venerdì 3 aprile 2026


 Deposizione dalla croce. Miniatura siriaca, XII secolo

 

La Settimana Santa nella tradizione bizantina

         Le liturgie delle Chiese cristiane di Oriente e di Occidente lungo l’anno liturgico celebrano il mistero di Cristo, Verbo di Dio incarnato, fattosi uomo per noi e per la nostra salvezza. Lungo l’anno o ciclo liturgico vengono celebrati i diversi momenti della vita di Cristo che sono anche e soprattutto momenti di salvezza per la Chiesa e per ognuno dei cristiani: la sua incarnazione, la sua nascita, la sua passione, morte e risurrezione. La Grande Settimana è uno dei momenti centrali in questa celebrazione, e in essa le Chiese cristiane di Oriente possiamo dire si radunano attorno alla croce di Cristo, da dove sgorga la redenzione e la salvezza per ognuna di esse. La tradizione bizantina in Italia è celebrata e vissuta nelle Chiese di tradizione bizantine di Lungro in Calabria, di Piana degli Albanesi in Sicilia e nel monastero esarchico di santa Maria di Grottaferrata alle porte di Roma.

         In queste pagine voglio leggere e presentare brevemente tre dei tropari liturgici che segnano le principali celebrazioni lungo la Settimana Santa nella tradizione bizantina. I tropari sono dei testi poetici, che con delle immagini molto belle e profonde, portano colui che li legge, che li canta, colui che li prega, a vivere il mistero celebrato nella liturgia. Sono dei testi nati dalla preghiera del poeta, dell’innografo, del teologo, che legge la Sacra Scrittura e ne fa preghiera e, come dicevo, con delle immagini forti, contrastanti e delle volte anche paradossali, riesce a esprimere in modo poetico la professione di fede della Chiesa. Sono tre tropari che vengono cantati nell’ufficiatura di diversi giorni lungo la Settimana Santa. Indico, per ognuno dei tropari, i riferimenti biblici che si intrecciano nel testo liturgico.

Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte (Mt 25,6), beato quel servo che troverà vigilante (Lc 12,37), indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno (Rm 13,11), per non essere consegnata alla morte (Salmo 12,4) e chiusa fuori del Regno! (Mt 25,10) Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio (Is 6,3); per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi”.

I tropari, come accennavo sopra, sono un intreccio di citazioni bibliche implicite o esplicite, sia dal Vecchio che dal Nuovo Testamento. Nel primo tropario ci sono ben cinque riferimenti biblici: lo Sposo che arriva, Mt 25,6; il servo che vigila, Lc 12,37; il distacco dal sonno, Rm 13,11; la consegna alla morte, salmo 12,4; la chiusura della porta del Regno, Mt 25,10; il Dio tre volte santo, Is 6,3). Tre temi da sottolineare in questo testo: Il tema dell'attesa dello Sposo. Il tropario fa una rilettura di Mt 25,10, con lo Sposo che arriva nel mezzo della notte e l’attesa vigilante di coloro che l’aspettano. Si tratta di un’attesa di quel rinnovamento e ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima ed il nuovo Adamo che arriva nel bel mezzo della notte. Un’attesa che diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arri­vo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce, la sua croce. Il secondo tema è l’analogia che il tropario fa di sonno-morte, a partire da Lc 12,37, il servo vigilante, e da Rm 13,11, il distacco dal sonno. L’arrivo dello Sposo per il cristiano è il momento del suo trapasso, della sua morte; lui, lo Sposo, arriverà nella notte -nell’ora in cui il servo non sa, e per questo viene chiesta la vigilanza, il guardare verso di Lui. Il terzo aspetto che troviamo nel tropario è quello delle nozze divine e l'assoluta indegnità dell'uomo che solo può entrare nella camera nuziale, il Regno, grazie alla luce che viene da Cristo. Di fronte allo Sposo nel suo talamo nuziale, cioè Cristo umiliato ed umile ai piedi della croce, il cristiano si scopre dal tutto peccatore -e durante la Quaresima l’abbiamo tante volte chiesto al Signore di farci scoprire peccatori quando abbiamo ripetuto fino a sazietà: “…dammi di vedere i miei peccati e di non condannare mio fratello...”. Ma si scopre pure amato e salvato da questo Dio umile ed umiliato. Per questo lo acclama come Dio tre volte santo con Is 6,3.


