascendido en gloria, oh Cristo nuestro Dios, sin separarte en absoluto de los que te aman; sino permaneciendo inseparable de ellos afirmas: Estoy con vosotros, y nadie está en contra de vosotros."

 +P. Manuel Nin

Esarca Apostolico

Grottaferrata

 


venerdì 3 aprile 2026


 Deposizione dalla croce. Miniatura siriaca, XII secolo

 

La Settimana Santa nella tradizione bizantina

         Le liturgie delle Chiese cristiane di Oriente e di Occidente lungo l’anno liturgico celebrano il mistero di Cristo, Verbo di Dio incarnato, fattosi uomo per noi e per la nostra salvezza. Lungo l’anno o ciclo liturgico vengono celebrati i diversi momenti della vita di Cristo che sono anche e soprattutto momenti di salvezza per la Chiesa e per ognuno dei cristiani: la sua incarnazione, la sua nascita, la sua passione, morte e risurrezione. La Grande Settimana è uno dei momenti centrali in questa celebrazione, e in essa le Chiese cristiane di Oriente possiamo dire si radunano attorno alla croce di Cristo, da dove sgorga la redenzione e la salvezza per ognuna di esse. La tradizione bizantina in Italia è celebrata e vissuta nelle Chiese di tradizione bizantine di Lungro in Calabria, di Piana degli Albanesi in Sicilia e nel monastero esarchico di santa Maria di Grottaferrata alle porte di Roma.

         In queste pagine voglio leggere e presentare brevemente tre dei tropari liturgici che segnano le principali celebrazioni lungo la Settimana Santa nella tradizione bizantina. I tropari sono dei testi poetici, che con delle immagini molto belle e profonde, portano colui che li legge, che li canta, colui che li prega, a vivere il mistero celebrato nella liturgia. Sono dei testi nati dalla preghiera del poeta, dell’innografo, del teologo, che legge la Sacra Scrittura e ne fa preghiera e, come dicevo, con delle immagini forti, contrastanti e delle volte anche paradossali, riesce a esprimere in modo poetico la professione di fede della Chiesa. Sono tre tropari che vengono cantati nell’ufficiatura di diversi giorni lungo la Settimana Santa. Indico, per ognuno dei tropari, i riferimenti biblici che si intrecciano nel testo liturgico.

Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte (Mt 25,6), beato quel servo che troverà vigilante (Lc 12,37), indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno (Rm 13,11), per non essere consegnata alla morte (Salmo 12,4) e chiusa fuori del Regno! (Mt 25,10) Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio (Is 6,3); per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi”.

I tropari, come accennavo sopra, sono un intreccio di citazioni bibliche implicite o esplicite, sia dal Vecchio che dal Nuovo Testamento. Nel primo tropario ci sono ben cinque riferimenti biblici: lo Sposo che arriva, Mt 25,6; il servo che vigila, Lc 12,37; il distacco dal sonno, Rm 13,11; la consegna alla morte, salmo 12,4; la chiusura della porta del Regno, Mt 25,10; il Dio tre volte santo, Is 6,3). Tre temi da sottolineare in questo testo: Il tema dell'attesa dello Sposo. Il tropario fa una rilettura di Mt 25,10, con lo Sposo che arriva nel mezzo della notte e l’attesa vigilante di coloro che l’aspettano. Si tratta di un’attesa di quel rinnovamento e ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima ed il nuovo Adamo che arriva nel bel mezzo della notte. Un’attesa che diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arri­vo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce, la sua croce. Il secondo tema è l’analogia che il tropario fa di sonno-morte, a partire da Lc 12,37, il servo vigilante, e da Rm 13,11, il distacco dal sonno. L’arrivo dello Sposo per il cristiano è il momento del suo trapasso, della sua morte; lui, lo Sposo, arriverà nella notte -nell’ora in cui il servo non sa, e per questo viene chiesta la vigilanza, il guardare verso di Lui. Il terzo aspetto che troviamo nel tropario è quello delle nozze divine e l'assoluta indegnità dell'uomo che solo può entrare nella camera nuziale, il Regno, grazie alla luce che viene da Cristo. Di fronte allo Sposo nel suo talamo nuziale, cioè Cristo umiliato ed umile ai piedi della croce, il cristiano si scopre dal tutto peccatore -e durante la Quaresima l’abbiamo tante volte chiesto al Signore di farci scoprire peccatori quando abbiamo ripetuto fino a sazietà: “…dammi di vedere i miei peccati e di non condannare mio fratello...”. Ma si scopre pure amato e salvato da questo Dio umile ed umiliato. Per questo lo acclama come Dio tre volte santo con Is 6,3.


“Oggi è appeso al legno Colui che ha appeso la terra alle acque! (Salmo 135,6) Il Re degli angeli è cinto di una corona di spine! (Mt 27,29) È avvolto di una porpora (Mt 27,28) mendace Colui che avvolge il cielo di nubi! (Is 63,1; salmo 147,8) Riceve uno schiaffo (Gv 18,22) lui che nel Giordano ha liberato Adamo! (Mt 3,13) Lo Sposo della Chiesa è inchiodato con chiodi! (Ef 5,25.31) Il Figlio della Vergine è trafitto da una lancia! (Gv 19,34) Adoriamo la tua passione, o Cristo! Mostacci anche la tua risurrezione”.

         Questo secondo tropario viene cantato nell’ufficiatura mattutina del Venerdì Santo, durante la processione con la croce che viene portata dall’altare, dal santuario fino al bel mezzo della navata e lì esposta e venerata dai fedeli. È un testo diventato quasi un tessuto di citazioni bibliche, e che riesce, per via di contrasto, a mettere in evidenza il mistero della vera incarnazione del Verbo di Dio: Colui che pende dalla croce è lo stesso che appende la terra sulle acque; colui che è Signore degli angeli, riceve una corona di spine; il Signore del cielo, è avvolto da una tonaca mendace; Colui che libera Adamo nel Giordano quando è battezzato da Giovanni, è legato da uno schiaffo. Infine, l’immagine fortemente contrastante tra la sua nascita da una Vergine, e il suo costato trafitto dalla lancia.

 “Vedendo il sole nascondere i suoi raggi, e il velo del tempio lacerato alla morte del Salvatore, Giuseppe andò da Pilato, e così lo pregava: Dammi questo straniero, che dall’infanzia come straniero si è esiliato nel mondo (Gv 1,5.10; Mt 2,13). Dammi questo straniero, che i suoi fratelli di razza hanno odiato e ucciso come straniero (Salmo 68,9). Dammi questo straniero, di cui stranito contemplo la morte strana. Dammi questo straniero, che ha saputo accogliere poveri e stranieri. Dammi questo straniero, che gli ebrei per invidia hanno estraniato dal mondo (Mt 27,18). Dammi questo straniero, perché io lo seppellisca in una tomba, giacché, come straniero, non ha ove posare il capo (Mt 8,20). Dammi questo straniero, al quale la Madre, vedendolo morto, gridava: O Figlio e Dio mio, anche se sono trafitte le mie viscere (Lc 2,35) e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione. Supplicando Pilato con questi discorsi, il nobile Giuseppe ricevette il corpo del Salvatore: con timore lo avvolse in una sindone con mirra e depose in una tomba colui che a tutti elargisce la vita eterna e la grande misericordia (Salmo 50,3)”.

