martedì 24 marzo 2026

 

Deposizione dalla croce.
Miniatura siriaca XII secolo

Venerdì Santo.

La liturgia del Venerdì Santo ci mette di fronte alla realtà della sofferenza e della morte -il sinassario bizantino dirà la “santa e tremenda passione”- di nostro Signore Gesù Cristo. Le ufficiature di questo giorno contemplano, nel dolore e nel pianto ma anche nella speranza, la passione e la morte del Signore. Per quanto riguarda il mattutino, celebrato di solito la sera del giovedì, ha come centro la proclamazione delle dodici pericopi dei Vangeli della passione. Al centro di quest'ufficiatura c'è la contemplazione della passione gloriosa di nostro Signore Gesù Cristo assieme alla confessione sulla croce del ladro riconoscen­te. In qualche modo la liturgia vede nella confessione del ladro tutta la Chiesa, tutta l'umanità redenta da Cristo; il ladro che viene chiamato dalla liturgia "compagno di via" del Signore: “O Signore, tu hai preso come compagno di via il ladro con le mani macchiate di sangue, mettici in numero con lui o Buono e Amico degli uomini! Emise un debole grido il ladro sulla croce, ma raggiunse una grande fede, in un attimo fu salvo, per primo entrò nel paradiso e ne aprì le porte. Gloria a te, o Signore, che hai accolto la sua conversione”.

I sei salmi iniziali del mattutino (3, 37, 62, 87, 102, 142) sono dei salmi che sottolineano da una parte il potere della notte, dell’oppressione del nemico, della prova, e dall’altra la vittoria del salmista, del cristiano su questo male, del mondo, del proprio cuore grazie alla passione di Cristo. In questa ufficiatura i dodici racconti evangelici della passione diventano una grande catechesi sul mistero di Cristo. Dopo la lettura della quinta pericope, si fa la processione della Croce dal santuario fino al centro della chiesa, dove viene collocata per l’adorazione dei fedeli. Durante la processione si canta il tropario: “Oggi è appeso al legno Colui che ha appeso la terra alle acque! Il Re degli angeli è cinto di una corona di spine! È avvolto di una porpora mendace Colui che avvolge il cielo di nubi! Riceve uno schiaffo lui che nel Giordano ha liberato Adamo! Lo Sposo della Chiesa è inchiodato con chiodi! Il Figlio della Vergine è trafitto da una lancia! Adoriamo la tua passione, o Cristo! Mostraci anche la tua risurrezione”. Notiamo il parallelismo tra l'umiliazione di Cristo nella croce e quella precedente nel Giordano; pure il legame fortissimo tra Croce e risurrezione; la Chiesa manifesta già il suo desiderio di vedere la risurrezione.

Uno dei tropari cantato dopo l’ottavo vangelo, colloca la presenza della Madre di Dio/della Chiesa di fronte alla passione di Cristo: “Vedendo il proprio Agnello condotto al macello, Maria, l’Agnella lo seguiva con le altre donne, consumata dal dolore e diceva così: Dove vai, Figlio? Per chi compi questa corsa veloce? Forse ci sono altre nozze a Cana e là ora ti affretti per fare di nuovo il vino dall’acqua? Vengo con te, Figlio? O meglio, rimango con te? Dimmi una parola, o Verbo (letteralmente: dammi una parola, tu che sei la Parola), non passare accanto a me in silenzio, tu che mi hai serbata pura, perché tu sei mio Figlio e mio Dio”.

Le Grandi Ore di prima, terza, sesta e nona, e quindi il vespro vengono celebrati senza soluzione di continuità la mattina di venerdì. Davanti alla croce che si trova esposta nel bel mezzo della chiesa si canta di nuovo il tropario: “Oggi è appeso al legno Colui che ha appeso la terra alle acque!”. La pericope evangelica del vespro è fatta da un insieme di brani presi dai diversi evangelisti; nel momento in cui si narra l’arrivo di Giuseppe di Arimatea per prendere il corpo di Gesù, il sacerdote “celebra” la narrazione evangelica deponendo dalla croce il corpo del crocefisso avvolgendolo in un lenzuolo, e lo colloca -seppellisce- sotto l’altare. Finita la narrazione del vangelo, la tomba di Cristo collocata precedentemente al centro della chiesa e abbellita con fiori accoglie l’epitafios, l’icona del Cristo morto e deposto dalla croce, con le sante donne attorno, icona che viene dai sacerdoti portata in processione e collocata nella tomba. Cosparsa l’icona di fiori e profumi, i fedeli passano a venerarla.

 

Sabato Santo e Domenica di Pasqua.

Per quanto riguarda il Sabato Santo, l'ufficiatura del mattutino, celebrata la sera del venerdì è una delle celebrazioni allora più popolari e più belle e profonde di tutto l'anno liturgico bizantino. I tropari di introduzione alla celebrazione inquadrano la teologia di questo giorno: il corpo di Gesù viene messo nella tomba, corpo che non sarà toccato dalla corruzione -vittoria sulla morte-, vittoria di Gesù sull'Ade e risurrezione dei morti: “Il nobile Giuseppe, calato dal legno il tuo corpo immacola­to, lo avvolse in una sindone pura con aromi, e gli prestò le ultime cure; e lo depose in un sepolcro nuovo. Quando discendesti nella morte, o Vita immortale, allora l'Ade fu ucciso dal fulgore della tua divinità. E, mentre facevi risorgere i morti dagli abissi sotterranei, tutte le potenze dei cieli cantavano: O Cristo, che doni la vita, o Dio nostro, gloria a te!”

Alcuni testi del Sabato Santo si compiacciono a sottolinear­ne il legame con la creazione: “Oggi tu santifichi il settimo giorno, che un tempo benedi­cesti con il riposo delle opere; tu crei, infatti, e rinnovi tutto l'universo, o mio Salvatore, sabatizzando nel sepolcro e richiamando alla vita... Venite, vediamo la Vita nostra giacente in una tomba, per vivificare i morti che sono nelle tombe. Venite oggi a contemplare il rampollo di Giuda che dorme; a lui con il profeta gridiamo: Giaci e dormi come un leone; chi ti risveglierà, o Re? Risorgi per tuo potere, tu che volontariamente hai dato te stesso per noi. Signore, gloria a te”.

I quest’ufficiatura vengono cantati gli Enkomia, il canto funebre a Gesù che è formato da 176 strofe divise in tre parti, un testo composto tra il XII e il XIV sec., benché i temi di fondo risalgono ai testi pasquali di San Gregorio di Nazianzo e di Romano il Melode. In questo testo, di una gran bellezza poetica e musicale, troviamo il pianto e soprattutto la speranza di tutta la Chiesa, di tutti gli uomini, che diventano anche i nostri. Il poema sgrana lentamente, sotto la voce di diversi personaggi, tutti i misteri che sono avvenuti, specialmente la sepoltura di Gesù e la sua discesa nell'Ade; ci troviamo in un costante via va di dolcezza e di amarezza, di lacrime e di attesa gioiosa della risurrezione. E` da notare in questa celebrazione la presenza del popolo come vero celebrante attorno alla tomba, incarnando veramente i diversi personaggi del poema, assumendo il dolore, il pianto, la gioia... Quel sepolcro diventa il centro della Chiesa, il centro dell'universo: “Tutte le generazioni, o Cristo mio, offrono un canto alla tua sepoltura”.

I vespri del Sabato Santo vengono celebrati assieme alla liturgia di San Basilio nella mattinata dello stesso sabato. I tropari dell’ufficiatura personificano l'Ade che geme di dolore per la discesa nel suo interno del Cristo che ne strappa i morti dai secoli. Quasi come collegamento tra il vespro e la liturgia ci sono le letture, prese chiaramente da un’ufficiatura battesimale. Accenno soltanto a Gen 1,1-13, l’inizio della creazione fino al terzo giorno; Gn 1-4, lettura che diventa una profezia della risurrezione di Cristo, ma anche una profezia del nuovo popolo uscito dalla conversione e dall’amore gratuito di Dio; Dan 3,1-88, storia di Daniele e dei tre giovani nella fornace, col cantico e la risposta Lodate il Signore ed esaltatelo in tutti i secoli. Per il NT vengono letti Rm 6,3-11, il battesimo che ci unisce alla morte e alla risurrezione di Cristo, e Mt 28,1-20, l’annuncio della risurrezione alle donne. Il tropario che si canta invece del Trisagio, che è quello del battesimo, ci riporta a un contesto chiaramente battesimale: “Quanti siete stati battezza­ti nel Cristo, del Cristo vi siete rivestiti, alleluia”. Dopo la lettura di Rm, invece dell'alleluia, si canta il versetto 8 del salmo 81: “Risuscita, o Dio, giudica la terra, perché tu avrai l'eredità in tutte le genti”. Il canto di questo salmo -viene cantato per intero, intercalando il versetto 8-, invoca la risurrezione del Signore che porterà il giudizio su tutta la terra; mentre si canta il salmo, il sacerdote col diacono spargono foglie di alloro per tutta la chiesa, diventata essa tomba da cui sgorga già il profumo di Cristo.

Per quanto riguarda la notte di Pasqua, la celebrazione inizia nella chiesa al buio col canto dell’ufficiatura di mezzanotte e quindi il rito del lucernario, con la luce che presa dalla lampada sull’altare, cioè dalla tomba di Cristo. La celebrazione prosegue col canto del vangelo della risurrezione fuori della chiesa che rimane chiusa, ed il canto del tropario pasquale: “Cristo è risorto dai morti. Con la morte ha vinto la morte e a coloro che erano nei sepolcri ha fatto dono della vita”. Il canto di questo tropario segnerà il ritmo di tuta la notte e di tutto il periodo pasquale. Davanti alle porte chiuse della chiesa, ha luogo uno dei riti simbolicamente più carichi di mistagogia: il sacerdote con la croce bussa alla porta della chiesa chiusa che simboleggia l’Ade dove Cristo scende il Sabato Santo, oppure il paradiso dove siamo noi introdotti da Cristo stesso. Il sacerdote canta il salmo 23: “Alzate principi, le vostre porte; fatevi alzare, porte          eterne, ed entrerà il Re della gloria”, alternato dall’interno della chiesa dalla risposta di un’altra voce col testo dello stesso salmo: “Chi è questo Re della gloria?”. Alla terza volta le porte della chiesa si spalancano e la comunità entra non più in una chiesa buia, ma piena di fiori, profumi e luce; una chiesa in cui l’iconostasi, il passaggio dal cielo alla terra è aperto. Inizia quindi la seconda parte della celebrazione col canone del mattutino di Pasqua a cui segue la Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo.