“Oggi è appeso al legno Colui che ha appeso la terra alle acque! (Salmo 135,6) Il Re degli angeli è cinto di una corona di spine! (Mt 27,29) È avvolto di una porpora (Mt 27,28) mendace Colui che avvolge il cielo di nubi! (Is 63,1; salmo 147,8) Riceve uno schiaffo (Gv 18,22) lui che nel Giordano ha liberato Adamo! (Mt 3,13) Lo Sposo della Chiesa è inchiodato con chiodi! (Ef 5,25.31) Il Figlio della Vergine è trafitto da una lancia! (Gv 19,34) Adoriamo la tua passione, o Cristo! Mostacci anche la tua risurrezione”.

         Questo secondo tropario viene cantato nell’ufficiatura mattutina del Venerdì Santo, durante la processione con la croce che viene portata dall’altare, dal santuario fino al bel mezzo della navata e lì esposta e venerata dai fedeli. È un testo diventato quasi un tessuto di citazioni bibliche, e che riesce, per via di contrasto, a mettere in evidenza il mistero della vera incarnazione del Verbo di Dio: Colui che pende dalla croce è lo stesso che appende la terra sulle acque; colui che è Signore degli angeli, riceve una corona di spine; il Signore del cielo, è avvolto da una tonaca mendace; Colui che libera Adamo nel Giordano quando è battezzato da Giovanni, è legato da uno schiaffo. Infine, l’immagine fortemente contrastante tra la sua nascita da una Vergine, e il suo costato trafitto dalla lancia.

 “Vedendo il sole nascondere i suoi raggi, e il velo del tempio lacerato alla morte del Salvatore, Giuseppe andò da Pilato, e così lo pregava: Dammi questo straniero, che dall’infanzia come straniero si è esiliato nel mondo (Gv 1,5.10; Mt 2,13). Dammi questo straniero, che i suoi fratelli di razza hanno odiato e ucciso come straniero (Salmo 68,9). Dammi questo straniero, di cui stranito contemplo la morte strana. Dammi questo straniero, che ha saputo accogliere poveri e stranieri. Dammi questo straniero, che gli ebrei per invidia hanno estraniato dal mondo (Mt 27,18). Dammi questo straniero, perché io lo seppellisca in una tomba, giacché, come straniero, non ha ove posare il capo (Mt 8,20). Dammi questo straniero, al quale la Madre, vedendolo morto, gridava: O Figlio e Dio mio, anche se sono trafitte le mie viscere (Lc 2,35) e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione. Supplicando Pilato con questi discorsi, il nobile Giuseppe ricevette il corpo del Salvatore: con timore lo avvolse in una sindone con mirra e depose in una tomba colui che a tutti elargisce la vita eterna e la grande misericordia (Salmo 50,3)”.

         Questo terzo tropario viene cantato nell’ufficiatura mattutina del Sabato Santo. Si tratta di una supplica che l’innografo mette in bocca a Giuseppe di Arimatea in una sua supplica a Pilato per riavere il corpo di Gesù (cf., Lc 23,50-52). Per ben sette volte Giuseppe chiede a Pilato lo “straniero”, titolo dato a Gesù in questo tropario: Dammi questo straniero… ς μοι τοτον τν ξνον). E il testo liturgico contempla Cristo come colui che dall’infanzia ha vissuto l’essere straniato, di cui si contempla una morte essa stessa straniera, strana, fuori della città. L’ultima supplica di Giuseppe prende la supplica di Maria, la madre di Cristo che diventa supplica della Chiesa stessa: “O Figlio e Dio mio, anche se sono trafitte le mie viscere e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione”.

