sabato 28 marzo 2026

 

Icona etiopica con scene della passione. XIX secolo

Lettera pastorale per la Pasqua 2026

Carissimi fratelli monaci, fratelli e sorelle fedeli di Grottaferrata,

inizio questa lettera, indirizzata ai monaci ed anche ai fratelli e le sorelle “di Grottaferrata”, cioè tutte quelle persone che frequentate la nostra abazia ogni domenica, ogni qualvolta vi capita di fare una gitta o una visita ai Castelli Romani e vi imbattete con queste vetuste e solide mura di questo monastero millenario che custodisce, dietro le mura del Sangallo -apparentemente rudi e massicce, ma calide quando le si sorpassa-, un monastero, una chiesa pure essa millenaria, con una bellissima icona della Madre di Dio e soprattutto una comunità di monaci che vi accoglie per la preghiera, per la fraternità, per lo studio, per la ricerca, per la riflessione, magari anche per il riposo. E questa è la mia prima lettera pastorale come vescovo esarca apostolico ed egumeno di Grottaferrata, dopo poche settimane del mio passaggio dalla Grecia all’Italia, alle porte di Roma.

Il cammino quaresimale ci porta alla celebrazione della Santa Pasqua, che per me sarà la prima celebrata in questo luogo, dopo dieci anni di annunciare la risurrezione del Signore in Grecia. Durante tutto il periodo pasquale cantiamo il tropario Χριστός ανέστη…. È come un ritornello che vuole configurare, rinnovare tutta la nostra vita. Quello che preghiamo, che fa parte della nostra vita di preghiera, del nostro patrimonio di preghiera, è quello che poi dovremmo vivere nella quotidianità della nostra vita concreta come monaci e come fedeli cristiani. Durante la Quaresima e soprattutto nella Settimana Santa abbiamo cantato dei testi liturgici, dei tropari di una profondità teologica unica. Testi, tropari, che ci hanno portato a cantare ed a vivere il mistero della passione, della morte e della risurrezione del Signore. Sono dei testi che ci fanno riprendere, ritornare alla Parola di Dio che ci viene data nella liturgia.

L’omelia o catechesi di san Giovanni Crisostomo che viene letta alla fine della liturgia della notte di Pasqua è una vera catechesi sulla fede cristiana, un testo che, come tanti tropari, ci fa contemplare la vittoria di Cristo sulla morte, il centro della nostra fede: “...è apparso infatti il regno universale, nessuno pianga i suoi peccati, perché dalla tomba è sorto il perdono; nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati! Cristo è risorto dai morti...; la morte del Salvatore ci ha liberati!”. (Omelia di San Giovanni Crisostomo).

Chiediamoci cosa vuol dire per noi oggi celebrare, vivere la Pasqua di Cristo, proclamare la nostra fede nella risurrezione di Colui che fu appeso al legno della croce? E celebrarla come monaci e fedeli laici

Per noi cristiani la morte di Cristo sulla croce non è un fallimento; la morte sulla croce è una vittoria dell’amore sulla morte, e queste non sono né possiamo viverle noi come belle parole e basta. L’amore di Cristo si è manifestato in modo pieno nella croce; si manifestò in diversi momenti lungo la sua vita come ci insegnano i Vangeli, ma è nella croce dove questo amore, questa donazione al Padre e ai fratelli diventa ed è tuttora vera epifania per la Chiesa, per gli uomini. Un amore, quello di Cristo che è un amore sofferente, perché si è scontrato e si scontra con l’odio, con il male. Il nostro contatto con la Sacra Scrittura ci mostra che Dio per amore creò il mondo, per amore nacque in questo mondo come uomo, per amore prese su di sé la nostra fragile umanità.

Siamo testimoni, nella nostra vita personale, come comunità di monaci, nella vita ecclesiale, nel mondo, di come la sofferenza può distruggere tutto; però una cosa alla fine rimarrà: l’amore, quello che il Signore ha piantato nei nostri cuori. Ogni volta che rinunciamo a qualcosa, che sopportiamo qualcosa, e non con un senso di ribelle amarezza, ma volontariamente e per amore, questo ci rende paradossalmente non più deboli ma più forti. La grande potenza, forza di Dio si manifesta più che nella creazione o in qualcuno dei suoi miracoli, nel fatto che ha “svuotato” sé stesso: “…ma annientò se stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce” (Fil 2,7).

La vittoria di Cristo sulla croce, e la sua risurrezione ci pongono a noi cristiani -e specialmente a noi monaci di Grottaferrata- non soltanto davanti ad un bel esempio da imitare, ma molto di più: la vittoria di Cristo sulla morte, il suo amore totale nella sofferenza ha una forza creativa, ricreativa in noi, trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di amare in una misura al di là delle nostre capacità. “Un cuore puro crea in me, o Dio, e uno spirito retto rinnova nelle mie viscere… Rendimi l’esultanza della tua salvezza…” (Salmo 50). Allora la morte di Cristo sulla croce, come afferma san Basilio, è una morte creatrice di vita.