         Questo terzo tropario viene cantato nell’ufficiatura mattutina del Sabato Santo. Si tratta di una supplica che l’innografo mette in bocca a Giuseppe di Arimatea in una sua supplica a Pilato per riavere il corpo di Gesù (cf., Lc 23,50-52). Per ben sette volte Giuseppe chiede a Pilato lo “straniero”, titolo dato a Gesù in questo tropario: Dammi questo straniero… ς μοι τοτον τν ξνον). E il testo liturgico contempla Cristo come colui che dall’infanzia ha vissuto l’essere straniato, di cui si contempla una morte essa stessa straniera, strana, fuori della città. L’ultima supplica di Giuseppe prende la supplica di Maria, la madre di Cristo che diventa supplica della Chiesa stessa: “O Figlio e Dio mio, anche se sono trafitte le mie viscere e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione”.

          La celebrazione della passione, della morte e della risurrezione di Cristo nella tradizione bizantina, attraverso i testi liturgici poetici e allo stesso tempo pregnanti di forza e di realismo, ci accosta, ci fa partecipi della sua condiscendenza verso di noi, Lui che per noi si è fatto straniero per riportarci al suo regno.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico di Grottaferrata


Semana Santa en la tradición bizantina

         Las liturgias de las Iglesias Cristianas de Oriente y Occidente celebran a lo largo del año litúrgico el misterio de Cristo, el Verbo de Dios encarnado, hecho hombre para nosotros y para nuestra salvación. A lo largo del año o ciclo litúrgico, se celebran los diferentes momentos de la vida de Cristo, que son también y sobre todo momentos de salvación para la Iglesia y para cada uno de los cristianos: su encarnación, su nacimiento, su pasión, muerte y resurrección. La Gran Semana o Semana Santa es uno de los momentos centrales de esta celebración, y en ella se puede decir que las Iglesias Cristianas de Oriente se reúnen en torno a la Cruz de Cristo, de donde manan la redención y la salvación para cada una de ellas. La tradición bizantina en Italia se celebra y se vive en las Iglesias locales bizantinas de Lungro en Calabria, Piana degli Albanesi en Sicilia y en el monasterio exárquico de Santa Maria di Grottaferrata, en las afueras de Roma.

         En estas páginas quiero releer y presentar brevemente tres de los troparios litúrgicos que marcan las principales celebraciones de la Semana Santa en la tradición bizantina. Los troparios son textos poéticos que, con imágenes muy bellas y profundas, llevan a quien los lee, los canta y a quien los reza, a vivir el misterio celebrado en la liturgia. Son textos surgidos de la oración del poeta, del himnógrafo, del teólogo, que lee la Sagrada Escritura y ora a partir de ella y, como he dicho, con imágenes fuertes, contrastantes y a veces incluso paradójicas, logra expresar la profesión de fe de la Iglesia de manera poética y simbólica. Son tres troparios que se cantan en la liturgia de las Horas de diferentes días durante la Semana Santa. Indico, para cada uno de los troparios, las referencias bíblicas que están entrelazadas en el texto litúrgico.

"He aquí que el Esposo viene a medianoche (Mt 25:6), bendito el siervo que encuentra vigilante (Lc 12:37), indigno el siervo que él encuentra negligente! He aquí, por tanto, alma mía, no te dejes oprimir por el sueño (Rom 13:11), no sea que seas entregada a la muerte (Salmo 12:4) y dejada fuera del Reino. (Mt 25:10) Pero, vigilante aclama: Santo, Santo, Santo eres tú, oh Dios (Is 6:3); por la intercesión de la Madre de Dios, ten piedad de nosotros."

Los troparios, como mencioné antes, son un entrelazamiento de citas bíblicas implícitas o explícitas, tanto del Antiguo como del Nuevo Testamento. En este primer tropario hay nada menos que cinco referencias bíblicas: el Esposo que llega a medianoche, Mt 25:6; el siervo que vigila, Lc 12:37; desapego del sueño, Rom 13:11; la eventual entrega a la muerte, Salmo 12:4; el cierre de la puerta del Reino, Mt 25:10; el Dios tres veces santo, Is 6:3). Tres temas para destacar en este texto: El tema de esperar al Esposo. El tropario relee el Mt. 25:10, con el Esposo que llega a medianoche y la atenta expectativa de quienes le esperan. Se trata de una espera para la redención y el reencuentro entre el viejo Adán, expulsado del Paraíso al comienzo de la Cuaresma, y el nuevo Adán que llega en mitad de la noche. Una expectativa que ahora se vuelve mucho más urgente con el uso de la imagen y tema evangélico de la llegada y del encuentro con el Esposo, un Esposo cuya cámara nupcial es únicamente la cruz, su cruz.

El segundo tema es la analogía que hace el tropario del sueño-muerte, a partir de Lc 12:37, el siervo vigilante, y de Rom 13:11, el desapego del sueño. La llegada del Esposo para el cristiano es el momento de su partida, de su muerte; el Esposo, llegará en la noche –a la hora que el sirvo no sabe, y por eso se pide vigilancia, que atención hacia Él.

El tercer aspecto que encontramos en el tropario es el de la unión nupcial divina y la absoluta indignidad del hombre que solo puede entrar en la cámara nupcial, el Reino, gracias a la luz que viene de Cristo. Ante el Esposo, en su lecho nupcial, es decir, Cristo humillado y humilde a los pies de la cruz, el cristiano se descubre a sí mismo como un pecador, y durante la Cuaresma a menudo hemos pedido al Señor que nos haga descubrir pecadores cuando hemos repetido hasta la saciedad: "...Dame ver mis pecados y no condenar a mi hermano...". Pero también el cristiano descubre que es amado y salvado por este Dios humilde y humillado. Por eso lo aclama como Dios tres veces santo a partir de Is 6:3.

 

"¡Hoy el que colgó la tierra sobre las aguas, cuelga en el árbol! (Salmo 135:6) ¡El Rey de los ángeles está ceñido con una corona de espinas! (Mt 27:29) Está envuelto en una púrpura mendaz (Mt 27:28) ¡Aquel que envuelve el cielo en nubes! (Is 63:1; Salmo 147:8). Recibe una bofetada (Jn 18:22) aquél que liberó a Adán en el Jordán. (Mt 3:13) ¡El esposo de la Iglesia está clavado con clavos! (Ef 5:25, 31) ¡El Hijo de la Virgen es atravesado por una lanza! (Jn 19:34) ¡Adoramos tu pasión, oh Cristo! Muéstranos también tu resurrección."

         Este segundo tropario se canta en la liturgia de la mañana del Viernes Santo, durante la procesión con la cruz que se lleva desde el altar, desde el santuario hasta el centro de la nave y allí expuesta y venerada por los fieles. Es un texto que se ha convertido casi en un tejido de citas bíblicas, y que logra, por contraste, resaltar el misterio de la verdadera encarnación del Verbo de Dios: Quien cuelga de la cruz es el mismo que cuelga la tierra en las aguas; el Señor de los ángeles recibe una corona de espinas; el Señor del cielo está envuelto en una túnica mendaz; aquél que libera a Adán en el Jordán cuando es bautizado por Juan, recibe una bofetada. Finalmente, la imagen fuertemente contrastante entre su nacimiento de una virgen y su costado atravesado por la lanza.