          La celebrazione della passione, della morte e della risurrezione di Cristo nella tradizione bizantina, attraverso i testi liturgici poetici e allo stesso tempo pregnanti di forza e di realismo, ci accosta, ci fa partecipi della sua condiscendenza verso di noi, Lui che per noi si è fatto straniero per riportarci al suo regno.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico di Grottaferrata


Semana Santa en la tradición bizantina

         Las liturgias de las Iglesias Cristianas de Oriente y Occidente celebran a lo largo del año litúrgico el misterio de Cristo, el Verbo de Dios encarnado, hecho hombre para nosotros y para nuestra salvación. A lo largo del año o ciclo litúrgico, se celebran los diferentes momentos de la vida de Cristo, que son también y sobre todo momentos de salvación para la Iglesia y para cada uno de los cristianos: su encarnación, su nacimiento, su pasión, muerte y resurrección. La Gran Semana o Semana Santa es uno de los momentos centrales de esta celebración, y en ella se puede decir que las Iglesias Cristianas de Oriente se reúnen en torno a la Cruz de Cristo, de donde manan la redención y la salvación para cada una de ellas. La tradición bizantina en Italia se celebra y se vive en las Iglesias locales bizantinas de Lungro en Calabria, Piana degli Albanesi en Sicilia y en el monasterio exárquico de Santa Maria di Grottaferrata, en las afueras de Roma.

         En estas páginas quiero releer y presentar brevemente tres de los troparios litúrgicos que marcan las principales celebraciones de la Semana Santa en la tradición bizantina. Los troparios son textos poéticos que, con imágenes muy bellas y profundas, llevan a quien los lee, los canta y a quien los reza, a vivir el misterio celebrado en la liturgia. Son textos surgidos de la oración del poeta, del himnógrafo, del teólogo, que lee la Sagrada Escritura y ora a partir de ella y, como he dicho, con imágenes fuertes, contrastantes y a veces incluso paradójicas, logra expresar la profesión de fe de la Iglesia de manera poética y simbólica. Son tres troparios que se cantan en la liturgia de las Horas de diferentes días durante la Semana Santa. Indico, para cada uno de los troparios, las referencias bíblicas que están entrelazadas en el texto litúrgico.

"He aquí que el Esposo viene a medianoche (Mt 25:6), bendito el siervo que encuentra vigilante (Lc 12:37), indigno el siervo que él encuentra negligente! He aquí, por tanto, alma mía, no te dejes oprimir por el sueño (Rom 13:11), no sea que seas entregada a la muerte (Salmo 12:4) y dejada fuera del Reino. (Mt 25:10) Pero, vigilante aclama: Santo, Santo, Santo eres tú, oh Dios (Is 6:3); por la intercesión de la Madre de Dios, ten piedad de nosotros."

Los troparios, como mencioné antes, son un entrelazamiento de citas bíblicas implícitas o explícitas, tanto del Antiguo como del Nuevo Testamento. En este primer tropario hay nada menos que cinco referencias bíblicas: el Esposo que llega a medianoche, Mt 25:6; el siervo que vigila, Lc 12:37; desapego del sueño, Rom 13:11; la eventual entrega a la muerte, Salmo 12:4; el cierre de la puerta del Reino, Mt 25:10; el Dios tres veces santo, Is 6:3). Tres temas para destacar en este texto: El tema de esperar al Esposo. El tropario relee el Mt. 25:10, con el Esposo que llega a medianoche y la atenta expectativa de quienes le esperan. Se trata de una espera para la redención y el reencuentro entre el viejo Adán, expulsado del Paraíso al comienzo de la Cuaresma, y el nuevo Adán que llega en mitad de la noche. Una expectativa que ahora se vuelve mucho más urgente con el uso de la imagen y tema evangélico de la llegada y del encuentro con el Esposo, un Esposo cuya cámara nupcial es únicamente la cruz, su cruz.

El segundo tema es la analogía que hace el tropario del sueño-muerte, a partir de Lc 12:37, el siervo vigilante, y de Rom 13:11, el desapego del sueño. La llegada del Esposo para el cristiano es el momento de su partida, de su muerte; el Esposo, llegará en la noche –a la hora que el sirvo no sabe, y por eso se pide vigilancia, que atención hacia Él.