Il canone della notte di Pasqua è opera di san Giovanni Damasceno, con dei tropari presi dai poemi teologici di san Gregorio di Nazianzo. È testo che ci invita a contemplare, a guardare, a gioire, ad essere coinvolti nel mistero della Pasqua del Signore: “Giorno della Risurrezione, risplendiamo, o popo­li!... Purifichiamo i sensi e vedremo nella luce inaccessibile della risurrezione il Cristo... Venite, beviamo una bevanda nuova, sgorgata prodigiosamente non dalla pietra sterile, ma dal sepolcro di Cristo... Sei disceso nella profondità della terra, hai spezzato le sbarre eterne che trattenevano i prigionieri... Nel giorno felice della risurrezione comunichiamo al frutto nuovo della risurrezioneIlluminati, illumina­ti, o nuova Gerusalemme, la gloria del Signore è sorta sopra di te! Danza ora ed esulta, o Sion, tu rallegrati, o pura Madre di Dio, nella risurrezione del tuo Figlio!”. Nella liturgia di San Giovanni Crisostomo si legge la pericope di Gv 1,1-17. La risurrezione del Signore è la nuova creazione, Lui oggi crea di nuovo Adamo, lo prende per mano e lo porta al paradiso. Il giorno della risurrezione è il giorno della luce e dell’illuminazione degli uomini, e quindi deve portare alla riconciliazione tra gli uomini: “Giorno della risurrezione. Rivestiamoci di luce per la festa ed abbracciamoci gli uni gli altri e chiamiamo fratelli anche coloro che ci odiano. Perdoniamo tutto a causa della risurrezione”.

 +P. Manuel Nin

Esarca Apostolico di Grottaferrata


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Viernes Santo.

La liturgia del Viernes Santo nos confronta con la realidad del sufrimiento y la muerte de nuestro Señor Jesucristo. La liturgia de este día contempla, con dolor y lágrimas pero también con esperanza, la pasión y muerte del Señor. El oficio de Maitines, que suelen celebrarse los jueves por la noche, tienen como centro la proclamación de las doce perícopas de los Evangelios de la Pasión. En el centro de este servicio está la contemplación de la gloriosa pasión de nuestro Señor Jesucristo junto con la confesión en la cruz del ladrón agradecido. De alguna manera, la liturgia ve en la confesión del ladrón a toda la Iglesia, toda la humanidad redimida por Cristo; el ladrón que la liturgia llama el "compañero en el camino" del Señor: "Oh Señor, has tomado como compañero en el camino al ladrón con las manos manchadas de sangre, haz que nos numeremos con él, ¡oh Buen y Amigo de los hombres! El ladrón en la cruz emitió un grito débil, pero alcanzó una gran fe, en un instante fue salvado, fue el primero en entrar en el paraíso y abrir sus puertas. Gloria a ti, oh Señor, que recibiste su conversión."

Los seis salmos iniciales de Maitines (3, 37, 62, 87, 102, 142) son salmos que enfatizan, por un lado, el poder de la noche, la opresión del enemigo, la prueba, y por otro la victoria del salmista, del cristiano sobre este mal, sobre el mundo, sobre su propio corazón gracias a la pasión de Cristo. En esta celebración, los doce relatos evangélicos de la Pasión se convierten en una gran catequesis sobre el misterio de Cristo. Tras la lectura de la quinta perícopa, la procesión de la Cruz tiene lugar desde el santuario hasta el centro de la iglesia, donde se coloca para la adoración de los fieles. Durante la procesión se canta el tropario: "¡Hoy el que colgó la tierra en las aguas, cuelga del árbol! ¡El Rey de los ángeles está ceñido con una corona de espinas! ¡Está envuelto en un morado púrpura mendaz, Aquel que envuelve el cielo en nubes! ¡Recibe una bofetada en la cara que liberó a Adán en el Jordan! ¡El esposo de la Iglesia está clavado con clavos! ¡El Hijo de la Virgen es atravesado por una lanza! ¡Adoremos tu pasión, oh Cristo! Muéstranos también tu resurrección." Observemos el paralelismo entre la humillación de Cristo en la Cruz y la anterior en el Jordán; también el vínculo muy fuerte entre la Cruz y la Resurrección; la Iglesia ya manifiesta su deseo de ver la Resurrección.

Uno de los troparios cantados después del octavo Evangelio subraya la presencia de la Madre de Dios/de la Iglesia ante la pasión de Cristo: "Cuando María vio a su propio Cordero llevado al matadero, el Cordero le siguió con las demás mujeres, consumido por la tristeza, y dijo así: ¿A dónde vas, Hijo? ¿Para quién haces esta carrera rápida? ¿Quizá haya otras bodas en Caná y ahora te apresuras a hacer vino con agua otra vez? ¿Voy contigo, hijo? ¿O mejor dicho, me quedo contigo? Dime una palabra, oh Palabra (literalmente: dame una palabra, tú que eres el Verbo), no pases por mí en silencio, tú que me has mantenido puro, porque tú eres mi Hijo y mi Dios."

Las Grandes Horas de prima, tercia, sexta y nona, y seguidamente las vísperas, se celebran sin interrupciones el viernes por la mañana. Frente a la cruz que queda expuesta en el centro de la iglesia, se canta de nuevo el tropario: "¡Hoy el que colgó la tierra en las aguas, cuelga del árbol!" El texto evangélico de vísperas está compuesto por un conjunto de pasajes tomados de los diferentes evangelistas, y en el momento en que se narra la llegada de José de Arimatea para tomar el cuerpo de Jesús, el sacerdote "celebra" la narración evangélica deponiendo el cuerpo del crucifijo de la cruz, envolviéndolo en una sábana y enterrándolo bajo el altar. Una vez finalizada la lectura del evangelio, la tumba de Cristo, previamente colocada en el centro de la iglesia y adornada con flores, acoge al epitafios, el icono de Cristo muerto y bajado de la cruz, rodeado por las santas mujeres, un icono que los sacerdotes llevan en procesión .

 Sábado Santo y Domingo de Pascua.

En cuanto al Sábado Santo, el oficio de Maitines, celebrado el viernes por la tarde, es una de las celebraciones más populares, bellas y profundas de todo el año litúrgico bizantino. Los troparios introductorios a la celebración enmarcan la teología de este día: el cuerpo de Jesús es colocado en la tumba, un cuerpo que no será tocado por la corrupción —la victoria sobre la muerte—, victoria de Jesús sobre el Ades y su resurrección de los muertos: «El noble José, habiendo bajado tu inmaculado cuerpo de la cruz, lo envolvió en un sudario puro con especias…, y lo colocó en una tumba nueva. Cuando descendiste a la muerte, oh Vida inmortal, entonces Ades fue anonadado por el resplandor de tu divinidad. Y mientras tú resucitabas a los muertos de las profundidades subterráneas, todos los poderes del cielo cantaron: ¡Oh Cristo, que das vida, oh Dios nuestro, gloria a ti!"

Algunos textos del Sábado Santo enfatizan su vínculo con la creación: "Hoy santificas el séptimo día, que habías bendecido con el resto de tus obras; pues creas y renuevas todo el universo, oh mi Salvador, observando el sábado en la tumba y llamando la vida... Venid, vemos nuestra Vida en una tumba, para dar vida a los muertos que están en las tumbas… Tumbado y dormido como un león; ¿quién te despertará, oh rey? Te elevas por tu poder, tú que voluntariamente te entregaste por nosotros. Señor, gloria a ti".

En este oficio se cantan los Enkomia, el cántico fúnebre a Jesús, compuesto por 176 estrofas divididas en tres partes, un texto compuesto entre los siglos XII y XIV, aunque los temas básicos se remontan a los textos pascuales de San Gregorio de Nacianzo y Romano el Melodo. En este texto, de gran belleza poética y musical, encontramos las lágrimas y, sobre todo, la esperanza de toda la Iglesia, de todos los hombres. El poema va desgranando poco a poco, bajo la voz de diferentes personajes, todos los misterios celebrados, especialmente la sepultura de Jesús y su descenso al Ades; Nos encontramos en un camino constante de dulzura y amargura, de lágrimas y alegre expectativa de la resurrección. Cabe destacar en esta celebración la presencia del pueblo como verdadero celebrante alrededor de la tumba, encarnando verdaderamente los diferentes personajes del poema, asumiendo dolor, lágrimas, alegría... Esa tumba se convierte en el centro de la Iglesia, el centro del universo: "Todas las generaciones, oh Cristo mío, ofreced un canto a vuestro entierro."

Las vísperas del Sábado Santo se celebran junto con la liturgia de San Basilio en la mañana del mismo sábado. Los troparios del oficio personifican al Ades, que gime de dolor por el descenso en su interior de Cristo, que le arrebata a los muertos de los siglos. Siguen las lecturas biblicas, con un trasfondo claramente bautismal. Me refiero solo a Génesis 1:1-13, el comienzo de la creación hasta el tercer día; Génesis 1-4, una lectura que se convierte en una profecía de la resurrección de Cristo, pero también en una profecía de los nuevos pueblos que surgieron de la conversión y del amor gratuito de Dios; Dan 3:1-88, la historia de Daniel y los tres jóvenes en el horno, con el cántico y la respuesta Alabad al Señor y exaltadlo por siempre. Porque se leen el Nuevo Testamento, Romanos 6:3-11, el bautismo que nos une a la muerte y resurrección de Cristo, y Mt 28:1-20, el anuncio de la resurrección a las mujeres. El tropario que se canta en lugar del Trisagio, que es el del bautismo, nos lleva de nuevo a un contexto claramente bautismal: "Los que habéis sido bautizados en Cristo, os habéis revestido de Cristo, aleluya." Tras la lectura de Rom, en lugar del canto Aleluya, se canta el versículo 8 del Salmo 81: "Levántate, Dios, juzga la tierra, porque tendrás como herencia a todas las naciones." El canto de este salmo —se canta en su totalidad, intercalando el versículo 8—, invoca la resurrección del Señor que traerá juicio a toda la tierra; mientras se canta el salmo, el sacerdote y el diácono esparcen hojas de laurel por toda la iglesia, que se ha convertido en una tumba de la que ya brota el perfume de Cristo.

