Icona
etiopica con scene della passione. XIX secolo
Lettera pastorale per la Pasqua 2026
Carissimi fratelli
monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata,
inizio questa lettera,
indirizzata ai monaci ed anche ai fratelli e le sorelle “di Grottaferrata”,
cioè tutte quelle persone che frequentate la nostra abazia ogni domenica, ogni
qualvolta vi capita di fare una gitta o una visita ai Castelli Romani e vi imbattete
con queste vetuste e solide mura di questo monastero millenario che custodisce,
dietro le mura del Sangallo -apparentemente rudi e massicce, ma calide quando
le si sorpassa-, un monastero, una chiesa pure essa millenaria, con una bellissima
icona della Madre di Dio e soprattutto una comunità di monaci che vi accoglie
per la preghiera, per la fraternità, per lo studio, per la ricerca, per la
riflessione, magari anche per il riposo. E questa è la mia prima lettera
pastorale come vescovo esarca apostolico ed egumeno di Grottaferrata, dopo
poche settimane del mio passaggio dalla Grecia all’Italia, alle porte di Roma.
Il cammino quaresimale
ci porta alla celebrazione della Santa Pasqua, che per me sarà la prima
celebrata in questo luogo, dopo dieci anni di annunciare la risurrezione del
Signore in Grecia. Durante tutto il periodo pasquale cantiamo il tropario Χριστός
ανέστη…. È come un
ritornello che vuole configurare, rinnovare tutta la nostra vita. Quello che
preghiamo, che fa parte della nostra vita di preghiera, del nostro patrimonio
di preghiera, è quello che poi dovremmo vivere nella quotidianità della nostra
vita concreta come monaci e come fedeli cristiani. Durante la Quaresima e
soprattutto nella Settimana Santa abbiamo cantato dei testi liturgici, dei
tropari di una profondità teologica unica. Testi, tropari, che ci hanno portato
a cantare ed a vivere il mistero della passione, della morte e della
risurrezione del Signore. Sono dei testi che ci fanno riprendere, ritornare
alla Parola di Dio che ci viene data nella liturgia.
L’omelia o catechesi di
san Giovanni Crisostomo che viene letta alla fine della liturgia della notte di
Pasqua è una vera catechesi sulla fede cristiana, un testo che, come tanti
tropari, ci fa contemplare la vittoria di Cristo sulla morte, il centro della
nostra fede: “...è apparso infatti il regno universale, nessuno pianga i
suoi peccati, perché dalla tomba è sorto il perdono; nessuno tema la morte,
perché la morte del Salvatore ci ha liberati! Cristo è risorto dai morti...;
la morte del Salvatore ci ha liberati!”. (Omelia di San Giovanni
Crisostomo).
Chiediamoci cosa vuol
dire per noi oggi celebrare, vivere la Pasqua di Cristo, proclamare la nostra
fede nella risurrezione di Colui che fu appeso al legno della croce? E
celebrarla come monaci e fedeli laici
Per noi cristiani la
morte di Cristo sulla croce non è un fallimento; la morte sulla croce è una
vittoria dell’amore sulla morte, e queste non sono né possiamo viverle noi come
belle parole e basta. L’amore di Cristo si è manifestato in modo pieno nella
croce; si manifestò in diversi momenti lungo la sua vita come ci insegnano i Vangeli,
ma è nella croce dove questo amore, questa donazione al Padre e ai fratelli
diventa ed è tuttora vera epifania per la Chiesa, per gli uomini. Un amore,
quello di Cristo che è un amore sofferente, perché si è scontrato e si scontra
con l’odio, con il male. Il nostro contatto con la Sacra Scrittura ci mostra
che Dio per amore creò il mondo, per amore nacque in questo mondo come uomo,
per amore prese su di sé la nostra fragile umanità.
Siamo testimoni, nella
nostra vita personale, come comunità di monaci, nella vita ecclesiale, nel
mondo, di come la sofferenza può distruggere tutto; però una cosa alla fine
rimarrà: l’amore, quello che il Signore ha piantato nei nostri cuori. Ogni
volta che rinunciamo a qualcosa, che sopportiamo qualcosa, e non con un senso
di ribelle amarezza, ma volontariamente e per amore, questo ci rende
paradossalmente non più deboli ma più forti. La grande potenza, forza di Dio si
manifesta più che nella creazione o in qualcuno dei suoi miracoli, nel fatto
che ha “svuotato” sé stesso: “…ma annientò se stesso prendendo natura di
servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò
facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce” (Fil 2,7).