El tercer aspecto que encontramos en el tropario es el de la unión nupcial divina y la absoluta indignidad del hombre que solo puede entrar en la cámara nupcial, el Reino, gracias a la luz que viene de Cristo. Ante el Esposo, en su lecho nupcial, es decir, Cristo humillado y humilde a los pies de la cruz, el cristiano se descubre a sí mismo como un pecador, y durante la Cuaresma a menudo hemos pedido al Señor que nos haga descubrir pecadores cuando hemos repetido hasta la saciedad: "...Dame ver mis pecados y no condenar a mi hermano...". Pero también el cristiano descubre que es amado y salvado por este Dios humilde y humillado. Por eso lo aclama como Dios tres veces santo a partir de Is 6:3.

 

"¡Hoy el que colgó la tierra sobre las aguas, cuelga en el árbol! (Salmo 135:6) ¡El Rey de los ángeles está ceñido con una corona de espinas! (Mt 27:29) Está envuelto en una púrpura mendaz (Mt 27:28) ¡Aquel que envuelve el cielo en nubes! (Is 63:1; Salmo 147:8). Recibe una bofetada (Jn 18:22) aquél que liberó a Adán en el Jordán. (Mt 3:13) ¡El esposo de la Iglesia está clavado con clavos! (Ef 5:25, 31) ¡El Hijo de la Virgen es atravesado por una lanza! (Jn 19:34) ¡Adoramos tu pasión, oh Cristo! Muéstranos también tu resurrección."

         Este segundo tropario se canta en la liturgia de la mañana del Viernes Santo, durante la procesión con la cruz que se lleva desde el altar, desde el santuario hasta el centro de la nave y allí expuesta y venerada por los fieles. Es un texto que se ha convertido casi en un tejido de citas bíblicas, y que logra, por contraste, resaltar el misterio de la verdadera encarnación del Verbo de Dios: Quien cuelga de la cruz es el mismo que cuelga la tierra en las aguas; el Señor de los ángeles recibe una corona de espinas; el Señor del cielo está envuelto en una túnica mendaz; aquél que libera a Adán en el Jordán cuando es bautizado por Juan, recibe una bofetada. Finalmente, la imagen fuertemente contrastante entre su nacimiento de una virgen y su costado atravesado por la lanza.

 

"Cuando José vio al sol ocultar sus rayos y el velo del templo rasgarse a la muerte del Salvador, fue a Pilato y le rogó: Danos este extranjero, que desde niño como extranjero ha sido exiliado al mundo (Jn 1:5, 10; Mt 2:13). Dame este extranjero, a quien sus hermanos odiaban y mataron como forastero (Salmo 68:9). Dame a este extranjero, cuya extraña muerte me desconcertó. Dame a este extranjero, que sabía dar la bienvenida a los pobres y a los extranjeros. Dame a este extranjero, a quien los judíos, por envidia, han hecho extranjero al mundo (Mt 27:18). Dame a este extranjero para que pueda enterrarlo en una tumba, porque como extranjero no tiene dónde descansar su cabeza (Mt 8:20). Dame este extranjero, a quien la Madre, al verlo muerto, exclamó: Hijo y Dios mío, aunque mis entrañas estén perforadas (Lc 2:35) y mi corazón desgarrado al verte muerto, te magnifico, confiando en tu resurrección. Suplicando a Pilato con estas palabras, el noble José recibió el cuerpo del Salvador: con temor lo envolvió en un sudario lleno de mirra y depositó en un sepulcro a Aquél que otorga vida eterna y gran misericordia a todos (Salmo 50:3)".

         Este tercer tropario se canta en el oficio matutino del Sábado Santo. Es una súplica que el himnógrafo pone en la boca de José de Arimatea cuando pide a Pilato para que le entregue el cuerpo de Jesús (cf., Lc 23:50-52). José le pide a Pilato siete veces el "extranjero", un título que se le da a Jesús en este tropario: Dame este extranjero... (Δός μοι τοτον τν ξένον). Y el texto litúrgico contempla a Cristo como aquel que desde la infancia ha vivido el ser extranjero, cuya muerte es en sí misma extranjera, extraña, fuera de la ciudad. La última súplica de José incluye la súplica de María, la madre de Cristo que se convierte en la súplica de la propia Iglesia: "Hijo y Dios mío, aunque mis entrañas estén perforadas y mi corazón desgarrado al verte muerto, sin embargo, te magnifico, confiando en tu resurrección."