En cuanto a la noche de Pascua, la celebración comienza en la iglesia en la oscuridad con el canto del oficio de medianoche y luego el rito del lucernario, con la luz tomada de la lámpara del altar, es decir, de la tumba de Cristo. La celebración continúa con el canto del Evangelio de la Resurrección fuera de la iglesia, que permanece cerrada, y el canto del tropario pascual: "Cristo ha resucitado de entre los muertos. Con la muerte venció la muerte y a los que estaban en las tumbas entregó el don de la vida". El canto de este tropario marcará el ritmo de toda la noche y de todo el periodo de Pascua. Frente a las puertas cerradas de la iglesia tiene lugar uno de los ritos más cargados simbólicamente: el sacerdote con la cruz llama a la puerta de la iglesia cerrada que simboliza el Ades, donde Cristo desciende el Sábado Santo. El sacerdote canta el Salmo 23: "Levantad príncipes, vuestras puertas; alzaos, puertas eternas, y entrará el Rey de la gloria", alternando desde dentro de la iglesia con la respuesta de otra voz con el texto del mismo salmo: "¿Quién es este Rey de gloria?". A la tercera vez, las puertas de la iglesia se abren de par en par y la comunidad ya no entra en una iglesia oscura, sino llena de flores, perfumes y luz; una iglesia en la que se abre el iconostasio, el paso del cielo a la tierra. La segunda parte de la celebración comienza entonces con el canon de Maitines de Pascua, seguida de la Divina Liturgia de San Juan Crisóstomo.

El cànon de la noche de Pascua es obra de San Juan Damasceno, con troparios tomados de los poemas teológicos de San Gregorio de Nazianzo. Es un texto que nos invita a contemplar, a mirar, a regocijarnos, a involucrarnos en el misterio de la Pascua del Señor: "Día de la Resurrección, brillemos, pueblos... Purifiquemos los sentidos y veamos a Cristo en la luz inaccesible de la resurrección... Ven, bebamos una bebida nueva, milagrosamente que fluya no de la piedra estéril, sino de la tumba de Cristo... Has descendido a las profundidades de la tierra, has roto los barrotes eternos que retenían a los prisioneros... En el feliz día de la resurrección comulgamos con el nuevo fruto de la resurrección... ¡Ilumínate, ilumínate, oh nueva Jerusalén, la gloria del Señor está sobre vosotros! ¡Alégrate ahora y regocija, oh Sion, regocija, oh pura Madre de Dios, en la resurrección de tu Hijo!" En la liturgia de San Juan Crisóstomo leemos la perícopa de Juan 1:1-17. La resurrección del Señor es la nueva creación, hoy crea de nuevo a Adán, le toma de la mano y le conduce al paraíso. El día de la resurrección es el día de la luz y la iluminación de los hombres, y por tanto debe conducir a la reconciliación entre los hombres: "Día de la resurrección. Vistámonos de luz para el banquete, abracémonos unos a otros y llamemos hermanos y hermanas incluso a quienes nos odian. Perdonamos todo por la resurrección."

 +P. Manuel Nin

Exarca Apostólico de Grottaferrata

 


Risurrezione di Lazzaro. 

Miniatura siriaca XII secolo
 

 

In queste pagine voglio presentare e commentare alcuni aspetti e testi della tradizione liturgica bizantina durante la Settimana Santa. Divido il testo in due parti, separate, che cronologicamente vanno dalla settimana che precede la domenica delle Palme, cioè la settimana di Lazzaro fino al Giovedì Santo, e la seconda parte che comprende dal Venerdì della Passione alla domenica di Pasqua.

 

Settimana di Lazzaro.

La settimana che precede la Domenica delle Palme nella tradizione bizantina diventa quasi una conclusione, si potrebbe dire un voltare le spalle alla penitenza quaresimale per guardare il Signore che sale a Gerusalemme per esservi crocifisso e essere risorto al terzo giorno.

Egeria, la peregrina del IV secolo, ci indica già la celebrazione della risurrezione di Lazzaro prima della Domenica delle Palme nella Gerusalemme del IV secolo, celebrazione poi recepita da tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente. È una settimana che ci fa seguire il cammino di Gesù verso Betania e quindi verso Gerusalemme; i testi liturgici ci fanno avvicinare in un modo mistagogico e allo stesso tempo molto pedagogico a questo cammino che Gesù porta a termine. I testi della liturgia ci fanno avvicinare a quello che si manifesterà pienamente nei giorni santi, a quella filantropia di Dio manife­stata in Gesù Cristo, il suo amore reale e concreto per l'uomo.

Il lunedì di questa sesta settimana quaresimale ci introduce al cammino di Gesù verso Betania: “Oggi la malattia di Lazzaro viene manifestata a Cristo, che si trattiene al di là del Giordano... coi suoi apostoli verrà il Signore per risuscitare un nativo di questa terra”. Il martedì prosegue con la malattia di Lazzaro e i testi sottolineano possiamo dire la quasi pedagogia voluta da Cristo anche dal suo attardarsi al di là del Giordano: “Oggi come ieri Lazzaro soffre la malattia... nella gioia, preparati Betania, per ricevere il tuo maestro e il tuo Re e canta con noi: Signore, gloria a te”. Martedì e mercoledì parlano già della morte e quindi della sepoltura di Lazzaro: “In questo giorno Lazzaro consegna lo spirito... per raffer­mare nel tuo amico la fede nella tua divina risurrezione che calpesta la morte e ci dà la vita; per questo noi ti lodiamo e ti cantiamo”.

Dal mercoledì al mattutino troviamo già presenti nei diversi tropari sia Lazzaro morto abbinato per omonimia al povero Lazzaro di Lc 16: “I farisei, vestiti di porpora e di seta... hanno come tesoro la Legge e i Profeti; essi hanno fatto crocifiggere te, il Povero, fuori delle porte della cittàe ti hanno rifiutato malgrado la tua risurrezione te, che sei da sempre nel seno paternoLa grazia sarà per loro come la gotta di acqua desiderata dal ricco empio... ed essi vedranno una moltitudine di pagani che nel seno di Abramo portano il vestito del battesimo e la porpora del tuo sangue…”. Siamo di fronte ad un bel esempio da una parte di un’esegesi “per omonimia”, molto presente sia nella tradizione bizantina sia soprattutto in quella siriaca. Dall’altra parte la lettura in chiave cristologica di Lc 16: “…essi hanno fatto crocifiggere te, il Povero, fuori delle porte della città …”.

Il giovedì sottolinea già la vittoria di Cristo sulla morte: “Lazzaro è nella tomba da due giorni... si avvicina il Creatore per spogliare la morte e darci la vita; per questo noi lo invochiamo: Signore, gloria a te”. Infine il venerdì mescola la gioia dell’imminente risurrezione di Lazzaro e quella dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme: “O Cristo, che siedi sui serafini celesti nella divina maestà di Creatore dell'universo, adesso nella terra ti prepari a sedere su un asinello; Betania si rallegra di accoglierti come Salvatore, Gerusalemme si rallegra di ricevere il Messia atteso...”. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme su un asinello permette di cantare, nel tropario, la vera incarnazione del Verbo di Dio: “O Cristo, che siedi sui serafini celesti nella divina maestà di Creatore dell'universo, adesso nella terra ti prepari a sedere su un asinello”.

          I testi del sabato di Lazzaro sono mescolati tra il tema della risurrezione di Lazzaro e quello della risurrezione di Gesù una settimana dopo; si sottolinea il parallelo tra i due sabato: quello di Lazzaro e quello di Gesù dopo sette giorni: “Volendo vedere la tomba di Lazzaro, o Signore, tu che volontariamente ti accingevi ad abitare una tomba...”.

Tutta la sesta settimana di Quaresima viene inquadrata in questa contemplazione dell'incontro ormai vicino tra Gesù e la morte, quella dell'amico Lazzaro per primo, quella propria la settimana dopo, e i testi liturgici riescono a coinvolgerci in questo cammino di Gesù verso Betania, verso Gerusalemme. La grande filantropia di Dio che si rivelerà nella croce di Cristo, ci viene fatta pregustare nella filantropia verso l’amico Lazzaro.

 

          Domenica delle Palme.

Per quanto riguarda la Domenica delle Palme essa diventa e una conclusione della salita di Gesù verso Betania e verso Gerusalem­me, e una apertura -quasi un portico- del cammino di Gesù verso la croce. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’ingresso regale di Gesù a Gerusalemme, è visto come conseguenza della prima vittoria di Gesù sulla morte, quella di Lazzaro. L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è una nuova teofania, una professione di fede nella sua vera incarnazione; Dio entra umile nella sua città: “Colui che ha per trono il cielo, e la terra come sgabello dei suoi piedi: il Verbo di Dio Padre, il Figlio coeterno, oggi viene a Betania, umilmente seduto su un puledro d'asina...Tu che cavalchi sui cherubini e sei esaltato dai serafini, come Davide monti su un puledro, o Buono…”. Siamo di fronte a delle espressioni di una cristologia per via di contrasto. E’ chiara, dunque, la celebrazione attorno all’ingresso di Gesù: ingresso come Re a Gerusalemme; ingresso nell’umiltà nella vita sacramentale della comunità cristiana; ingresso nella vita di ogni cristiano, di ogni uomo.