 

"Cuando José vio al sol ocultar sus rayos y el velo del templo rasgarse a la muerte del Salvador, fue a Pilato y le rogó: Danos este extranjero, que desde niño como extranjero ha sido exiliado al mundo (Jn 1:5, 10; Mt 2:13). Dame este extranjero, a quien sus hermanos odiaban y mataron como forastero (Salmo 68:9). Dame a este extranjero, cuya extraña muerte me desconcertó. Dame a este extranjero, que sabía dar la bienvenida a los pobres y a los extranjeros. Dame a este extranjero, a quien los judíos, por envidia, han hecho extranjero al mundo (Mt 27:18). Dame a este extranjero para que pueda enterrarlo en una tumba, porque como extranjero no tiene dónde descansar su cabeza (Mt 8:20). Dame este extranjero, a quien la Madre, al verlo muerto, exclamó: Hijo y Dios mío, aunque mis entrañas estén perforadas (Lc 2:35) y mi corazón desgarrado al verte muerto, te magnifico, confiando en tu resurrección. Suplicando a Pilato con estas palabras, el noble José recibió el cuerpo del Salvador: con temor lo envolvió en un sudario lleno de mirra y depositó en un sepulcro a Aquél que otorga vida eterna y gran misericordia a todos (Salmo 50:3)".

         Este tercer tropario se canta en el oficio matutino del Sábado Santo. Es una súplica que el himnógrafo pone en la boca de José de Arimatea cuando pide a Pilato para que le entregue el cuerpo de Jesús (cf., Lc 23:50-52). José le pide a Pilato siete veces el "extranjero", un título que se le da a Jesús en este tropario: Dame este extranjero... (Δός μοι τοτον τν ξένον). Y el texto litúrgico contempla a Cristo como aquel que desde la infancia ha vivido el ser extranjero, cuya muerte es en sí misma extranjera, extraña, fuera de la ciudad. La última súplica de José incluye la súplica de María, la madre de Cristo que se convierte en la súplica de la propia Iglesia: "Hijo y Dios mío, aunque mis entrañas estén perforadas y mi corazón desgarrado al verte muerto, sin embargo, te magnifico, confiando en tu resurrección."

 

         La celebración de la pasión, muerte y resurrección de Cristo en la tradición bizantina, a través de textos litúrgicos poéticos que están a la vez cargados de fuerza y realismo, nos acerca, nos hace compartir su condescendencia hacia nosotros, aquel que se hizo un extranjero para nosotros para devolvernos a su reino.

+P. Manuel Nin

Exarca Apostólico de Grottaferrata

 

 

 



sabato 28 marzo 2026

 

Icona etiopica con scene della passione. XIX secolo

Lettera pastorale per la Pasqua 2026

Carissimi fratelli monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata,

inizio questa lettera, indirizzata ai monaci ed anche ai fratelli e le sorelle “di Grottaferrata”, cioè tutte quelle persone che frequentate la nostra abazia ogni domenica, ogni qualvolta vi capita di fare una gitta o una visita ai Castelli Romani e vi imbattete con queste vetuste e solide mura di questo monastero millenario che custodisce, dietro le mura del Sangallo -apparentemente rudi e massicce, ma calide quando le si sorpassa-, un monastero, una chiesa pure essa millenaria, con una bellissima icona della Madre di Dio e soprattutto una comunità di monaci che vi accoglie per la preghiera, per la fraternità, per lo studio, per la ricerca, per la riflessione, magari anche per il riposo. E questa è la mia prima lettera pastorale come vescovo esarca apostolico ed egumeno di Grottaferrata, dopo poche settimane del mio passaggio dalla Grecia all’Italia, alle porte di Roma.

Il cammino quaresimale ci porta alla celebrazione della Santa Pasqua, che per me sarà la prima celebrata in questo luogo, dopo dieci anni di annunciare la risurrezione del Signore in Grecia. Durante tutto il periodo pasquale cantiamo il tropario Χριστός ανέστη…. È come un ritornello che vuole configurare, rinnovare tutta la nostra vita. Quello che preghiamo, che fa parte della nostra vita di preghiera, del nostro patrimonio di preghiera, è quello che poi dovremmo vivere nella quotidianità della nostra vita concreta come monaci e come fedeli cristiani. Durante la Quaresima e soprattutto nella Settimana Santa abbiamo cantato dei testi liturgici, dei tropari di una profondità teologica unica. Testi, tropari, che ci hanno portato a cantare ed a vivere il mistero della passione, della morte e della risurrezione del Signore. Sono dei testi che ci fanno riprendere, ritornare alla Parola di Dio che ci viene data nella liturgia.

L’omelia o catechesi di san Giovanni Crisostomo che viene letta alla fine della liturgia della notte di Pasqua è una vera catechesi sulla fede cristiana, un testo che, come tanti tropari, ci fa contemplare la vittoria di Cristo sulla morte, il centro della nostra fede: “...è apparso infatti il regno universale, nessuno pianga i suoi peccati, perché dalla tomba è sorto il perdono; nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati! Cristo è risorto dai morti...; la morte del Salvatore ci ha liberati!”. (Omelia di San Giovanni Crisostomo).

Chiediamoci cosa vuol dire per noi oggi celebrare, vivere la Pasqua di Cristo, proclamare la nostra fede nella risurrezione di Colui che fu appeso al legno della croce? E celebrarla come monaci e fedeli laici

Per noi cristiani la morte di Cristo sulla croce non è un fallimento; la morte sulla croce è una vittoria dell’amore sulla morte, e queste non sono né possiamo viverle noi come belle parole e basta. L’amore di Cristo si è manifestato in modo pieno nella croce; si manifestò in diversi momenti lungo la sua vita come ci insegnano i Vangeli, ma è nella croce dove questo amore, questa donazione al Padre e ai fratelli diventa ed è tuttora vera epifania per la Chiesa, per gli uomini. Un amore, quello di Cristo che è un amore sofferente, perché si è scontrato e si scontra con l’odio, con il male. Il nostro contatto con la Sacra Scrittura ci mostra che Dio per amore creò il mondo, per amore nacque in questo mondo come uomo, per amore prese su di sé la nostra fragile umanità.

Siamo testimoni, nella nostra vita personale, come comunità di monaci, nella vita ecclesiale, nel mondo, di come la sofferenza può distruggere tutto; però una cosa alla fine rimarrà: l’amore, quello che il Signore ha piantato nei nostri cuori. Ogni volta che rinunciamo a qualcosa, che sopportiamo qualcosa, e non con un senso di ribelle amarezza, ma volontariamente e per amore, questo ci rende paradossalmente non più deboli ma più forti. La grande potenza, forza di Dio si manifesta più che nella creazione o in qualcuno dei suoi miracoli, nel fatto che ha “svuotato” sé stesso: “…ma annientò se stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce” (Fil 2,7).

La vittoria di Cristo sulla croce, e la sua risurrezione ci pongono a noi cristiani -e specialmente a noi monaci di Grottaferrata- non soltanto davanti ad un bel esempio da imitare, ma molto di più: la vittoria di Cristo sulla morte, il suo amore totale nella sofferenza ha una forza creativa, ricreativa in noi, trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di amare in una misura al di là delle nostre capacità. “Un cuore puro crea in me, o Dio, e uno spirito retto rinnova nelle mie viscere… Rendimi l’esultanza della tua salvezza…” (Salmo 50). Allora la morte di Cristo sulla croce, come afferma san Basilio, è una morte creatrice di vita.