Noi, cristiani, siamo rinnovati dallo Spirito Santo nel Battesimo e negli altri sacramenti che accrescono in noi questo dono iniziale. Infatti, perché ognuno di noi prenda coscienza della presenza intima di Cristo, perché ognuno di noi acquisti il gusto e il senso profondo di Dio e delle cose di Dio ed esperimenti così un rinnovamento interiore decisivo, è necessario che ogni giorno accogliamo il dono dello Spirito che approda in noi in modi assai diversi. Sottolineo la parola accogliere perché come cristiani abbiamo bisogno di aprire il nostro cuore alla vita di Dio; in altre parole, abbiamo bisogno di curare la nostra vita di fede, la nostra vita in Cristo. Uno dei più grandi pericoli che abbiamo nella nostra vita è quello della non curanza della propria vita, una non curanza per quanto riguarda il rapporto con Dio, con gli altri, con noi stessi. Nella nostra vita concreta dobbiamo lasciarci trasformare dal Signore, lasciar che lui nella sua vita di Risorto trasformi -ricrei- il nostro cuore, e questo richiede da parte nostra una fedeltà quotidiana al Vangelo, all’annuncio della sua Buona Novella, alla preghiera.

Creati, ricreati, rinnovati dal Signore nella sua Pasqua, dobbiamo vivere quella fede che troviamo profetizzata il Sabato Santo nel testo di Ezechiele 37,1-10: “Fu su di me la mano del Signore... mi portò fuori... e mi mise nel mezzo della pianura piena di ossa umane... E quindi la domanda: Figlio dell’uomo, vivranno queste ossa?”. E la risposta dell’uomo: “Signore, tu lo sai!”. E questo “sai” non indica una semplice conoscenza, ma un penetrare fino in fondo il segreto, il cuore di qualcosa. Questo bellissimo testo di Ezechiele va letto nel contesto liturgico del Sabato Santo: Cristo scende nell’Ade e porta la vita a quelle “ossa inaridite”, e tirando fuori, prendendo per mano Adamo unisce il popolo dell’Antica Alleanza con quello della Nuova Alleanza, lui Cristo diventa il vero “pontifex” cioè colui che crea un ponte, un passaggio tra il vecchio e il nuovo, tra la morte e la vita­. “Figlio dell’uomo, vivranno queste ossa?”. E la risposta è sempre quella del profeta: “Signore, tu lo sai!”. La domanda del Signore al profeta, ci viene posta a noi, comunità radunata per la preghiera attorno a un sepolcro di cui confessia­mo che ne sgorga la vita, ci viene posta a noi ogni giorno.

La speranza cristia­na, allora, è una speranza gioiosa che viene, che nasce dalla risurrezione di Cristo, il grande dono del Risorto. “Signore, tu lo sai!”, nella parola del profeta, perché tu sei colui che ci salva, colui che disceso agli inferi ne rissali trascinando con te Adamo ed Eva, cioè l’umani­tà. Vivere nella speranza, vivere in Cristo.

E noi come Esarcato Apostolico a Grottaferrata, come Chiesa, come comunità monastica assieme a tanti fedeli, ci raduneremo attorno alla tomba vuota di Cristo, attorno a quella tomba bella per professare la nostra fede, per cantare che Lui, la Vita messa nella tomba, è anche la fonte della vita nuova rinnovata nella sua morte e la sua risurrezione.

Nella mia prima Pasqua come esarca apostolico a Grottaferrata, voglio incoraggiarvi a vivere questi giorni santi con un cuore nuovo, ricreato dalla forza della risurrezione del Signore. A viverlo come cristiani chiamati ad annunciare che Lui, il Signore, è risorto dai morti. A viverlo come monastero, come Esarcato, cioè come Chiesa di Cristo alle porte di Roma, comunità monastica, Chiesa chiamata alla preghiera, alla fraternità, al dialogo, all’accoglienza. Chiediamo al Signore che ci dia di vivere questo nuovo millennio della nostra abbazia come un momento di grazia e di rinnovamento guidati sempre dal suo Spirito Santo.

Santa Maria di Grottaferrata, assieme ai santi Nilo e Bartolomeo, siano i nostri intercessori presso il Signore, vincitore del peccato e della morte.

 Cristo è risorto!

Veramente è risorto!

Χριστός ανέστη

Αληθώς ανέστη

 

          +P. Manuel Nin

          Esarca Apostolico di Grottaferrata


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