 

Lunedì, Martedì e Mercoledì Santi.

Nei tre primi giorni della Settimana Santa nella tradizione bizantina, viene messa in luce la figura di Cristo come Sposo, cioè le nozze di Dio con la Chiesa, con l'umanità. Questo è un aspetto che troviamo in tutte le liturgie orientali: le tradizioni siriache hanno una celebrazione chiamata “delle lampade” in cui viene pure rappresen­tata liturgicamente nella chiesa la parabola delle dieci vergini di Mt.

Tutti i tre giorni commemorano anche qualche figura biblica in modo speciale: al Lunedì Santo viene assegnata la memoria del patriarca Giuseppe che troviamo nel libro della Genesi, e del fico maledetto da Gesù (Mt 21, 18); Giuseppe è tipo e figura di Gesù, anche lui venduto dai suoi fratelli, portato alla sofferenza, esaltato da Dio che lo costituisce salvatore del suo popolo. Per quanto riguarda il Martedì Santo, nella prospettiva del tema dello Sposo, viene considerata la parabola delle dieci vergini (Mt 24-25). Il Mercoledì Santo viene fatta memoria della donna peccatrice che unse i piedi di Gesù (Mt 26,6-13). Al di là dell'identità della donna, che la liturgia non chiarisce, il mistero teologico sottolineato nella liturgia bizantina è quello della donna peccatrice che con le lacrime, con l'unzione con l'olio profumato -simboli ambedue battesimali- arriva all’incontro, a contatto col Cristo incarnato, Dio e uomo, contatto -sacramento- che la porta alla conversione. Quindi è sempre Cristo Sposo che va incontro alla sua Chiesa.

Due testi centrano l'ufficiatura di questi tre giorni: “Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà vigilante, indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio; per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi”. Il secondo tropario: “Vedo il tuo talamo adorno, o mio Salvatore, e non ho la veste per entrare. Fa' risplendere la veste dell'anima mia, o tu che doni la luce, e salvami!”. Questi tropari, con l’attesa dello Sposo, rileggono Mt 25,6: lo Sposo che arriva nel mezzo della notte. L’attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima, diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arri­vo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce.

 

       Giovedì Santo. Nella tradizione bizantina il Giovedì Santo celebra raggruppati: la lavanda dei piedi, l'ultima cena, la preghiera di Gesù nell'orto e il tradimento di Giuda. I testi dell’ufficiatura riprendono il biasimo alla figura di Giuda traditore non tanto in un compiacersi in esso, bensì per mettere in guardia il cuore di qualsiasi cristiano di fronte alla possibilità di tradimento di Colui che ci ha chiamati, e di noi è diventato servo ed amico: “Preso il pane tra le mani, il traditore in segreto le tende per ricevere il prezzo di colui che con le proprie mani ha plasmato l’uomo: e non si risolleva dal suo male Giuda, servo e l’ingannatore…”. La mattina del Giovedì celebra già il vespro, con la liturgia di San Basilio e la lavanda dei piedi –celebrata questa soltanto nelle cattedrali dal vescovo, e nei monasteri.

Mi soffermo nel tropario che apre l'ufficio del mattutino: “Mentre i gloriosi discepoli erano illuminati nella lavanda -letteralmente “nel cattino”- della Cena (Gv 13,1ss), allora Giuda si ottenebrava (Gv 13,30), ­l'empio, malato di cupidigia (Sal. 33,22;). E consegna te, il Giudice giusto (2Tim 4,8), in mano ai giudici iniqui. Vedi l'amico del danaro (Gv 12,6), per questo finisce impiccato! (Mt 27,5). Fuggi l'anima insaziabile, che tanto ha osato contro il Maestro. O Signore buono con tutti, gloria a te”. I due termini "illuminati" e "lavanda" ci portano a contesto chiaramente battesimale; la lavanda dei piedi dei discepoli è vista quasi come il battesimo dei discepoli che precede la cena eucaristica, e la cena stessa è il luogo di questa lavanda, di quest’illu­minazione. I discepoli sono illuminati, mentre Giuda entra nella notte, vista questa come spazio senza luce.

 

Conclusione.

Diversi aspetti importanti in questi primi giorni della Settimana Santa.

Cristo entra a Gerusalemme seduto su un puledro, venuto nell’umiltà della sua Incarnazione. I testi liturgici ci hanno proposto delle belle e profonde immagini cristologiche per via di contrasto.

Gli esempi dei personaggi biblici commemorati, celebrati nella liturgia di questi giorni: Giuseppe uomo libero, tradito, consegnato dai fratelli, come tipo e figuar di Cristo stesso. La veglia delle vergini e l’olio come collegamento nuzuale con Cristo, con l’Unto. La liturgia della Chiesa ci propone un rapporto di amore totale con Cristo, di fedeltà, nell’ottica dell’immagine sponsale.

          Infine Cristo servo, che lava i piedi ai discepoli; che si dona ai suoi nei Santi Doni del suo Corpo e del Suo Sangue, dopo che è diventato servitore.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico di Grottaferrata


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En estas páginas quiero presentar y comentar algunos aspectos y textos de la tradición litúrgica bizantina durante la Semana Santa. Divido el texto en dos partes separadas, que cronológicamente van desde la semana anterior al Domingo de Ramos, es decir, la semana de Lázaro hasta el Jueves Santo, y la segunda parte, que incluye desde el Viernes Santo hasta el Domingo de Pascua.

 Semana de Lázaro.

La semana anterior al Domingo de Ramos, según la tradición bizantina, cierra la gran Cuaresma. Se convierte casi en una conclusión, se podría decir que se aleja de la penitencia cuaresmal para mirar al Señor que sube a Jerusalén para ser crucificado allí y resucitar el tercer día.

La peregrina Egeria ya indica la celebración de la resurrección de Lázaro antes del Domingo de Ramos en Jerusalén en el siglo IV, una celebración que más tarde aceptaron todas las Iglesias cristianas de Oriente y Occidente. Es una semana que nos hace seguir el camino de Jesús hacia Betania y luego hacia Jerusalén; los textos litúrgicos nos acercan de una manera mistagógica y al mismo tiempo muy pedagógica a este viaje que Jesús completa. Los textos de la liturgia nos acercan a lo que se manifestará plenamente en los días santos, a esa filantropía de Dios manifestada en Jesucristo, su amor real y concreto por el hombre.

El lunes de esta sexta semana de Cuaresma nos presenta el viaje de Jesús a Betania: "Hoy la enfermedad de Lázaro se manifiesta a Cristo, que permanece al otro lado del Jordán... con sus apóstoles vendrá el Señor para levantar a un nativo de esta tierra." El martes continúa con la enfermedad de Lázaro y los textos subrayan, podemos decir, la casi-pedagogía que Cristo ha querido también por su demora más allá del Jordán: "Hoy, como ayer, Lázaro está enfermo.... Con joya, preparad a Betania para recibir a vuestro maestro y a vuestro Rey y cantad con nosotros: Señor, gloria a ti". Martes y miércoles ya hablan de la muerte y, por tanto, del entierro de Lázaro: "En este día Lázaro entrega el espíritu... reafirmar en tu amigo la fe en tu divina resurrección que pisotea la muerte y nos da vida; por esto te alabamos y cantamos."

Desde el miércoles encontramos presentes en los diversos troparios a ambos “Lázaro”, presentes por homonimia: el del evangelio de Juan y el de Lucas 16: "Los fariseos, vestidos de púrpura y seda... atesoran la Ley y los Profetas; os han crucificado a vosotros, los Pobres, fuera de las puertas de la ciudad ... y te han rechazado a pesar de tu resurrección, tú que siempre has estado en el vientre de tu padre... La gracia será para ellos como la gota de agua deseada por los ricos y malvados... y verán a una multitud de paganos llevando en el seno de Abraham la túnica del bautismo y la púrpura de vuestra sangre...". Estamos ante un buen ejemplo, por un lado, de una exégesis "por homonimia", muy presente tanto en la tradición bizantina como, especialmente, en la siríaca. Por otro lado, la lectura cristológica de Lc 16: "...os han crucificado a vosotros, los pobres, fuera de las puertas de la ciudad ...".

El jueves ya enfatiza la victoria de Cristo sobre la muerte: "Lázaro lleva dos días en la tumba... el Creador se acerca para despojar a la muerte y darnos vida; por eso le invocamos: Señor, gloria a ti". Finalmente, el viernes mezcla la alegría de la inminente resurrección de Lázaro con la de la entrada de Jesús en Jerusalén: "Oh Cristo, sentado sobre los serafines celestiales en la majestuosa divina majestad del Creador del universo, ahora en la tierra te preparas para cabalgar a un asno; Betania se alegra recibiéndote como Salvador, Jerusalén se regocija al recibir al tan esperado Mesías...".La  entrada de Jesús en Jerusalén sobre un asno nos permite cantar, en el tropario, la verdadera encarnación del Verbo de Dios: "Oh Cristo, que te sientas sobre los serafíns celestiales en la divina majestad del Creador del universo, ahora en la tierra te preparas para sentarte en un burro".

          Los textos del sábado de Lázaro se mezclan entre el tema de la resurrección de Lázaro y el de la resurrección de Jesús una semana después; se enfatiza el paralelismo entre los dos sábados: el de Lázaro y el de Jesús siete días después: "Deseando ver la tumba de Lázaro, oh Señor, tú que voluntariamente saliste a habitar en una tumba...".

Toda la sexta semana de Cuaresma se enmarca en esta contemplación del encuentro inminente entre Jesús y la muerte, la de su amigo Lázaro primero, la suya propia la semana siguiente, y los textos litúrgicos logran involucrarnos en este camino de Jesús hacia Betania, hacia Jerusalén. La gran filantropía de Dios que se revelará en la cruz de Cristo ve ya una anticipación en la filantropía hacia el amigo Lázaro.

           Domingo de Ramos.