Noi, cristiani, siamo rinnovati dallo Spirito Santo nel Battesimo e negli altri sacramenti che accrescono in noi questo dono iniziale. Infatti, perché ognuno di noi prenda coscienza della presenza intima di Cristo, perché ognuno di noi acquisti il gusto e il senso profondo di Dio e delle cose di Dio ed esperimenti così un rinnovamento interiore decisivo, è necessario che ogni giorno accogliamo il dono dello Spirito che approda in noi in modi assai diversi. Sottolineo la parola accogliere perché come cristiani abbiamo bisogno di aprire il nostro cuore alla vita di Dio; in altre parole, abbiamo bisogno di curare la nostra vita di fede, la nostra vita in Cristo. Uno dei più grandi pericoli che abbiamo nella nostra vita è quello della non curanza della propria vita, una non curanza per quanto riguarda il rapporto con Dio, con gli altri, con noi stessi. Nella nostra vita concreta dobbiamo lasciarci trasformare dal Signore, lasciar che lui nella sua vita di Risorto trasformi -ricrei- il nostro cuore, e questo richiede da parte nostra una fedeltà quotidiana al Vangelo, all’annuncio della sua Buona Novella, alla preghiera.

Creati, ricreati, rinnovati dal Signore nella sua Pasqua, dobbiamo vivere quella fede che troviamo profetizzata il Sabato Santo nel testo di Ezechiele 37,1-10: “Fu su di me la mano del Signore... mi portò fuori... e mi mise nel mezzo della pianura piena di ossa umane... E quindi la domanda: Figlio dell’uomo, vivranno queste ossa?”. E la risposta dell’uomo: “Signore, tu lo sai!”. E questo “sai” non indica una semplice conoscenza, ma un penetrare fino in fondo il segreto, il cuore di qualcosa. Questo bellissimo testo di Ezechiele va letto nel contesto liturgico del Sabato Santo: Cristo scende nell’Ade e porta la vita a quelle “ossa inaridite”, e tirando fuori, prendendo per mano Adamo unisce il popolo dell’Antica Alleanza con quello della Nuova Alleanza, lui Cristo diventa il vero “pontifex” cioè colui che crea un ponte, un passaggio tra il vecchio e il nuovo, tra la morte e la vita­. “Figlio dell’uomo, vivranno queste ossa?”. E la risposta è sempre quella del profeta: “Signore, tu lo sai!”. La domanda del Signore al profeta, ci viene posta a noi, comunità radunata per la preghiera attorno a un sepolcro di cui confessia­mo che ne sgorga la vita, ci viene posta a noi ogni giorno.

La speranza cristia­na, allora, è una speranza gioiosa che viene, che nasce dalla risurrezione di Cristo, il grande dono del Risorto. “Signore, tu lo sai!”, nella parola del profeta, perché tu sei colui che ci salva, colui che disceso agli inferi ne rissali trascinando con te Adamo ed Eva, cioè l’umani­tà. Vivere nella speranza, vivere in Cristo.

E noi come Esarcato Apostolico a Grottaferrata, come Chiesa, come comunità monastica assieme a tanti fedeli, ci raduneremo attorno alla tomba vuota di Cristo, attorno a quella tomba bella per professare la nostra fede, per cantare che Lui, la Vita messa nella tomba, è anche la fonte della vita nuova rinnovata nella sua morte e la sua risurrezione.

Nella mia prima Pasqua come esarca apostolico a Grottaferrata, voglio incoraggiarvi a vivere questi giorni santi con un cuore nuovo, ricreato dalla forza della risurrezione del Signore. A viverlo come cristiani chiamati ad annunciare che Lui, il Signore, è risorto dai morti. A viverlo come monastero, come Esarcato, cioè come Chiesa di Cristo alle porte di Roma, comunità monastica, Chiesa chiamata alla preghiera, alla fraternità, al dialogo, all’accoglienza. Chiediamo al Signore che ci dia di vivere questo nuovo millennio della nostra abbazia come un momento di grazia e di rinnovamento guidati sempre dal suo Spirito Santo.

Santa Maria di Grottaferrata, assieme ai santi Nilo e Bartolomeo, siano i nostri intercessori presso il Signore, vincitore del peccato e della morte.

 Cristo è risorto!

Veramente è risorto!

Χριστός ανέστη

Αληθώς ανέστη

 

          +P. Manuel Nin

          Esarca Apostolico di Grottaferrata


venerdì 6 febbraio 2026

 Dieci anni in Grecia



         Nel 1997 uscì un film col titolo Sette anni in Tibet, diretto da Jean-Jacques Annaud ed interpretato dall’attore Brad Pitt, in cui si raccontano le vicende di due alpinisti andati all’Everest per scalare il tetto del mondo, e che si trovarono coinvolti nel dramma della Seconda guerra mondiale e, appunto, rimasero per sette anni tra l’India ed il Tibet e uno di loro diventò amico e confidente del Dalai Lama.

         Senza pretese che dei miei anni come vescovo Esarca Apostolico in Grecia se ne debba fare un film -benché qualche scena notevole e toccante ci sarebbe comunque! -, ho intitolato questa mia riflessione con una frase che richiama il film di cui sopra.

         Quasi giorno per giorno, la mia nomina a vescovo Esarca Apostolico del 2016 uscì il 2 febbraio, e quella del 2026, dieci anni dopo, è uscita il 31 gennaio. Dieci anni di servizio episcopale nell’Esarcato per i Cattolici di tradizione bizantina in Grecia. Dieci anni di cammino fatto con fede e speranza, con fiducia nel Signore e nelle persone che Lui mi ha messo accanto. Dieci anni di vita di una Chiesa, perché l’Esarcato è proprio una Chiesa Orientale Cattolica -il CCEO la definisce una Chiesa sui juris, una Chiesa con identità propria, con vita propria, con un vescovo, dei preti, dei fedeli, uomini e donne, provenienti da etnie e nazioni diverse: greci, ucraini, caldei, romeni… Una Chiesa viva, piccola, povera in tanti aspetti, ma non piccola né povera nella fede, nella speranza, nella carità vissuta giorno dopo giorno. Una Chiesa che mai si è sentita come il sassolino nella scarpa in un cammino affianco ad altre Chiese cristiane di Oriente, bensì ha voluto essere e lo vuole tuttora un ponte di comunione, di fraternità umana e cristiana.

         Il mio predecisone immediato, il compianto vescovo Dimitrios Salachas, il giorno 15 aprile 2016 a San Paolo fuori le Mura quando mi ha ordinato vescovo, iniziò la sua omelia con quel tono di voce e quella forza forza che lo contraddistinguevano, con un fortissimo: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. Questa frase me la son fatta mia durante dieci anni e la proclamo anche io alla fine del mio servizio episcopale in Grecia: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. E aggiungo pienamente e fermamente convinto, in questo momento in cui una mia successione all’Esarcato può essere messa in discussione e se non altro diciamo travagliata: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει! E voglio, desidero, spero che viva!”. E per questa stessa ragione, cioè di una Chiesa viva e con tanta ma tanta voglia di vivere e di esistere in questo luogo, in Grecia, crocevia di tradizioni culturali ed ecclesiali diverse, sono fermamente convinto che il mio successore debba essere un nuovo Esarca apostolico insignito dalla dignità episcopale, e questo senz’ombra di dubbio né esitazioni siano di carattere ecumenico, ecclesiologico o pastorale. Non un semplice sacerdote, magari archimandrita, nominato Esarca, ma che sia anche ordinato vescovo. E questo per tante ragioni. Quali?