 

         La celebración de la pasión, muerte y resurrección de Cristo en la tradición bizantina, a través de textos litúrgicos poéticos que están a la vez cargados de fuerza y realismo, nos acerca, nos hace compartir su condescendencia hacia nosotros, aquel que se hizo un extranjero para nosotros para devolvernos a su reino.

+P. Manuel Nin

Exarca Apostólico de Grottaferrata

 

 

 



sabato 28 marzo 2026

 

Icona etiopica con scene della passione. XIX secolo

Lettera pastorale per la Pasqua 2026

Carissimi fratelli monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata,

inizio questa lettera, indirizzata ai monaci ed anche ai fratelli e le sorelle “di Grottaferrata”, cioè tutte quelle persone che frequentate la nostra abazia ogni domenica, ogni qualvolta vi capita di fare una gitta o una visita ai Castelli Romani e vi imbattete con queste vetuste e solide mura di questo monastero millenario che custodisce, dietro le mura del Sangallo -apparentemente rudi e massicce, ma calide quando le si sorpassa-, un monastero, una chiesa pure essa millenaria, con una bellissima icona della Madre di Dio e soprattutto una comunità di monaci che vi accoglie per la preghiera, per la fraternità, per lo studio, per la ricerca, per la riflessione, magari anche per il riposo. E questa è la mia prima lettera pastorale come vescovo esarca apostolico ed egumeno di Grottaferrata, dopo poche settimane del mio passaggio dalla Grecia all’Italia, alle porte di Roma.

Il cammino quaresimale ci porta alla celebrazione della Santa Pasqua, che per me sarà la prima celebrata in questo luogo, dopo dieci anni di annunciare la risurrezione del Signore in Grecia. Durante tutto il periodo pasquale cantiamo il tropario Χριστός ανέστη…. È come un ritornello che vuole configurare, rinnovare tutta la nostra vita. Quello che preghiamo, che fa parte della nostra vita di preghiera, del nostro patrimonio di preghiera, è quello che poi dovremmo vivere nella quotidianità della nostra vita concreta come monaci e come fedeli cristiani. Durante la Quaresima e soprattutto nella Settimana Santa abbiamo cantato dei testi liturgici, dei tropari di una profondità teologica unica. Testi, tropari, che ci hanno portato a cantare ed a vivere il mistero della passione, della morte e della risurrezione del Signore. Sono dei testi che ci fanno riprendere, ritornare alla Parola di Dio che ci viene data nella liturgia.

L’omelia o catechesi di san Giovanni Crisostomo che viene letta alla fine della liturgia della notte di Pasqua è una vera catechesi sulla fede cristiana, un testo che, come tanti tropari, ci fa contemplare la vittoria di Cristo sulla morte, il centro della nostra fede: “...è apparso infatti il regno universale, nessuno pianga i suoi peccati, perché dalla tomba è sorto il perdono; nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati! Cristo è risorto dai morti...; la morte del Salvatore ci ha liberati!”. (Omelia di San Giovanni Crisostomo).

Chiediamoci cosa vuol dire per noi oggi celebrare, vivere la Pasqua di Cristo, proclamare la nostra fede nella risurrezione di Colui che fu appeso al legno della croce? E celebrarla come monaci e fedeli laici

Per noi cristiani la morte di Cristo sulla croce non è un fallimento; la morte sulla croce è una vittoria dell’amore sulla morte, e queste non sono né possiamo viverle noi come belle parole e basta. L’amore di Cristo si è manifestato in modo pieno nella croce; si manifestò in diversi momenti lungo la sua vita come ci insegnano i Vangeli, ma è nella croce dove questo amore, questa donazione al Padre e ai fratelli diventa ed è tuttora vera epifania per la Chiesa, per gli uomini. Un amore, quello di Cristo che è un amore sofferente, perché si è scontrato e si scontra con l’odio, con il male. Il nostro contatto con la Sacra Scrittura ci mostra che Dio per amore creò il mondo, per amore nacque in questo mondo come uomo, per amore prese su di sé la nostra fragile umanità.