En lo que respecta al Domingo de Ramos, se trata tanto en una conclusión del camino, la subida de Jesús a Betania y Jerusalén, como de una apertura —casi un pórtico— del camino de Jesús a la cruz. En cuanto al primer aspecto, la entrada real de Jesús en Jerusalén se considera consecuencia de la primera victoria de Jesús sobre la muerte, la de Lázaro. La entrada de Jesús en Jerusalén es una nueva teofanía, una profesión de fe en su verdadera encarnación; Dios entra humildemente en su ciudad: "El que tiene el cielo como trono y la tierra como reposapiés: la Palabra de Dios Padre, el Hijo coeterno, llega hoy a Betania, humildemente sentado sobre el potro de un asno... Tú que montas sobre los querubines y eres exaltado por los serafines, como David montas en un potrillo, oh Bueno...". Estamos ante expresiones de una cristología de contraste. La celebración de la entrada de Jesús es clara: entrada como Rey en Jerusalén; la entrada a la humildad en la vida sacramental de la comunidad cristiana; en la vida de todo cristiano, de cada hombre.

 Lunes, martes y miércoles santo.

En los tres primeros días de la Semana Santa, en la tradición bizantina, se destaca la figura de Cristo como esposo, es decir, la unión nupcial de Dios con la Iglesia, con la humanidad. Este es un aspecto que encontramos en todas las liturgias orientales: las tradiciones siríacas tienen una celebración llamada "de las lámparas" en la que la parábola de las diez vírgenes del evangelio de MT también se representa litúrgicamente en la iglesia.

Los tres días también conmemoran a alguna figura bíblica de manera especial:  al Lunes Santo se le asigna la memoria del patriarca José, del libro del Génesis, y de la higuera maldita por Jesús (Mt 21:18); José es el tipo y la figura de Jesús, él también vendido por sus hermanos, llevado al sufrimiento, exaltado por Dios que lo hace salvador de su pueblo. En cuanto al Martes Santo, desde la perspectiva del tema del esposo, se considera la parábola de las diez vírgenes (Mt 24-25). El Miércoles Santo conmemora a la pecadora que unció los pies de Jesús (Mt 26:6-13). Más allá de la identidad de la mujer, que la liturgia no aclara, el misterio teológico enfatizado en la liturgia bizantina es el de la mujer pecadora que, con lágrimas, con la unción con aceite perfumado —ambos símbolos bautismales— llega al encuentro, al contacto con Cristo encarnado, Dios y hombre, contacto —sacramento— que la conduce a la conversión. Por eso siempre es Cristo el Esposo quien sale a recibir a su Iglesia.

Dos textos se centran en ese aspecto: "He aquí, el Esposo viene en mitad de la noche, bendito el siervo que encuentra vigilante, indigno es el siervo que encuentra negligente! He aquí, por tanto, alma mía, que no te dejes oprimir por el sueño, no sea que seas entregada a la muerte y encerrada fuera del reino. Pero, observando, clama: Santo, santo, santo eres tú, oh Dios; por la intercesión de la Madre de Dios, ten piedad de nosotros." El segundo tropario: "Veo tu cámara nupcial adornada, oh mi Salvador, y no tengo túnica para entrar. ¡Que brille la prenda de mi alma, oh tú que das luz, y sálvame!". Estos troparios, que subrayan la espera del esposo, releen Mt 25:6: el esposo que llega en mitad de la noche. La espera del encuentro entre el viejo Adán, expulsado del Paraíso al comienzo de la Cuaresma, se vuelve ahora mucho más urgente con el uso de la imagen evangélica y el tema de la llegada y encuentro con el Esposo, un Esposo cuyo tálamo nupcial es solo la cruz.

        Jueves Santo.

       En  la tradición bizantina, el Jueves Santo celebra en un único misterio: la lavanda de los el lavado de pies, la última Cena, la oración de Jesús en el huerto y la traición de Judas. Los textos del oficio subrayan la traición de Judas y subrayan al corazón de cualquier cristiano sobre la posibilidad de traicionar a Aquel que nos ha llamado y que se ha convertido en nuestro servidor y amigo: "Tomando pan en sus manos, el traidor las extiende en secreto para recibir el precio de aquel que con sus propias manos ha formado al hombre:  y Judas, el siervo y el engañador, permanece en su mal...". El jueves por la mañana ya se celebra la Víspera, con la liturgia de San Basilio y el lavado de pies – celebrados solo en catedrales por el obispo, y en los monasterios.

Me detengo en el tropario que inicia el oficio de Maitines: “Mientras los gloriosos discípulos se iluminaban en la lavanda–  literalmente "en la pila bautismal"– de la Cena, entonces Judas se oscurecía (Jn 13:30), el malvado enfermo de codicia (Sal. 33:22;). Y entregando el justo juez (2 Tim 4:8), en manos de los jueces injustos. Mira el amigo del dinero (Jn 12:6), ¡por esto acaba ahorcado! (Mt 27:5). Huye del alma insaciable, que ha atrevido tanto contra el Maestro. Oh Señor, bueno con todos, gloria a ti." Los dos términos "iluminado" y "lavanda" nos llevan a un contexto claramente bautismal; El lavado de pies de los discípulos se ve casi como el bautismo de los discípulos que precede a la cena eucarística, y la propia cena es el lugar de este lavado, de esta iluminación. Los discípulos se iluminan, mientras Judas entra en la noche, visto como un espacio sin luz.

 Conclusión.

Varios aspectos importantes en estos primeros días de la Semana Santa.

Cristo entra en Jerusalén sentado sobre un potrillo, que ha venido con la humildad de su Encarnación. Los textos litúrgicos nos han ofrecido imágenes cristológicas bellas y profundas a modo de contraste.

Los ejemplos de los personajes bíblicos conmemorados, celebrados en la liturgia de estos días: José, un hombre libre, traicionado, entregado por sus hermanos, como un tipo y figura del mismo Cristo. La liturgia de la Iglesia nos propone una relación de amor total con Cristo, de fidelidad, desde la perspectiva de la imagen nupcial.

          Finalmente, Cristo el siervo, que lava los pies de los discípulos; que se entrega a los suyos en los Santos Dones de su Cuerpo y su Sangre, después de haberse hecho siervo de los suyos.

 +P. Manuel Nin

Exarca Apostólico de Grottaferrata



venerdì 6 febbraio 2026

 Dieci anni in Grecia



         Nel 1997 uscì un film col titolo Sette anni in Tibet, diretto da Jean-Jacques Annaud ed interpretato dall’attore Brad Pitt, in cui si raccontano le vicende di due alpinisti andati all’Everest per scalare il tetto del mondo, e che si trovarono coinvolti nel dramma della Seconda guerra mondiale e, appunto, rimasero per sette anni tra l’India ed il Tibet e uno di loro diventò amico e confidente del Dalai Lama.

         Senza pretese che dei miei anni come vescovo Esarca Apostolico in Grecia se ne debba fare un film -benché qualche scena notevole e toccante ci sarebbe comunque! -, ho intitolato questa mia riflessione con una frase che richiama il film di cui sopra.

         Quasi giorno per giorno, la mia nomina a vescovo Esarca Apostolico del 2016 uscì il 2 febbraio, e quella del 2026, dieci anni dopo, è uscita il 31 gennaio. Dieci anni di servizio episcopale nell’Esarcato per i Cattolici di tradizione bizantina in Grecia. Dieci anni di cammino fatto con fede e speranza, con fiducia nel Signore e nelle persone che Lui mi ha messo accanto. Dieci anni di vita di una Chiesa, perché l’Esarcato è proprio una Chiesa Orientale Cattolica -il CCEO la definisce una Chiesa sui juris, una Chiesa con identità propria, con vita propria, con un vescovo, dei preti, dei fedeli, uomini e donne, provenienti da etnie e nazioni diverse: greci, ucraini, caldei, romeni… Una Chiesa viva, piccola, povera in tanti aspetti, ma non piccola né povera nella fede, nella speranza, nella carità vissuta giorno dopo giorno. Una Chiesa che mai si è sentita come il sassolino nella scarpa in un cammino affianco ad altre Chiese cristiane di Oriente, bensì ha voluto essere e lo vuole tuttora un ponte di comunione, di fraternità umana e cristiana.

         Il mio predecisone immediato, il compianto vescovo Dimitrios Salachas, il giorno 15 aprile 2016 a San Paolo fuori le Mura quando mi ha ordinato vescovo, iniziò la sua omelia con quel tono di voce e quella forza forza che lo contraddistinguevano, con un fortissimo: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. Questa frase me la son fatta mia durante dieci anni e la proclamo anche io alla fine del mio servizio episcopale in Grecia: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. E aggiungo pienamente e fermamente convinto, in questo momento in cui una mia successione all’Esarcato può essere messa in discussione e se non altro diciamo travagliata: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει! E voglio, desidero, spero che viva!”. E per questa stessa ragione, cioè di una Chiesa viva e con tanta ma tanta voglia di vivere e di esistere in questo luogo, in Grecia, crocevia di tradizioni culturali ed ecclesiali diverse, sono fermamente convinto che il mio successore debba essere un nuovo Esarca apostolico insignito dalla dignità episcopale, e questo senz’ombra di dubbio né esitazioni siano di carattere ecumenico, ecclesiologico o pastorale. Non un semplice sacerdote, magari archimandrita, nominato Esarca, ma che sia anche ordinato vescovo. E questo per tante ragioni. Quali?

         In primo luogo perché un Esarca vescovo assicura con il sacramento dell’ordine episcopale la continuità di questa Chiesa Orientale Cattolica in Grecia che ha cento anni e che ha una vita ecclesiale normale e piena: vescovo, preti, fedeli, celebrazione dei sacramenti, caritas… Per ché diminuirla o mutilarla in questo momento della storia? Al mio arrivo nel 2016 l’Esarcato aveva soltanto 5 sacerdoti, ed il più giovane aveva 75 anni di età ed era malato di Alzheimer. Dieci anni dopo, per grazia e misericordia e dono del Signore che ci ha benedetti e ha accolto il semplice e tante volte povero ma convinto lavoro delle nostre mani, i sacerdoti sono 8 con una media di età decisamente giovane. Quindi la nomina di un esarca vescovo sarebbe un punto fermo per non sprecare un lavoro che non dico “ho” ma “abbiamo” fatto lungo questi dieci anni difficili, sofferti tate volte, ma belli e benedetti dal Signore.