         In primo luogo perché un Esarca vescovo assicura con il sacramento dell’ordine episcopale la continuità di questa Chiesa Orientale Cattolica in Grecia che ha cento anni e che ha una vita ecclesiale normale e piena: vescovo, preti, fedeli, celebrazione dei sacramenti, caritas… Per ché diminuirla o mutilarla in questo momento della storia? Al mio arrivo nel 2016 l’Esarcato aveva soltanto 5 sacerdoti, ed il più giovane aveva 75 anni di età ed era malato di Alzheimer. Dieci anni dopo, per grazia e misericordia e dono del Signore che ci ha benedetti e ha accolto il semplice e tante volte povero ma convinto lavoro delle nostre mani, i sacerdoti sono 8 con una media di età decisamente giovane. Quindi la nomina di un esarca vescovo sarebbe un punto fermo per non sprecare un lavoro che non dico “ho” ma “abbiamo” fatto lungo questi dieci anni difficili, sofferti tate volte, ma belli e benedetti dal Signore.

In secondo luogo, la presenza di un Esarca vescovo crea una comunione più evidente e più chiara tra i fedeli delle tre comunità che formano l’Esarcato e tra i sacerdoti. Altrimenti, e scusate l’immagine, i greci tirano da una parte, gli ucraini dall’altra, e di caldei dalla loro, senza quel punto di riferimento e di comunione nella Chiesa che è il vescovo. Quando delle volte mi chiedevano: “cosa fai come vescovo?” Rispondevo convinto: “assicuro la comunione nella mia Chiesa”.

         In terzo luogo, e questo potrebbe apparire come una contradizione ma non lo è, la presenza di un Esarca vescovo può assicurare un dialogo ecumenico con i fratelli ortodossi, che sia vero -e sottolineo questa parola-, vero e non finto, che possa far fronte serenamente, cristianamente direi alle difficoltà ed i problemi che sorgono quando come persone, come cristiani dialoghiamo tra di noi. Un dialogo appunto vero, franco, fraterno, cristiano. Un dialogo che dovrebbe farci guardare agli occhi e vedere nell’altro non il nemico, non il problema, ma il fratello cristiano, vescovo, che annuncia con la propria vita che il Signore ci ama, che il Signore è risorto e ci salva.

         Dieci anni in Grecia, scrivevo all’inizio. Il personaggio del film di cui sopra, dopo sette anni in Tibet ritorna nella sua Austria dove ritrova -anzi trova per prima volta- suo figlio. Io rientrando ora in Italia, alle porte di Roma, guardo indietro e vedo la Chiesa di Grecia, l’Esarcato Apostolico, e in lei avverto quella che è stata per dieci anni la mia Chiesa, la mia sposa, e che lo rimarrà per sempre nel mio cuore, e che spero, desidero, mi auguro, non venga lasciata, abbandonata -e scrivo questa parola con tanto timore ed apprensione- senza un pastore, senza uno sposo che le faccia presente l’amore dell’unico Sposo, Cristo Signore, di cui tutti i vescovi indegnamente siamo vicari.

Il film sopracitato finisce con la scalata del personaggio principale del film e suo figlio su una delle vette montagnose dell’Austria dove piantano la bandiera austriaca e quella del Tibet. Per me il cammino è più pianeggiante, ma non meno impegnativo, tra i castelli romani, nella speranza di poter non piantare una bandiera ma di poter, con l’aiuto e la grazia del Signore, far brillare di nuovo quella “gemma orientale incastonata nella tiara pontificia”.

Il Signore me ne dia la forza in questa scalata non meno impegnativa.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico




lunedì 15 dicembre 2025

 

Natività di Cristo. Manoscritto siriaco xiii secolo. Tur Abdin


Lettera pastorale Natale 2025

Arrivati alle porte della celebrazione del Natale di nostro Signore Gesù Cristo, e la tradizione liturgica bizantina ci ha preparato con un periodo di quaranta giorni conosciuto come “Quaresima di Natale”, volendo in questo modo fare un parallelo tra Natale e Pasqua, tra la Natività del Verbo di Dio incarnato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e la sua Passione, Morte e Risurrezione. Questo ci porta a contemplare un fatto che è bello ed anche importante nella tradizione bizantina e nelle altre tradizioni cristiane di Oriente e di Occidente: la liturgia stessa, e specialmente l’anno liturgico visto e vissuto come luogo della pedagogia divina, come quel luogo, quel percorso che ci fa celebrare e vivere il mistero della nostra fede.

Nelle settimane che precedono il Natale cantiamo dei bellissimi tropari, che troveremo poi tante volte anche nel periodo natalizio, tropari che iniziano con la frase: Παρθνος σμερον. Questo “oggi” -σμερον- che ci porta con la Madre di Dio, con la Chiesa intera a quella grotta di Betlemme in cui nasce il Signore che è la Luce del mondo. Tante antifone poi della tradizione latina che iniziano con la parola “hodie”, saranno prese dalle tradizioni orientali bizantina e siriaca.

La lunga e bellissima serie di Theotokia nei giorni che precedono il Natale ci fa pregustare tutto il mistero dell’Incarnazione: l’attesa fiduciosa, la povertà della grotta -la povertà dell’umanità che accoglie il Verbo di Dio-, tutte le figure, i personaggi ed anche i luoghi dell’Antico Testamento che, se mi permettete l’immagine, si affacciano in questi giorni quasi guardassero dal cielo. Tutte le volte che nei testi liturgici Betlemme è collegata con l’Eden; Isaia che si rallegra; Maria, la Madre di Dio presentata come agnella -un titolo che ritroveremmo spesso nella Settimana Santa- cioè, colei che porta in grembo Cristo l’Agnello di Dio. Tutta una serie di figure, di personaggi ed anche di luoghi, vi dicevo, che si affacciano sulla scena liturgica di queste settimane, dalla fine novembre in poi, come per ricordarci, nel senso forte della parola “ricordare”, che siamo parte di una storia, di una umanità che ha atteso il Salvatore, una storia ed una umanità che l’aveva atteso nella veglia fiduciosa, ma anche nel buio, nel dubbio, nel peccato; una storia ed una umanità che forse non è più nell’attesa -in nessuna attesa- ma che rimane comunque nel buio e nel peccato. Una umanità che delle volte, nei nostri giorni, sa perpetuarsi soltanto in un continuo susseguirsi di guerre -guerre di interessi economici, di strategie di dominio- guerre che debbono combatterle non coloro che le istigano ma coloro che le subiscono. Una umanità però, la nostra, non lo dimentichiamo mai perché questa è la nostra speranza, amata, salvata e redenta da Cristo.

Pure a livello sociale l’apparenza esterna della società in cui viviamo e ci muoviamo ci fa pensare, benché in un modo molto superficiale, al Natale; una società, pero, in cui il primato lo ha il desiderio delle cose facili, comode, unicamente utili; una società in cui il primato dell’amore non lo ha più non dico già Dio ma neppure l’altro, il fratello che ci sta’ accanto, ma lo ha la propria immagine, un’immagine a volte incapace di amare e di lasciarsi amare; una immagine che rifiuta tutto quello che è limite, sofferenza, malattia... un’immagine che dimentica il darsi all’altro per amore, nella gratuità del dono, del semplice dono.

Arrivati ormai alle porte del Natale, della celebrazione della nascita secondo la carne del Signore, Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, la liturgia bizantina ci invita -direi ci porta per mano- con Maria, con tutta la Chiesa, verso la grotta per accogliere lì Colui che viene, Colui che essendo il Verbo Eterno di Dio si fa uno di noi. E per questo vi propongo una lettura e un breve commento di due testi presi dai Kontakia per il Natale di Romano il Melodo (+555). I kontakia sono dei poemi teologici, normalmente di 24 strofe, e che spesso seguono l’alfabeto greco, in cui l’autore –Romano o tante volte altri autori anonimi-, svolge, canta un tema teologico legato a una festa o a un santo che viene celebrato. I kontakia sono un genere letterario che troviamo già nel IV secolo nella tradizione siriaca, specialmente nell’opera di Sant’Efrem il Siro (+373). Romano ne scrisse tre di kontakia per il Natale, e nel secondo di essi troviamo un tema che a prima vista può sorprendere, e che vi propongo di meditare, cioè si tratta del “pellegrinaggio”, della “visita” di Adamo ed Eva alla grotta del bambino neonato. Dico che è un tema che sorprende in una prima lettura, ma non tanto se si pensa al parallelo di cui prima accennavo e che la liturgia e l’iconografia bizanti­ne fanno tra il Natale e la Pasqua.