Siamo testimoni, nella nostra vita personale, come comunità di monaci, nella vita ecclesiale, nel mondo, di come la sofferenza può distruggere tutto; però una cosa alla fine rimarrà: l’amore, quello che il Signore ha piantato nei nostri cuori. Ogni volta che rinunciamo a qualcosa, che sopportiamo qualcosa, e non con un senso di ribelle amarezza, ma volontariamente e per amore, questo ci rende paradossalmente non più deboli ma più forti. La grande potenza, forza di Dio si manifesta più che nella creazione o in qualcuno dei suoi miracoli, nel fatto che ha “svuotato” sé stesso: “…ma annientò se stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce” (Fil 2,7).

La vittoria di Cristo sulla croce, e la sua risurrezione ci pongono a noi cristiani -e specialmente a noi monaci di Grottaferrata- non soltanto davanti ad un bel esempio da imitare, ma molto di più: la vittoria di Cristo sulla morte, il suo amore totale nella sofferenza ha una forza creativa, ricreativa in noi, trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di amare in una misura al di là delle nostre capacità. “Un cuore puro crea in me, o Dio, e uno spirito retto rinnova nelle mie viscere… Rendimi l’esultanza della tua salvezza…” (Salmo 50). Allora la morte di Cristo sulla croce, come afferma san Basilio, è una morte creatrice di vita.

Noi, cristiani, siamo rinnovati dallo Spirito Santo nel Battesimo e negli altri sacramenti che accrescono in noi questo dono iniziale. Infatti, perché ognuno di noi prenda coscienza della presenza intima di Cristo, perché ognuno di noi acquisti il gusto e il senso profondo di Dio e delle cose di Dio ed esperimenti così un rinnovamento interiore decisivo, è necessario che ogni giorno accogliamo il dono dello Spirito che approda in noi in modi assai diversi. Sottolineo la parola accogliere perché come cristiani abbiamo bisogno di aprire il nostro cuore alla vita di Dio; in altre parole, abbiamo bisogno di curare la nostra vita di fede, la nostra vita in Cristo. Uno dei più grandi pericoli che abbiamo nella nostra vita è quello della non curanza della propria vita, una non curanza per quanto riguarda il rapporto con Dio, con gli altri, con noi stessi. Nella nostra vita concreta dobbiamo lasciarci trasformare dal Signore, lasciar che lui nella sua vita di Risorto trasformi -ricrei- il nostro cuore, e questo richiede da parte nostra una fedeltà quotidiana al Vangelo, all’annuncio della sua Buona Novella, alla preghiera.

Creati, ricreati, rinnovati dal Signore nella sua Pasqua, dobbiamo vivere quella fede che troviamo profetizzata il Sabato Santo nel testo di Ezechiele 37,1-10: “Fu su di me la mano del Signore... mi portò fuori... e mi mise nel mezzo della pianura piena di ossa umane... E quindi la domanda: Figlio dell’uomo, vivranno queste ossa?”. E la risposta dell’uomo: “Signore, tu lo sai!”. E questo “sai” non indica una semplice conoscenza, ma un penetrare fino in fondo il segreto, il cuore di qualcosa. Questo bellissimo testo di Ezechiele va letto nel contesto liturgico del Sabato Santo: Cristo scende nell’Ade e porta la vita a quelle “ossa inaridite”, e tirando fuori, prendendo per mano Adamo unisce il popolo dell’Antica Alleanza con quello della Nuova Alleanza, lui Cristo diventa il vero “pontifex” cioè colui che crea un ponte, un passaggio tra il vecchio e il nuovo, tra la morte e la vita­. “Figlio dell’uomo, vivranno queste ossa?”. E la risposta è sempre quella del profeta: “Signore, tu lo sai!”. La domanda del Signore al profeta, ci viene posta a noi, comunità radunata per la preghiera attorno a un sepolcro di cui confessia­mo che ne sgorga la vita, ci viene posta a noi ogni giorno.

La speranza cristia­na, allora, è una speranza gioiosa che viene, che nasce dalla risurrezione di Cristo, il grande dono del Risorto. “Signore, tu lo sai!”, nella parola del profeta, perché tu sei colui che ci salva, colui che disceso agli inferi ne rissali trascinando con te Adamo ed Eva, cioè l’umani­tà. Vivere nella speranza, vivere in Cristo.