In secondo luogo, la presenza di un Esarca vescovo crea una comunione più evidente e più chiara tra i fedeli delle tre comunità che formano l’Esarcato e tra i sacerdoti. Altrimenti, e scusate l’immagine, i greci tirano da una parte, gli ucraini dall’altra, e di caldei dalla loro, senza quel punto di riferimento e di comunione nella Chiesa che è il vescovo. Quando delle volte mi chiedevano: “cosa fai come vescovo?” Rispondevo convinto: “assicuro la comunione nella mia Chiesa”.

         In terzo luogo, e questo potrebbe apparire come una contradizione ma non lo è, la presenza di un Esarca vescovo può assicurare un dialogo ecumenico con i fratelli ortodossi, che sia vero -e sottolineo questa parola-, vero e non finto, che possa far fronte serenamente, cristianamente direi alle difficoltà ed i problemi che sorgono quando come persone, come cristiani dialoghiamo tra di noi. Un dialogo appunto vero, franco, fraterno, cristiano. Un dialogo che dovrebbe farci guardare agli occhi e vedere nell’altro non il nemico, non il problema, ma il fratello cristiano, vescovo, che annuncia con la propria vita che il Signore ci ama, che il Signore è risorto e ci salva.

         Dieci anni in Grecia, scrivevo all’inizio. Il personaggio del film di cui sopra, dopo sette anni in Tibet ritorna nella sua Austria dove ritrova -anzi trova per prima volta- suo figlio. Io rientrando ora in Italia, alle porte di Roma, guardo indietro e vedo la Chiesa di Grecia, l’Esarcato Apostolico, e in lei avverto quella che è stata per dieci anni la mia Chiesa, la mia sposa, e che lo rimarrà per sempre nel mio cuore, e che spero, desidero, mi auguro, non venga lasciata, abbandonata -e scrivo questa parola con tanto timore ed apprensione- senza un pastore, senza uno sposo che le faccia presente l’amore dell’unico Sposo, Cristo Signore, di cui tutti i vescovi indegnamente siamo vicari.

Il film sopracitato finisce con la scalata del personaggio principale del film e suo figlio su una delle vette montagnose dell’Austria dove piantano la bandiera austriaca e quella del Tibet. Per me il cammino è più pianeggiante, ma non meno impegnativo, tra i castelli romani, nella speranza di poter non piantare una bandiera ma di poter, con l’aiuto e la grazia del Signore, far brillare di nuovo quella “gemma orientale incastonata nella tiara pontificia”.

Il Signore me ne dia la forza in questa scalata non meno impegnativa.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico




lunedì 15 dicembre 2025

 

Natività di Cristo. Manoscritto siriaco xiii secolo. Tur Abdin


Lettera pastorale Natale 2025

Arrivati alle porte della celebrazione del Natale di nostro Signore Gesù Cristo, e la tradizione liturgica bizantina ci ha preparato con un periodo di quaranta giorni conosciuto come “Quaresima di Natale”, volendo in questo modo fare un parallelo tra Natale e Pasqua, tra la Natività del Verbo di Dio incarnato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e la sua Passione, Morte e Risurrezione. Questo ci porta a contemplare un fatto che è bello ed anche importante nella tradizione bizantina e nelle altre tradizioni cristiane di Oriente e di Occidente: la liturgia stessa, e specialmente l’anno liturgico visto e vissuto come luogo della pedagogia divina, come quel luogo, quel percorso che ci fa celebrare e vivere il mistero della nostra fede.

Nelle settimane che precedono il Natale cantiamo dei bellissimi tropari, che troveremo poi tante volte anche nel periodo natalizio, tropari che iniziano con la frase: Παρθνος σμερον. Questo “oggi” -σμερον- che ci porta con la Madre di Dio, con la Chiesa intera a quella grotta di Betlemme in cui nasce il Signore che è la Luce del mondo. Tante antifone poi della tradizione latina che iniziano con la parola “hodie”, saranno prese dalle tradizioni orientali bizantina e siriaca.

La lunga e bellissima serie di Theotokia nei giorni che precedono il Natale ci fa pregustare tutto il mistero dell’Incarnazione: l’attesa fiduciosa, la povertà della grotta -la povertà dell’umanità che accoglie il Verbo di Dio-, tutte le figure, i personaggi ed anche i luoghi dell’Antico Testamento che, se mi permettete l’immagine, si affacciano in questi giorni quasi guardassero dal cielo. Tutte le volte che nei testi liturgici Betlemme è collegata con l’Eden; Isaia che si rallegra; Maria, la Madre di Dio presentata come agnella -un titolo che ritroveremmo spesso nella Settimana Santa- cioè, colei che porta in grembo Cristo l’Agnello di Dio. Tutta una serie di figure, di personaggi ed anche di luoghi, vi dicevo, che si affacciano sulla scena liturgica di queste settimane, dalla fine novembre in poi, come per ricordarci, nel senso forte della parola “ricordare”, che siamo parte di una storia, di una umanità che ha atteso il Salvatore, una storia ed una umanità che l’aveva atteso nella veglia fiduciosa, ma anche nel buio, nel dubbio, nel peccato; una storia ed una umanità che forse non è più nell’attesa -in nessuna attesa- ma che rimane comunque nel buio e nel peccato. Una umanità che delle volte, nei nostri giorni, sa perpetuarsi soltanto in un continuo susseguirsi di guerre -guerre di interessi economici, di strategie di dominio- guerre che debbono combatterle non coloro che le istigano ma coloro che le subiscono. Una umanità però, la nostra, non lo dimentichiamo mai perché questa è la nostra speranza, amata, salvata e redenta da Cristo.

Pure a livello sociale l’apparenza esterna della società in cui viviamo e ci muoviamo ci fa pensare, benché in un modo molto superficiale, al Natale; una società, pero, in cui il primato lo ha il desiderio delle cose facili, comode, unicamente utili; una società in cui il primato dell’amore non lo ha più non dico già Dio ma neppure l’altro, il fratello che ci sta’ accanto, ma lo ha la propria immagine, un’immagine a volte incapace di amare e di lasciarsi amare; una immagine che rifiuta tutto quello che è limite, sofferenza, malattia... un’immagine che dimentica il darsi all’altro per amore, nella gratuità del dono, del semplice dono.

Arrivati ormai alle porte del Natale, della celebrazione della nascita secondo la carne del Signore, Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, la liturgia bizantina ci invita -direi ci porta per mano- con Maria, con tutta la Chiesa, verso la grotta per accogliere lì Colui che viene, Colui che essendo il Verbo Eterno di Dio si fa uno di noi. E per questo vi propongo una lettura e un breve commento di due testi presi dai Kontakia per il Natale di Romano il Melodo (+555). I kontakia sono dei poemi teologici, normalmente di 24 strofe, e che spesso seguono l’alfabeto greco, in cui l’autore –Romano o tante volte altri autori anonimi-, svolge, canta un tema teologico legato a una festa o a un santo che viene celebrato. I kontakia sono un genere letterario che troviamo già nel IV secolo nella tradizione siriaca, specialmente nell’opera di Sant’Efrem il Siro (+373). Romano ne scrisse tre di kontakia per il Natale, e nel secondo di essi troviamo un tema che a prima vista può sorprendere, e che vi propongo di meditare, cioè si tratta del “pellegrinaggio”, della “visita” di Adamo ed Eva alla grotta del bambino neonato. Dico che è un tema che sorprende in una prima lettura, ma non tanto se si pensa al parallelo di cui prima accennavo e che la liturgia e l’iconografia bizanti­ne fanno tra il Natale e la Pasqua.

Vi propongo il secondo kontakion sul Natale di Romano il Melodo. È un poema che sviluppa il tema, le diverse scene in questo modo: Maria, la Madre di Dio, canta si direbbe una “nina nana” al bambino neonato, un canto che sveglia Eva dal sonno eterno ed essa -come nel libro della Genesi-, convince Adamo a recarsi nella grotta per capire cos’è quel canto; arrivati lì invocano l’intercessione della Madre di Dio per la loro sorte -cioè, l’essere stati cacciati dal paradiso. Maria li rincuora e si accosta verso suo Figlio e sostiene presso di lui la causa dei Progenitori; Gesù svela a Maria la vastità del suo amore per gli uomini fino alla morte e una morte di croce.

Perché ama la tua stirpe... un Dio che non chiede altro che di poter salvare... Questa è la realtà, l’unica realtà che celebriamo in questi giorni di Natale, che celebriamo nella nostra fede cristiana: l’amore di Dio per gli uomini manifestatosi pienamente in Gesù Cristo. E la celebriamo, la viviamo questa realtà in tutta la nostra vita come cristiani. Ciò vuol dire nel condividere e forse anche nel contrastare la nostra fede con un mondo -almeno quello che ci circonda in modo più immediato- segnato fortemente dall’individualismo, dall’oblio dell’altro, dall’ignoranza degli altri; una fede che dovrà predicare un Dio che è dono gratuito, che perdona, che ama, e perché ama si sacrifica per gli altri, che non chiede altro che poter salvare come ci indicava Romano. In questi giorni, vedendo le folle nelle strade delle nostre città, chiediamoci cosa cerca questa gente? Una cosa è chiara, è a questa umanità che guarda -o guarda e spende- lungo le strade delle nostre città che dovremo, dobbiamo predicare, annunciare, che Dio ama la sua stirpe, e che non chiede altro che di poter salvare. Ed è anche ad una altra umanità che dovremo portare il messaggio del Vangelo, una umanità che si trova nell’indigenza, nella sofferenza; un’umanità che forse non si vede o semplicemente si intravede.