Vi propongo il secondo kontakion sul Natale di Romano il Melodo. È un poema che sviluppa il tema, le diverse scene in questo modo: Maria, la Madre di Dio, canta si direbbe una “nina nana” al bambino neonato, un canto che sveglia Eva dal sonno eterno ed essa -come nel libro della Genesi-, convince Adamo a recarsi nella grotta per capire cos’è quel canto; arrivati lì invocano l’intercessione della Madre di Dio per la loro sorte -cioè, l’essere stati cacciati dal paradiso. Maria li rincuora e si accosta verso suo Figlio e sostiene presso di lui la causa dei Progenitori; Gesù svela a Maria la vastità del suo amore per gli uomini fino alla morte e una morte di croce.

Perché ama la tua stirpe... un Dio che non chiede altro che di poter salvare... Questa è la realtà, l’unica realtà che celebriamo in questi giorni di Natale, che celebriamo nella nostra fede cristiana: l’amore di Dio per gli uomini manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. E la celebriamo, la viviamo questa realtà in tutta la nostra vita come cristiani. Ciò vuol dire nel condividere e forse anche nel contrastare la nostra fede con un mondo -almeno quello che ci circonda in modo più immediato- segnato fortemente dall’individualismo, dall’oblio dell’altro, dall’ignoranza degli altri; una fede che dovrà predicare un Dio che è dono gratuito, che perdona, che ama, e perché ama si sacrifica per gli altri, che non chiede altro che poter salvare come ci indicava Romano. In questi giorni, vedendo le folle nelle strade delle nostre città, chiediamoci cosa cerca questa gente? Una cosa è chiara, è a questa umanità che guarda -o guarda e spende- lungo le strade delle nostre città che dovremo, dobbiamo predicare, annunciare, che Dio ama la sua stirpe, e che non chiede altro che di poter salvare. Ed è anche ad una altra umanità che dovremo portare il messaggio del Vangelo, una umanità che si trova nell’indigenza, nella sofferenza; un’umanità che forse non si vede o semplicemente si intravede.

Perché ama la tua stirpe... un Dio che non chiede altro che di poter salvare... Questa è nostra fede, la fede che viviamo, che annunciamo ogni giorno nel nostro Esarcato che è la nostra Chiesa. Una Chiesa che proprio la nostra, non una realtà magari desiderata, immaginata, ideale, ma reale e concreta, in Grecia, nell’oggi -σμερον- del 2025, nell’Esarcato Greco Cattolico. Una Chiesa, la nostra, benedetta e amata dal Signore, con i suoi pregi e le sue mancanze e peccati ma sempre, non lo dimentichiamo mai, sempre amata e voluta dal Signore. Una Chiesa che annuncia il Vangelo, che celebra la liturgia ed i sacramenti, che celebra e vive la carità. La vita quotidiana nell’Esarcato è una grazia, e a volte la quotidianità può sfigurare questa grazia; una vita che anche ci chiede una grande carità, una grande pazienza, una grande generosità, e anche una certa dosi di buon umore. Ricordate quel bel testo di San Giovanni Crisostomo in cui si dice che la carità senza il martirio può fare seguaci ma mai vengono generati seguaci da martiri senza carità.

In questo Natale e all’inizio di un nuovo anno civile, vorrei incoraggiarvi a non stancarvi mai di ricominciare nell’amore, e ciò per un semplice fatto, perché siamo cristiani, ed il nostro Dio ama la tua stirpe... -usando ancora le parole di Romano-, ed è un Dio che non chiede altro che di poter salvare... Vi esorto, come ho fatto sempre dall’inizio del mio ministero e servizio episcopale in Grecia nell’Esarcato, ad essere tutti, sacerdoti e fedeli, uomini e donne di comunione, di unione e mai di divisione. Che la nostra, le nostre parole siano sempre di comunione evangelica e mai di divisione. Come ripetiamo tante volte nei testi della nostra tradizione bizantina: digiuniamo di parole vane, di parole vuote, di parole che dividono, e annunciamo con la nostra parola e col nostro vivere soltanto una cosa, soltanto Uno: nostro Signore Gesù Cristo ed il suo Vangelo. Di questo, ed oso dire soltanto di questo, dovremo rendere conto al Signore.

Un anziano monaco mi diceva sempre quand’ero io giovane monaco: “Se quello che dici, se quello che fai, ti avvicina all’altro, al fratello, fallo senza indugio, perché è Vangelo. Se quello che dici o che fai ti allontana dal fratello o crea divisione con lui e nella comunità, a questo proprio devi rinunciare”. Viviamo anche noi, in tutti i momenti della nostra vita come cristiani, come cristiani cattolici membra del nostro Esarcato, della nostra Chiesa, questa parola di comunione.

Convinti sempre, per fede, che il Signore ci ama e ci dà ogni giorno di poter ricominciare nella nostra vita cristiana, nell’amore. Per questo vi esorto a guardare alla nostra vita con fede ed speranza. Vedendo i piccoli e di grandi segni della rinascita, della vita nuova che il Signore ci dà. Segni presenti e che basta vedere, guardare.

Auguro a tutti, sacerdoti, suore e fedeli dell’Esarcato, e a tutti i fratelli ed amici, un Santo Natale.

        +P. Emmanuil Nin

        Esarca Apostolico

  

 

Ποιμαντική Επιστολή Χριστούγεννα 2025

Αισίως φτάσαμε στις πύλες του εορτασμού της Γέννησης του Κυρίου μας Ιησού Χριστού και η βυζαντινή λειτουργική παράδοση μας έχει προετοιμάσει με μια περίοδο σαράντα ημερών γνωστή ως «Σαρακοστή των Χριστουγέννων», θέλοντας με αυτόν τον τρόπο να κάνει έναν παραλληλισμό μεταξύ Χριστουγέννων και Πάσχα, μεταξύ της Γέννησης του Λόγου του Θεού που ενσαρκώθηκε από το Άγιο Πνεύμα στη μήτρα της Παναγίας,  και των Παθών, του Θανάτου και της Αναστάσεως του. Αυτό μας οδηγεί να αναλογιστούμε ένα γεγονός που είναι όμορφο και επίσης σημαντικό στη βυζαντινή παράδοση και στις άλλες χριστιανικές παραδόσεις της Ανατολής και της Δύσης: την ίδια τη λειτουργία, και ιδιαίτερα το λειτουργικό έτος που θεωρείται και βιώνεται ως τόπος θείας παιδαγωγικής, ως εκείνος ο τόπος, αυτός ο δρόμος που μας κάνει να εορτάζουμε και να ζούμε το μυστήριο της πίστης μας.