La vittoria di Cristo sulla
croce, e la sua risurrezione ci pongono a noi cristiani -e specialmente a noi
monaci di Grottaferrata- non soltanto davanti ad un bel esempio da imitare, ma molto
di più: la vittoria di Cristo sulla morte, il suo amore totale nella sofferenza
ha una forza creativa, ricreativa in noi, trasforma il nostro cuore e ci fa
capaci di amare in una misura al di là delle nostre capacità. “Un cuore
puro crea in me, o Dio, e uno spirito retto rinnova nelle mie viscere… Rendimi
l’esultanza della tua salvezza…” (Salmo 50). Allora la morte di Cristo
sulla croce, come afferma san Basilio, è una morte creatrice di vita.
Noi, cristiani, siamo
rinnovati dallo Spirito Santo nel Battesimo e negli altri sacramenti che
accrescono in noi questo dono iniziale. Infatti, perché ognuno di noi prenda
coscienza della presenza intima di Cristo, perché ognuno di noi acquisti il
gusto e il senso profondo di Dio e delle cose di Dio ed esperimenti così un
rinnovamento interiore decisivo, è necessario che ogni giorno accogliamo il
dono dello Spirito che approda in noi in modi assai diversi. Sottolineo la
parola accogliere perché come cristiani abbiamo bisogno di aprire il nostro
cuore alla vita di Dio; in altre parole, abbiamo bisogno di curare la nostra
vita di fede, la nostra vita in Cristo. Uno dei più grandi pericoli che abbiamo
nella nostra vita è quello della non curanza della propria vita, una non
curanza per quanto riguarda il rapporto con Dio, con gli altri, con noi stessi.
Nella nostra vita concreta dobbiamo lasciarci trasformare dal Signore, lasciar
che lui nella sua vita di Risorto trasformi -ricrei- il nostro cuore, e questo richiede
da parte nostra una fedeltà quotidiana al Vangelo, all’annuncio della sua Buona
Novella, alla preghiera.
Creati, ricreati,
rinnovati dal Signore nella sua Pasqua, dobbiamo vivere quella fede che troviamo
profetizzata il Sabato Santo nel testo di Ezechiele 37,1-10: “Fu su di me la
mano del Signore... mi portò fuori... e mi mise nel mezzo della pianura piena
di ossa umane... E quindi la domanda: Figlio dell’uomo, vivranno queste
ossa?”. E la risposta dell’uomo: “Signore, tu lo sai!”. E questo “sai”
non indica una semplice conoscenza, ma un penetrare fino in fondo il segreto,
il cuore di qualcosa. Questo bellissimo testo di Ezechiele va letto nel
contesto liturgico del Sabato Santo: Cristo scende nell’Ade e porta la vita a
quelle “ossa inaridite”, e tirando fuori, prendendo per mano Adamo unisce il
popolo dell’Antica Alleanza con quello della Nuova Alleanza, lui Cristo diventa
il vero “pontifex” cioè colui che crea un ponte, un passaggio tra il
vecchio e il nuovo, tra la morte e la vita. “Figlio dell’uomo, vivranno
queste ossa?”. E la risposta è sempre quella del profeta: “Signore, tu
lo sai!”. La domanda del Signore al profeta, ci viene posta a noi, comunità
radunata per la preghiera attorno a un sepolcro di cui confessiamo che ne
sgorga la vita, ci viene posta a noi ogni giorno.
La speranza cristiana,
allora, è una speranza gioiosa che viene, che nasce dalla risurrezione di
Cristo, il grande dono del Risorto. “Signore, tu lo sai!”, nella parola
del profeta, perché tu sei colui che ci salva, colui che disceso agli inferi
ne rissali trascinando con te Adamo ed Eva, cioè l’umanità. Vivere nella
speranza, vivere in Cristo.
E noi come Esarcato
Apostolico a Grottaferrata, come Chiesa, come comunità monastica assieme a tanti
fedeli, ci raduneremo attorno alla tomba vuota di Cristo, attorno a quella
tomba bella per professare la nostra fede, per cantare che Lui, la Vita messa nella
tomba, è anche la fonte della vita nuova rinnovata nella sua morte e la sua
risurrezione.
Nella mia prima Pasqua
come esarca apostolico a Grottaferrata, voglio incoraggiarvi a vivere questi
giorni santi con un cuore nuovo, ricreato dalla forza della risurrezione del
Signore. A viverlo come cristiani chiamati ad annunciare che Lui, il Signore, è
risorto dai morti. A viverlo come monastero, come Esarcato, cioè come Chiesa di
Cristo alle porte di Roma, comunità monastica, Chiesa chiamata alla preghiera,
alla fraternità, al dialogo, all’accoglienza. Chiediamo al Signore che ci dia
di vivere questo nuovo millennio della nostra abbazia come un momento di grazia
e di rinnovamento guidati sempre dal suo Spirito Santo.
Santa Maria di
Grottaferrata, assieme ai santi Nilo e Bartolomeo, siano i nostri intercessori
presso il Signore, vincitore del peccato e della morte.
Veramente è risorto!
Χριστός ανέστη
Αληθώς ανέστη
+P. Manuel Nin
Esarca Apostolico di Grottaferrata
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