Perché ama la tua stirpe... un Dio che non chiede altro che di poter salvare... Questa è nostra fede, la fede che viviamo, che annunciamo ogni giorno nel nostro Esarcato che è la nostra Chiesa. Una Chiesa che proprio la nostra, non una realtà magari desiderata, immaginata, ideale, ma reale e concreta, in Grecia, nell’oggi -σμερον- del 2025, nell’Esarcato Greco Cattolico. Una Chiesa, la nostra, benedetta e amata dal Signore, con i suoi pregi e le sue mancanze e peccati ma sempre, non lo dimentichiamo mai, sempre amata e voluta dal Signore. Una Chiesa che annuncia il Vangelo, che celebra la liturgia ed i sacramenti, che celebra e vive la carità. La vita quotidiana nell’Esarcato è una grazia, e a volte la quotidianità può sfigurare questa grazia; una vita che anche ci chiede una grande carità, una grande pazienza, una grande generosità, e anche una certa dosi di buon umore. Ricordate quel bel testo di San Giovanni Crisostomo in cui si dice che la carità senza il martirio può fare seguaci ma mai vengono generati seguaci da martiri senza carità.

In questo Natale e all’inizio di un nuovo anno civile, vorrei incoraggiarvi a non stancarvi mai di ricominciare nell’amore, e ciò per un semplice fatto, perché siamo cristiani, ed il nostro Dio ama la tua stirpe... -usando ancora le parole di Romano-, ed è un Dio che non chiede altro che di poter salvare... Vi esorto, come ho fatto sempre dall’inizio del mio ministero e servizio episcopale in Grecia nell’Esarcato, ad essere tutti, sacerdoti e fedeli, uomini e donne di comunione, di unione e mai di divisione. Che la nostra, le nostre parole siano sempre di comunione evangelica e mai di divisione. Come ripetiamo tante volte nei testi della nostra tradizione bizantina: digiuniamo di parole vane, di parole vuote, di parole che dividono, e annunciamo con la nostra parola e col nostro vivere soltanto una cosa, soltanto Uno: nostro Signore Gesù Cristo ed il suo Vangelo. Di questo, ed oso dire soltanto di questo, dovremo rendere conto al Signore.

Un anziano monaco mi diceva sempre quand’ero io giovane monaco: “Se quello che dici, se quello che fai, ti avvicina all’altro, al fratello, fallo senza indugio, perché è Vangelo. Se quello che dici o che fai ti allontana dal fratello o crea divisione con lui e nella comunità, a questo proprio devi rinunciare”. Viviamo anche noi, in tutti i momenti della nostra vita come cristiani, come cristiani cattolici membra del nostro Esarcato, della nostra Chiesa, questa parola di comunione.

Convinti sempre, per fede, che il Signore ci ama e ci dà ogni giorno di poter ricominciare nella nostra vita cristiana, nell’amore. Per questo vi esorto a guardare alla nostra vita con fede ed speranza. Vedendo i piccoli e di grandi segni della rinascita, della vita nuova che il Signore ci dà. Segni presenti e che basta vedere, guardare.

Auguro a tutti, sacerdoti, suore e fedeli dell’Esarcato, e a tutti i fratelli ed amici, un Santo Natale.

        +P. Emmanuil Nin

        Esarca Apostolico

  

 

Ποιμαντική Επιστολή Χριστούγεννα 2025

Αισίως φτάσαμε στις πύλες του εορτασμού της Γέννησης του Κυρίου μας Ιησού Χριστού και η βυζαντινή λειτουργική παράδοση μας έχει προετοιμάσει με μια περίοδο σαράντα ημερών γνωστή ως «Σαρακοστή των Χριστουγέννων», θέλοντας με αυτόν τον τρόπο να κάνει έναν παραλληλισμό μεταξύ Χριστουγέννων και Πάσχα, μεταξύ της Γέννησης του Λόγου του Θεού που ενσαρκώθηκε από το Άγιο Πνεύμα στη μήτρα της Παναγίας,  και των Παθών, του Θανάτου και της Αναστάσεως του. Αυτό μας οδηγεί να αναλογιστούμε ένα γεγονός που είναι όμορφο και επίσης σημαντικό στη βυζαντινή παράδοση και στις άλλες χριστιανικές παραδόσεις της Ανατολής και της Δύσης: την ίδια τη λειτουργία, και ιδιαίτερα το λειτουργικό έτος που θεωρείται και βιώνεται ως τόπος θείας παιδαγωγικής, ως εκείνος ο τόπος, αυτός ο δρόμος που μας κάνει να εορτάζουμε και να ζούμε το μυστήριο της πίστης μας.

Τις εβδομάδες πριν από τα Χριστούγεννα ψάλλουμε όμορφα τροπάρια, τα οποία θα βρούμε πολλές φορές ακόμη και την περίοδο των Χριστουγέννων, τροπάρια που ξεκινούν με τη φράση: «Ή Παρθένος σήμερον». Αυτό το «σήμερον» που μας οδηγεί με τη Μητέρα του Θεού, με όλη την Εκκλησία σε εκείνο το σπήλαιο της Βηθλεέμ όπου γεννιέται ο Κύριος που είναι το Φως του κόσμου. Πολλά αντίφωνα της λατινικής παράδοσης που ξεκινούν με τη λέξη «σήμερον / hodie» δηλαδή σήμερα, θα ληφθούν από τις ανατολικές βυζαντινές και συριακές παραδόσεις.

Η μακρά και όμορφη σειρά της Θεοτοκίας τις ημέρες πριν από τα Χριστούγεννα μας δίνει μια πρόγευση όλου του μυστηρίου της Ενσάρκωσης: η προσδοκία εμπιστοσύνης, η φτώχεια του σπηλαίου – η φτώχεια της ανθρωπότητας που καλωσορίζει τον Λόγο του Θεού – όλες οι μορφές, οι χαρακτήρες, ακόμη και οι τόποι της Παλαιάς Διαθήκης που, αν μου επιτρέπετε την εικόνα, εμφανίζονται αυτές τις μέρες σαν να κοιτάζουν από τον ουρανό. Κάθε φορά στα λειτουργικά κείμενα η Βηθλεέμ συνδέεται με την Εδέμ. Ο Ησαΐας χαίρεται. Η Μαρία, η Μητέρα του Θεού παρουσιάζεται ως αμνός τίτλος που συναντάμε συχνά τη Μεγάλη Εβδομάδα – δηλαδή αυτή που φέρει τον Χριστό τον Αμνό του Θεού στην κοιλιά της. Μια ολόκληρη σειρά από φιγούρες, χαρακτήρες, ακόμη και μέρη, σας είπα, που εμφανίζονται στη λειτουργική σκηνή αυτών των εβδομάδων, από τα τέλη Νοεμβρίου και μετά, σαν να μας υπενθυμίζουν, με την έντονη έννοια της λέξης «θυμάμαι», ότι είμαστε μέρος μιας ιστορίας, μιας ανθρωπότητας που περίμενε τον Σωτήρα, μιας ιστορίας και μιας ανθρωπότητας που τον περίμενε εμπιστευόμενη την αγρυπνία,  αλλά και στο σκοτάδι, στην αμφιβολία, στην αμαρτία. Μια ιστορία και μια ανθρωπότητα που ίσως δεν περιμένει πια - σε καμία αναμονή - αλλά που εξακολουθεί να παραμένει στο σκοτάδι και την αμαρτία. Μια ανθρωπότητα που μερικές φορές, στις μέρες μας, ξέρει πώς να διαιωνίζεται μόνο σε μια συνεχή διαδοχή πολέμων - πολέμων οικονομικών συμφερόντων, στρατηγικών κυριαρχίας - πολέμων που πρέπει να διεξάγονται όχι από αυτούς που τους υποκινούν αλλά από αυτούς που τους υποφέρουν. Ωστόσο, ποτέ δεν ξεχνάμε μια ανθρωπότητα, τη δική μας, γιατί αυτή είναι η ελπίδα μας, που αγαπήθηκε, σώθηκε και λυτρώθηκε από τον Χριστό.

Ακόμη και σε κοινωνικό επίπεδο, η εξωτερική εμφάνιση της κοινωνίας στην οποία ζούμε και κινούμαστε μας κάνει να σκεφτόμαστε, αν και με πολύ επιφανειακό τρόπο, τα Χριστούγεννα. Μια κοινωνία, ωστόσο, στην οποία η πρωτοκαθεδρία κατέχεται από την επιθυμία για πράγματα που είναι εύκολα, άνετα, μόνο χρήσιμα. Μια κοινωνία στην οποία η πρωτοκαθεδρία της αγάπης δεν είναι πλέον ο Θεός, αλλά ούτε και ο άλλος, ο αδελφός που είναι δίπλα μας, αλλά έχει τη δική του εικόνα, μια εικόνα μερικές φορές ανίκανη να αγαπήσει και να αφήσει τον εαυτό του να αγαπηθεί. Μια εικόνα που απορρίπτει ό,τι είναι όριο, βάσανα, αρρώστια... Μια εικόνα που ξεχνά να δίνει κανείς τον εαυτό του στον άλλον από αγάπη, στη δωρεά του δώρου, του απλού δώρου.