E noi come Esarcato Apostolico a Grottaferrata, come Chiesa, come comunità monastica assieme a tanti fedeli, ci raduneremo attorno alla tomba vuota di Cristo, attorno a quella tomba bella per professare la nostra fede, per cantare che Lui, la Vita messa nella tomba, è anche la fonte della vita nuova rinnovata nella sua morte e la sua risurrezione.

Nella mia prima Pasqua come esarca apostolico a Grottaferrata, voglio incoraggiarvi a vivere questi giorni santi con un cuore nuovo, ricreato dalla forza della risurrezione del Signore. A viverlo come cristiani chiamati ad annunciare che Lui, il Signore, è risorto dai morti. A viverlo come monastero, come Esarcato, cioè come Chiesa di Cristo alle porte di Roma, comunità monastica, Chiesa chiamata alla preghiera, alla fraternità, al dialogo, all’accoglienza. Chiediamo al Signore che ci dia di vivere questo nuovo millennio della nostra abbazia come un momento di grazia e di rinnovamento guidati sempre dal suo Spirito Santo.

Santa Maria di Grottaferrata, assieme ai santi Nilo e Bartolomeo, siano i nostri intercessori presso il Signore, vincitore del peccato e della morte.

 Cristo è risorto!

Veramente è risorto!

Χριστός ανέστη

Αληθώς ανέστη

 

          +P. Manuel Nin

          Esarca Apostolico di Grottaferrata


venerdì 6 febbraio 2026

 Dieci anni in Grecia



         Nel 1997 uscì un film col titolo Sette anni in Tibet, diretto da Jean-Jacques Annaud ed interpretato dall’attore Brad Pitt, in cui si raccontano le vicende di due alpinisti andati all’Everest per scalare il tetto del mondo, e che si trovarono coinvolti nel dramma della Seconda guerra mondiale e, appunto, rimasero per sette anni tra l’India ed il Tibet e uno di loro diventò amico e confidente del Dalai Lama.

         Senza pretese che dei miei anni come vescovo Esarca Apostolico in Grecia se ne debba fare un film -benché qualche scena notevole e toccante ci sarebbe comunque! -, ho intitolato questa mia riflessione con una frase che richiama il film di cui sopra.

         Quasi giorno per giorno, la mia nomina a vescovo Esarca Apostolico del 2016 uscì il 2 febbraio, e quella del 2026, dieci anni dopo, è uscita il 31 gennaio. Dieci anni di servizio episcopale nell’Esarcato per i Cattolici di tradizione bizantina in Grecia. Dieci anni di cammino fatto con fede e speranza, con fiducia nel Signore e nelle persone che Lui mi ha messo accanto. Dieci anni di vita di una Chiesa, perché l’Esarcato è proprio una Chiesa Orientale Cattolica -il CCEO la definisce una Chiesa sui juris, una Chiesa con identità propria, con vita propria, con un vescovo, dei preti, dei fedeli, uomini e donne, provenienti da etnie e nazioni diverse: greci, ucraini, caldei, romeni… Una Chiesa viva, piccola, povera in tanti aspetti, ma non piccola né povera nella fede, nella speranza, nella carità vissuta giorno dopo giorno. Una Chiesa che mai si è sentita come il sassolino nella scarpa in un cammino affianco ad altre Chiese cristiane di Oriente, bensì ha voluto essere e lo vuole tuttora un ponte di comunione, di fraternità umana e cristiana.

         Il mio predecisone immediato, il compianto vescovo Dimitrios Salachas, il giorno 15 aprile 2016 a San Paolo fuori le Mura quando mi ha ordinato vescovo, iniziò la sua omelia con quel tono di voce e quella forza forza che lo contraddistinguevano, con un fortissimo: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. Questa frase me la son fatta mia durante dieci anni e la proclamo anche io alla fine del mio servizio episcopale in Grecia: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει!”. E aggiungo pienamente e fermamente convinto, in questo momento in cui una mia successione all’Esarcato può essere messa in discussione e se non altro diciamo travagliata: “L’Esarcato vive! Η Εξαρχία ζει! E voglio, desidero, spero che viva!”. E per questa stessa ragione, cioè di una Chiesa viva e con tanta ma tanta voglia di vivere e di esistere in questo luogo, in Grecia, crocevia di tradizioni culturali ed ecclesiali diverse, sono fermamente convinto che il mio successore debba essere un nuovo Esarca apostolico insignito dalla dignità episcopale, e questo senz’ombra di dubbio né esitazioni siano di carattere ecumenico, ecclesiologico o pastorale. Non un semplice sacerdote, magari archimandrita, nominato Esarca, ma che sia anche ordinato vescovo. E questo per tante ragioni. Quali?