Τις εβδομάδες πριν από τα Χριστούγεννα ψάλλουμε όμορφα τροπάρια, τα οποία θα βρούμε πολλές φορές ακόμη και την περίοδο των Χριστουγέννων, τροπάρια που ξεκινούν με τη φράση: «Ή Παρθένος σήμερον». Αυτό το «σήμερον» που μας οδηγεί με τη Μητέρα του Θεού, με όλη την Εκκλησία σε εκείνο το σπήλαιο της Βηθλεέμ όπου γεννιέται ο Κύριος που είναι το Φως του κόσμου. Πολλά αντίφωνα της λατινικής παράδοσης που ξεκινούν με τη λέξη «σήμερον / hodie» δηλαδή σήμερα, θα ληφθούν από τις ανατολικές βυζαντινές και συριακές παραδόσεις.

Η μακρά και όμορφη σειρά της Θεοτοκίας τις ημέρες πριν από τα Χριστούγεννα μας δίνει μια πρόγευση όλου του μυστηρίου της Ενσάρκωσης: η προσδοκία εμπιστοσύνης, η φτώχεια του σπηλαίου – η φτώχεια της ανθρωπότητας που καλωσορίζει τον Λόγο του Θεού – όλες οι μορφές, οι χαρακτήρες, ακόμη και οι τόποι της Παλαιάς Διαθήκης που, αν μου επιτρέπετε την εικόνα, εμφανίζονται αυτές τις μέρες σαν να κοιτάζουν από τον ουρανό. Κάθε φορά στα λειτουργικά κείμενα η Βηθλεέμ συνδέεται με την Εδέμ. Ο Ησαΐας χαίρεται. Η Μαρία, η Μητέρα του Θεού παρουσιάζεται ως αμνός τίτλος που συναντάμε συχνά τη Μεγάλη Εβδομάδα – δηλαδή αυτή που φέρει τον Χριστό τον Αμνό του Θεού στην κοιλιά της. Μια ολόκληρη σειρά από φιγούρες, χαρακτήρες, ακόμη και μέρη, σας είπα, που εμφανίζονται στη λειτουργική σκηνή αυτών των εβδομάδων, από τα τέλη Νοεμβρίου και μετά, σαν να μας υπενθυμίζουν, με την έντονη έννοια της λέξης «θυμάμαι», ότι είμαστε μέρος μιας ιστορίας, μιας ανθρωπότητας που περίμενε τον Σωτήρα, μιας ιστορίας και μιας ανθρωπότητας που τον περίμενε εμπιστευόμενη την αγρυπνία,  αλλά και στο σκοτάδι, στην αμφιβολία, στην αμαρτία. Μια ιστορία και μια ανθρωπότητα που ίσως δεν περιμένει πια - σε καμία αναμονή - αλλά που εξακολουθεί να παραμένει στο σκοτάδι και την αμαρτία. Μια ανθρωπότητα που μερικές φορές, στις μέρες μας, ξέρει πώς να διαιωνίζεται μόνο σε μια συνεχή διαδοχή πολέμων - πολέμων οικονομικών συμφερόντων, στρατηγικών κυριαρχίας - πολέμων που πρέπει να διεξάγονται όχι από αυτούς που τους υποκινούν αλλά από αυτούς που τους υποφέρουν. Ωστόσο, ποτέ δεν ξεχνάμε μια ανθρωπότητα, τη δική μας, γιατί αυτή είναι η ελπίδα μας, που αγαπήθηκε, σώθηκε και λυτρώθηκε από τον Χριστό.

Ακόμη και σε κοινωνικό επίπεδο, η εξωτερική εμφάνιση της κοινωνίας στην οποία ζούμε και κινούμαστε μας κάνει να σκεφτόμαστε, αν και με πολύ επιφανειακό τρόπο, τα Χριστούγεννα. Μια κοινωνία, ωστόσο, στην οποία η πρωτοκαθεδρία κατέχεται από την επιθυμία για πράγματα που είναι εύκολα, άνετα, μόνο χρήσιμα. Μια κοινωνία στην οποία η πρωτοκαθεδρία της αγάπης δεν είναι πλέον ο Θεός, αλλά ούτε και ο άλλος, ο αδελφός που είναι δίπλα μας, αλλά έχει τη δική του εικόνα, μια εικόνα μερικές φορές ανίκανη να αγαπήσει και να αφήσει τον εαυτό του να αγαπηθεί. Μια εικόνα που απορρίπτει ό,τι είναι όριο, βάσανα, αρρώστια... Μια εικόνα που ξεχνά να δίνει κανείς τον εαυτό του στον άλλον από αγάπη, στη δωρεά του δώρου, του απλού δώρου.

Έχοντας φτάσει πλέον στις πύλες των Χριστουγέννων, του εορτασμού της κατά σάρκα γέννησης του Κυρίου, Θεού και Σωτήρα μας Ιησού Χριστού, η βυζαντινή λειτουργία μας προσκαλεί – θα έλεγα ότι μας παίρνει από το χέρι – με τη Μαρία, με όλη την Εκκλησία, στο σπήλαιο για να υποδεχτούμε εκεί Αυτόν που έρχεται, Αυτόν που, όντας ο Αιώνιος Λόγος του Θεού, γίνεται ένας από εμάς. Και για το λόγο αυτό προτείνω μια ανάγνωση και έναν σύντομο σχολιασμό δύο κειμένων από τα Κοντάκια για τα Χριστούγεννα του Ρωμανού του Μελωδού (+555). Τα κοντάκια είναι θεολογικά ποιήματα, συνήθως 24 στροφών, και τα οποία συχνά ακολουθούν το ελληνικό αλφάβητο, στα οποία ο συγγραφέας Ρωμανός ή πολλές φορές άλλοι ανώνυμοι συγγραφείς-, αναπτύσσει, τραγουδά ένα θεολογικό θέμα που σχετίζεται με μια γιορτή ή έναν άγιο που εορτάζεται. Τα κοντάκια είναι ένα λογοτεχνικό είδος που συναντάμε ήδη από τον τέταρτο αιώνα στη συριακή παράδοση, ιδιαίτερα στο έργο του Αγίου Εφραίμ του Σύρου (+373). Ο Ρωμανός έγραψε τρία κοντάκια για τα Χριστούγεννα, και στο δεύτερο από αυτά βρίσκουμε ένα θέμα που εκ πρώτης όψεως μπορεί να εκπλήσσει, και το οποίο σας προτείνω να διαλογιστείτε, διότι είναι το «προσκύνημα», η «επίσκεψη» του Αδάμ και της Εύας στο σπήλαιο του νεογέννητου παιδιού. Λέω ότι είναι ένα θέμα που εκπλήσσει στην πρώτη ανάγνωση, αλλά όχι τόσο αν σκεφτεί κανείς τον παραλληλισμό που ανέφερα προηγουμένως και που κάνει η βυζαντινή λειτουργία και εικονογραφία μεταξύ Χριστουγέννων και Πάσχα.

Προτείνω το δεύτερο κοντάκιο για τα Χριστούγεννα του Ρωμανού του Μελωδού. Είναι ένα ποίημα που αναπτύσσει το θέμα, τις διαφορετικές σκηνές με αυτόν τον τρόπο: Η Μαρία, η Μητέρα του Θεού, τραγουδά, θα έλεγε κανείς, ένα νανούρισμα στο νεογέννητο παιδί, ένα τραγούδι που ξυπνά την Εύα από τον αιώνιο ύπνο και αυτή -όπως στο βιβλίο της Γένεσης-, πείθει τον Αδάμ να πάει στη σπηλιά για να καταλάβει τι είναι αυτό το τραγούδι. Μόλις εκεί επικαλούνται τη μεσιτεία της Μητέρας του Θεού για τη μοίρα τους - δηλαδή τον εκδιωγμο τους από τον παράδεισο. Η Μαρία τους ενθάρρυνε και πλησίασε τον Υιό της και υποστήριξε την υπόθεση των Πρώτων Γονέων μαζί του. Ο Ιησούς αποκαλύπτει στη Μαρία την απεραντοσύνη της αγάπης του για τους άνδρες και τις γυναίκες μέχρι θανάτου και θανάτου στο σταυρό.