Έχοντας φτάσει πλέον στις πύλες των Χριστουγέννων, του εορτασμού της κατά σάρκα γέννησης του Κυρίου, Θεού και Σωτήρα μας Ιησού Χριστού, η βυζαντινή λειτουργία μας προσκαλεί – θα έλεγα ότι μας παίρνει από το χέρι – με τη Μαρία, με όλη την Εκκλησία, στο σπήλαιο για να υποδεχτούμε εκεί Αυτόν που έρχεται, Αυτόν που, όντας ο Αιώνιος Λόγος του Θεού, γίνεται ένας από εμάς. Και για το λόγο αυτό προτείνω μια ανάγνωση και έναν σύντομο σχολιασμό δύο κειμένων από τα Κοντάκια για τα Χριστούγεννα του Ρωμανού του Μελωδού (+555). Τα κοντάκια είναι θεολογικά ποιήματα, συνήθως 24 στροφών, και τα οποία συχνά ακολουθούν το ελληνικό αλφάβητο, στα οποία ο συγγραφέας Ρωμανός ή πολλές φορές άλλοι ανώνυμοι συγγραφείς-, αναπτύσσει, τραγουδά ένα θεολογικό θέμα που σχετίζεται με μια γιορτή ή έναν άγιο που εορτάζεται. Τα κοντάκια είναι ένα λογοτεχνικό είδος που συναντάμε ήδη από τον τέταρτο αιώνα στη συριακή παράδοση, ιδιαίτερα στο έργο του Αγίου Εφραίμ του Σύρου (+373). Ο Ρωμανός έγραψε τρία κοντάκια για τα Χριστούγεννα, και στο δεύτερο από αυτά βρίσκουμε ένα θέμα που εκ πρώτης όψεως μπορεί να εκπλήσσει, και το οποίο σας προτείνω να διαλογιστείτε, διότι είναι το «προσκύνημα», η «επίσκεψη» του Αδάμ και της Εύας στο σπήλαιο του νεογέννητου παιδιού. Λέω ότι είναι ένα θέμα που εκπλήσσει στην πρώτη ανάγνωση, αλλά όχι τόσο αν σκεφτεί κανείς τον παραλληλισμό που ανέφερα προηγουμένως και που κάνει η βυζαντινή λειτουργία και εικονογραφία μεταξύ Χριστουγέννων και Πάσχα.

Προτείνω το δεύτερο κοντάκιο για τα Χριστούγεννα του Ρωμανού του Μελωδού. Είναι ένα ποίημα που αναπτύσσει το θέμα, τις διαφορετικές σκηνές με αυτόν τον τρόπο: Η Μαρία, η Μητέρα του Θεού, τραγουδά, θα έλεγε κανείς, ένα νανούρισμα στο νεογέννητο παιδί, ένα τραγούδι που ξυπνά την Εύα από τον αιώνιο ύπνο και αυτή -όπως στο βιβλίο της Γένεσης-, πείθει τον Αδάμ να πάει στη σπηλιά για να καταλάβει τι είναι αυτό το τραγούδι. Μόλις εκεί επικαλούνται τη μεσιτεία της Μητέρας του Θεού για τη μοίρα τους - δηλαδή τον εκδιωγμο τους από τον παράδεισο. Η Μαρία τους ενθάρρυνε και πλησίασε τον Υιό της και υποστήριξε την υπόθεση των Πρώτων Γονέων μαζί του. Ο Ιησούς αποκαλύπτει στη Μαρία την απεραντοσύνη της αγάπης του για τους άνδρες και τις γυναίκες μέχρι θανάτου και θανάτου στο σταυρό.

«Επειδή αγαπά τη γραμμή αίματος σου... ένας Θεός που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει...» Αυτή είναι η πραγματικότητα, η μόνη πραγματικότητα που εορτάζουμε αυτές τις ημέρες των Χριστουγέννων, που εορτάζουμε στη χριστιανική μας πίστη: η αγάπη του Θεού για την ανθρωπότητα που εκδηλώνεται πλήρως στον Ιησού Χριστό. Και το εορτάζουμε, ζούμε αυτή την πραγματικότητα σε όλη μας τη ζωή ως Χριστιανοί. Αυτό σημαίνει να μοιραζόμαστε και ίσως ακόμη και να αντιπαραβάλλουμε την πίστη μας με έναν κόσμο - τουλάχιστον αυτόν που μας περιβάλλει με πιο άμεσο τρόπο - που χαρακτηρίζεται έντονα από τον ατομικισμό, από τη λήθη του άλλου, από την άγνοια των άλλων. μια πίστη που θα πρέπει να κηρύξει έναν Θεό που είναι δώρο, που συγχωρεί, που αγαπά, και επειδή αγαπά θυσιάζεται για τους άλλους, που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει όπως μας υπέδειξε ο Ρωμανός. Αυτές τις μέρες, βλέποντας τα πλήθη στους δρόμους των πόλεων μας, ας αναρωτηθούμε τι ψάχνουν αυτοί οι άνθρωποι; Ένα πράγμα είναι σαφές, σε αυτή την ανθρωπότητα που κοιτάζει – ή κοιτάζει και ξοδεύει – στους δρόμους των πόλεων μας που πρέπει, πρέπει να κηρύξουμε, να διακηρύξουμε, ότι ο Θεός αγαπά τη γενεαλογία του και ότι δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει. Και είναι επίσης σε μια άλλη ανθρωπότητα που πρέπει να φέρουμε το μήνυμα του Ευαγγελίου, μια ανθρωπότητα που βρίσκεται στη φτώχεια, στα βάσανα. Μια ανθρωπιά που ίσως δεν μπορεί να δει ή απλά να δει.

«Επειδή αγαπά τη γραμμή αίματος σου... ένας Θεός που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει...» Αυτή είναι η πίστη μας, η πίστη που ζούμε, που διακηρύσσουμε καθημερινά στην Εξαρχία μας που είναι η Εκκλησία μας. Μια Εκκλησία δική μας, όχι μια πραγματικότητα ίσως επιθυμητή, φανταστική, ιδανική, αλλά πραγματική και συγκεκριμένη, στην Ελλάδα, στο σήμερα -σήμερον- του 2025, στην Ελληνική Καθολική Εξαρχία. Μια Εκκλησία, δική μας, ευλογημένη και αγαπημένη από τον Κύριο, με τις αρετές και τις ελλείψεις και τις αμαρτίες της, αλλά πάντα, ας μην ξεχνάμε ποτέ, πάντα αγαπημένη και θελημένη από τον Κύριο. Μια Εκκλησία που κηρύττει το Ευαγγέλιο, που τελεί τη λειτουργία και τα μυστήρια, που εορτάζει και ζει την αγάπη. Η καθημερινή ζωή στην Εξαρχία είναι μια χάρη, και μερικές φορές η καθημερινή ζωή μπορεί να παραμορφώσει αυτή τη χάρη. Μια ζωή που μας ζητά επίσης μεγάλη φιλανθρωπία, μεγάλη υπομονή, μεγάλη γενναιοδωρία, ακόμη και ένα ορισμένο ποσό καλού χιούμορ. Θυμηθείτε εκείνο το όμορφο κείμενο του Αγίου Ιωάννη του Χρυσοστόμου στο οποίο λέει ότι η φιλανθρωπία χωρίς μαρτύριο μπορεί να κάνει οπαδούς, αλλά οι οπαδοί δεν δημιουργούνται ποτέ από μάρτυρες χωρίς φιλανθρωπία.

Αυτά τα Χριστούγεννα και στην αρχή ενός νέου ημερολογιακού έτους, θα ήθελα να σας ενθαρρύνω να μην κουραστείτε ποτέ να ξεκινάτε από την αρχή με αγάπη, και αυτό για ένα απλό γεγονός, επειδή είμαστε Χριστιανοί και ο Θεός μας αγαπά τη φυλή σας... -και πάλι χρησιμοποιώντας τα λόγια του Ρωμανού-,  είναι «….ένας Θεός που δεν ζητά τίποτα περισσότερο από το να μπορεί να σώσει...». Σας προτρέπω, όπως έκανα πάντα από την αρχή της επισκοπικής μου διακονίας και υπηρεσίας στην Ελλάδα στην Εξαρχία, να είστε όλοι εσείς, ιερείς και πιστοί, άνδρες και γυναίκες της κοινωνίας, της ενότητας και ποτέ της διαίρεσης. Είθε τα λόγια μας, τα λόγια μας να είναι πάντα ευαγγελικής κοινωνίας και ποτέ διαίρεσης. Όπως επαναλαμβάνουμε τόσες φορές στα κείμενα της βυζαντινής μας παράδοσης: ας νηστεύουμε από μάταια λόγια, από κενά λόγια, από λόγια που διχάζουν, και ας διακηρύξουμε με τον λόγο μας και τη ζωή μας μόνο ένα πράγμα, μόνο ένα: τον Κύριό μας Ιησού Χριστό και το Ευαγγέλιό του. Γι' αυτό, και τολμώ να πω μόνο γι' αυτό, θα πρέπει να δώσουμε λογαριασμό στον Κύριο.

Ένας ηλικιωμένος μοναχός μου έλεγε πάντα όταν ήμουν νεαρός μοναχός: «Αν αυτό που λες, αν αυτό που κάνεις, σε φέρνει πιο κοντά στον άλλον, στον αδελφό σου, κάνε το χωρίς καθυστέρηση, γιατί είναι το Ευαγγέλιο. Αν αυτό που λες ή κάνεις σε απομακρύνει από τον αδερφό σου ή δημιουργεί διχασμό μαζί του και στην κοινότητα, πρέπει πραγματικά να το εγκαταλείψεις». Ας ζούμε κι εμείς, σε όλες τις στιγμές της ζωής μας ως Χριστιανοί, ως Καθολικοί Χριστιανοί, μέλη της Εξαρχίας μας, της Εκκλησίας μας, αυτόν τον λόγο της κοινωνίας.

Πάντα πεπεισμένοι, με πίστη, ότι ο Κύριος μας αγαπά και μας δίνει κάθε μέρα για να μπορέσουμε να ξαναρχίσουμε τη χριστιανική μας ζωή, με αγάπη. Για το λόγο αυτό, σας προτρέπω να κοιτάξετε τη ζωή μας με πίστη και ελπίδα. Βλέποντας τα μικρά και μεγάλα σημάδια της αναγέννησης, της νέας ζωής που μας δίνει ο Κύριος. Σημάδια που υπάρχουν και που απλά πρέπει να δεις, να κοιτάξεις.

Εύχομαι σε όλους, ιερείς, αδελφές και πιστούς της Εξαρχίας, και σε όλους τους αδελφούς και φίλους, Άγια Χριστούγεννα.

+Π. Εμμανουήλ Νιν

            Αποστολικός Έξαρχος