         In primo luogo perché un Esarca vescovo assicura con il sacramento dell’ordine episcopale la continuità di questa Chiesa Orientale Cattolica in Grecia che ha cento anni e che ha una vita ecclesiale normale e piena: vescovo, preti, fedeli, celebrazione dei sacramenti, caritas… Per ché diminuirla o mutilarla in questo momento della storia? Al mio arrivo nel 2016 l’Esarcato aveva soltanto 5 sacerdoti, ed il più giovane aveva 75 anni di età ed era malato di Alzheimer. Dieci anni dopo, per grazia e misericordia e dono del Signore che ci ha benedetti e ha accolto il semplice e tante volte povero ma convinto lavoro delle nostre mani, i sacerdoti sono 8 con una media di età decisamente giovane. Quindi la nomina di un esarca vescovo sarebbe un punto fermo per non sprecare un lavoro che non dico “ho” ma “abbiamo” fatto lungo questi dieci anni difficili, sofferti tate volte, ma belli e benedetti dal Signore.

In secondo luogo, la presenza di un Esarca vescovo crea una comunione più evidente e più chiara tra i fedeli delle tre comunità che formano l’Esarcato e tra i sacerdoti. Altrimenti, e scusate l’immagine, i greci tirano da una parte, gli ucraini dall’altra, e di caldei dalla loro, senza quel punto di riferimento e di comunione nella Chiesa che è il vescovo. Quando delle volte mi chiedevano: “cosa fai come vescovo?” Rispondevo convinto: “assicuro la comunione nella mia Chiesa”.

         In terzo luogo, e questo potrebbe apparire come una contradizione ma non lo è, la presenza di un Esarca vescovo può assicurare un dialogo ecumenico con i fratelli ortodossi, che sia vero -e sottolineo questa parola-, vero e non finto, che possa far fronte serenamente, cristianamente direi alle difficoltà ed i problemi che sorgono quando come persone, come cristiani dialoghiamo tra di noi. Un dialogo appunto vero, franco, fraterno, cristiano. Un dialogo che dovrebbe farci guardare agli occhi e vedere nell’altro non il nemico, non il problema, ma il fratello cristiano, vescovo, che annuncia con la propria vita che il Signore ci ama, che il Signore è risorto e ci salva.

         Dieci anni in Grecia, scrivevo all’inizio. Il personaggio del film di cui sopra, dopo sette anni in Tibet ritorna nella sua Austria dove ritrova -anzi trova per prima volta- suo figlio. Io rientrando ora in Italia, alle porte di Roma, guardo indietro e vedo la Chiesa di Grecia, l’Esarcato Apostolico, e in lei avverto quella che è stata per dieci anni la mia Chiesa, la mia sposa, e che lo rimarrà per sempre nel mio cuore, e che spero, desidero, mi auguro, non venga lasciata, abbandonata -e scrivo questa parola con tanto timore ed apprensione- senza un pastore, senza uno sposo che le faccia presente l’amore dell’unico Sposo, Cristo Signore, di cui tutti i vescovi indegnamente siamo vicari.

Il film sopracitato finisce con la scalata del personaggio principale del film e suo figlio su una delle vette montagnose dell’Austria dove piantano la bandiera austriaca e quella del Tibet. Per me il cammino è più pianeggiante, ma non meno impegnativo, tra i castelli romani, nella speranza di poter non piantare una bandiera ma di poter, con l’aiuto e la grazia del Signore, far brillare di nuovo quella “gemma orientale incastonata nella tiara pontificia”.

Il Signore me ne dia la forza in questa scalata non meno impegnativa.

+P. Manuel Nin

Esarca Apostolico