«Επειδή αγαπά τη γραμμή αίματος σου... ένας Θεός που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει...» Αυτή είναι η πραγματικότητα, η μόνη πραγματικότητα που εορτάζουμε αυτές τις ημέρες των Χριστουγέννων, που εορτάζουμε στη χριστιανική μας πίστη: η αγάπη του Θεού για την ανθρωπότητα που εκδηλώνεται πλήρως στον Ιησού Χριστό. Και το εορτάζουμε, ζούμε αυτή την πραγματικότητα σε όλη μας τη ζωή ως Χριστιανοί. Αυτό σημαίνει να μοιραζόμαστε και ίσως ακόμη και να αντιπαραβάλλουμε την πίστη μας με έναν κόσμο - τουλάχιστον αυτόν που μας περιβάλλει με πιο άμεσο τρόπο - που χαρακτηρίζεται έντονα από τον ατομικισμό, από τη λήθη του άλλου, από την άγνοια των άλλων. μια πίστη που θα πρέπει να κηρύξει έναν Θεό που είναι δώρο, που συγχωρεί, που αγαπά, και επειδή αγαπά θυσιάζεται για τους άλλους, που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει όπως μας υπέδειξε ο Ρωμανός. Αυτές τις μέρες, βλέποντας τα πλήθη στους δρόμους των πόλεων μας, ας αναρωτηθούμε τι ψάχνουν αυτοί οι άνθρωποι; Ένα πράγμα είναι σαφές, σε αυτή την ανθρωπότητα που κοιτάζει – ή κοιτάζει και ξοδεύει – στους δρόμους των πόλεων μας που πρέπει, πρέπει να κηρύξουμε, να διακηρύξουμε, ότι ο Θεός αγαπά τη γενεαλογία του και ότι δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει. Και είναι επίσης σε μια άλλη ανθρωπότητα που πρέπει να φέρουμε το μήνυμα του Ευαγγελίου, μια ανθρωπότητα που βρίσκεται στη φτώχεια, στα βάσανα. Μια ανθρωπιά που ίσως δεν μπορεί να δει ή απλά να δει.

«Επειδή αγαπά τη γραμμή αίματος σου... ένας Θεός που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει...» Αυτή είναι η πίστη μας, η πίστη που ζούμε, που διακηρύσσουμε καθημερινά στην Εξαρχία μας που είναι η Εκκλησία μας. Μια Εκκλησία δική μας, όχι μια πραγματικότητα ίσως επιθυμητή, φανταστική, ιδανική, αλλά πραγματική και συγκεκριμένη, στην Ελλάδα, στο σήμερα -σήμερον- του 2025, στην Ελληνική Καθολική Εξαρχία. Μια Εκκλησία, δική μας, ευλογημένη και αγαπημένη από τον Κύριο, με τις αρετές και τις ελλείψεις και τις αμαρτίες της, αλλά πάντα, ας μην ξεχνάμε ποτέ, πάντα αγαπημένη και θελημένη από τον Κύριο. Μια Εκκλησία που κηρύττει το Ευαγγέλιο, που τελεί τη λειτουργία και τα μυστήρια, που εορτάζει και ζει την αγάπη. Η καθημερινή ζωή στην Εξαρχία είναι μια χάρη, και μερικές φορές η καθημερινή ζωή μπορεί να παραμορφώσει αυτή τη χάρη. Μια ζωή που μας ζητά επίσης μεγάλη φιλανθρωπία, μεγάλη υπομονή, μεγάλη γενναιοδωρία, ακόμη και ένα ορισμένο ποσό καλού χιούμορ. Θυμηθείτε εκείνο το όμορφο κείμενο του Αγίου Ιωάννη του Χρυσοστόμου στο οποίο λέει ότι η φιλανθρωπία χωρίς μαρτύριο μπορεί να κάνει οπαδούς, αλλά οι οπαδοί δεν δημιουργούνται ποτέ από μάρτυρες χωρίς φιλανθρωπία.

Αυτά τα Χριστούγεννα και στην αρχή ενός νέου ημερολογιακού έτους, θα ήθελα να σας ενθαρρύνω να μην κουραστείτε ποτέ να ξεκινάτε από την αρχή με αγάπη, και αυτό για ένα απλό γεγονός, επειδή είμαστε Χριστιανοί και ο Θεός μας αγαπά τη φυλή σας... -και πάλι χρησιμοποιώντας τα λόγια του Ρωμανού-,  είναι «….ένας Θεός που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει...». Σας προτρέπω, όπως έκανα πάντα από την αρχή της επισκοπικής μου διακονίας και υπηρεσίας στην Ελλάδα στην Εξαρχία, να είστε όλοι εσείς, ιερείς και πιστοί, άνδρες και γυναίκες της κοινωνίας, της ενότητας και ποτέ της διαίρεσης. Είθε τα λόγια μας, τα λόγια μας να είναι πάντα ευαγγελικής κοινωνίας και ποτέ διαίρεσης. Όπως επαναλαμβάνουμε τόσες φορές στα κείμενα της βυζαντινής μας παράδοσης: ας νηστεύουμε από μάταια λόγια, από κενά λόγια, από λόγια που διχάζουν, και ας διακηρύξουμε με τον λόγο μας και τη ζωή μας μόνο ένα πράγμα, μόνο ένα: τον Κύριό μας Ιησού Χριστό και το Ευαγγέλιό του. Γι' αυτό, και τολμώ να πω μόνο γι' αυτό, θα πρέπει να δώσουμε λογαριασμό στον Κύριο.

Ένας ηλικιωμένος μοναχός μου έλεγε πάντα όταν ήμουν νεαρός μοναχός: «Αν αυτό που λες, αν αυτό που κάνεις, σε φέρνει πιο κοντά στον άλλον, στον αδελφό σου, κάνε το χωρίς καθυστέρηση, γιατί είναι το Ευαγγέλιο. Αν αυτό που λες ή κάνεις σε απομακρύνει από τον αδερφό σου ή δημιουργεί διχασμό μαζί του και στην κοινότητα, πρέπει πραγματικά να το εγκαταλείψεις». Ας ζούμε κι εμείς, σε όλες τις στιγμές της ζωής μας ως Χριστιανοί, ως Καθολικοί Χριστιανοί, μέλη της Εξαρχίας μας, της Εκκλησίας μας, αυτόν τον λόγο της κοινωνίας.

Πάντα πεπεισμένοι, με πίστη, ότι ο Κύριος μας αγαπά και μας δίνει κάθε μέρα για να μπορέσουμε να ξαναρχίσουμε τη χριστιανική μας ζωή, με αγάπη. Για το λόγο αυτό, σας προτρέπω να κοιτάξετε τη ζωή μας με πίστη και ελπίδα. Βλέποντας τα μικρά και μεγάλα σημάδια της αναγέννησης, της νέας ζωής που μας δίνει ο Κύριος. Σημάδια που υπάρχουν και που απλά πρέπει να δεις, να κοιτάξεις.

Εύχομαι σε όλους, ιερείς, αδελφές και πιστούς της Εξαρχίας, και σε όλους τους αδελφούς και φίλους, Άγια Χριστούγεννα.

+Π. Εμμανουήλ Νιν

            Αποστολικός Έξαρχος