lunedì 16 novembre 2020



“…perché in Te mi sono rifugiato”.

Note personali. A partire dal salmo 142.

Di fronte a una ormai evidente a tutti “seconda ondata” di contagi a causa del Covit-19, di fronte a una “seconda ondata” pure di decisioni governative, fatte in vista al bene comune, sicuramente, ma decisioni che porteranno e portano non soltanto disagio ma anche sofferenza ai nostri fedeli e a tutto il mondo, perché immune nessuno lo è. Come pastore di una Chiesa cristiana in Grecia, piccola ma viva, sento il dovere di dire e di dare in questi tempi una parola ai fedeli, che sia di conforto e soprattutto di vicinanza paterna e fraterna. I fedeli, tutti noi stiamo subendo questa seconda ondata in un silenzio rassegnato, perché tutte quelle nostre domande, angosce, dubbi, ed anche ribellioni che uscivano dal nostro cuore nella prima ondata del virus alcuni mesi fa, hanno ceduto il posto oggi al silenzio rassegnato. Per questo penso che i pastori delle Chiese dobbiamo in questo momento di sofferenza e di angoscia, dobbiamo dire e dare una parola ai fedeli, che una parola che sgorghi in noi dall’incontro con Colui che è la Parola fatta carne. Riecheggiando alcuni dei tropari bizantini della Settimana Santa: “Dammi una parola, o Parola”.

Durante il periodo della pandemia Covit-19, e specialmente nelle settimane e mesi di quarantena a cui siamo stati e siamo tuttora sottoposti, vi insistevo nella preghiera personale e in famiglia, e vi dicevo di farlo attraverso i salmi. Qualche settimana fa vi ho mandato la proposta di lettura del salmo 87, uno dei sei salmi del mattutino nella tradizione bizantina. Oggi vi propongo la lettura del salmo 142, un altro dei sei salmi del mattutino. Un salmo che troviamo inoltre nell’apodipnon bizantino, l’ultima ora di preghiera prima di coricarci a dormire. Come se la Chiesa, mettendoci nelle mani questo salmo all’inizio della giornata, volesse che il nostro cammino quotidiano come cristiani fosse fondato nella fiducia, nella confidenza, nella libertà verso Colui che per noi è il cammino, la verità e la vita. Infatti i sei salmi iniziali e fissi ogni giorno del mattutino nella tradizione bizantina, cioè 3, 37, 62, 87, 102 e 142, sono dei salmi che intrecciano nei loro versetti la confessione e la lode della grandezza di Dio, la sua giustizia e la sua misericordia, e allo stesso tempo la fiducia dell’uomo nella vittoria del Signore, di Cristo, sulla tenebra della notte, sul peccato e sulla morte.

1. Signore, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica nella tua verità; esaudiscimi nella tua giustizia.

2. E non entrare in giudizio con il tuo servo, perché non sarà giustificato davanti a te alcun vivente.

Ci troviamo di fronte alla grande confidenza, alla grande libertà del salmista verso il suo e nostro Signore: Signore ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica…; esaudiscimi…. E notiamo nei tre verbi la presenza del complemento oggetto: …mia preghiera, mia supplica…, …mi. Di buon mattino noi cristiani ci porgiamo davanti al Signore nel nostro bisogno, nella nostra preghiera, nella nostra confidenza-siamo uomini di bisogno, di preghiera e di confidenza. Confidenza che ci fa sentire “servi” -Lui è il Signore invocato come tale all’inizio del salmo-, ma che ci dà anche la parresia di chiedergli di non essere sottoposti al suo giudizio, che è reale e che incide nella nostra vita, ma che è anche aperto verso tutto il creato, verso tutto ciò che vive. Penso a tanti tropari del mattutino nella nostra tradizione bizantina che abbinano la confessione del proprio peccato da parte nostra, alla confessione della grandezza misericordiosa di Dio. Nella lingua siriaca la parola “confessione” è sinonimo di “manifestazione, lode, glorificazione”, quasi mettendo allo stesso livello la confessione della propria miseria alla confessione-lode di Colui che è misericordioso. Confessare-manifestare-glorificare. Per questo portiamo sempre nella nostra preghiera i tre verbi iniziali: ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica…; esaudiscimi.

 3. Sì, il nemico ha perseguitato l’anima mia, ha umiliato fino a terra la mia vita, mi ha fatto sedere in luoghi tenebrosi, come i morti dal tempo antico.

4. Si è abbattuto in me il mio spirito, in me si è turbato il mio cuore.

Il salmista prosegue enumerando, quasi “confessando” la propria situazione come uomo e come credente: …ha perseguitato…, ha umiliato…, mi ha fatto sedere in luoghi tenebrosi…, come i morti…. Se noi possiamo pregare e portare davanti al Signore questi versetti è perché lui per primo li ha vissuti e sopportati, e lo ha fatto per noi. Ricordiamo quanto sant’Agostino ci dice di Cristo che è pregato nei salmi e prega anche lui con noi nei salmi. Il Signore, per noi è stato perseguitato…, umiliato…, …fatto sedere in luoghi tenebrosi…, come i morti…. E aggiungiamo che in Lui ed anche in noi: Si è abbattuto in me il mio spirito, in me si è turbato il mio cuore…. In questi nostri giorni in cui ci sentiamo in tanti modi perseguitati, umiliati, quasi morti…, -e il nostro pensiero va alla immediatezza della pandemia sicuramente, ma anche alle persecuzioni e al martirio di tanti nostri fratelli cristiani nel Medio Oriente, nel cuore dell’Europa e nel mondo intero-, Lui, il Signore continua in noi la sua passione, nella sua e nostra carne continua a vivere la solitudine e l’angoscia. Sottolineo queste parole: solitudine ed angoscia -umiliato, fatto sedere in luoghi tenebrosi. In questi mesi in cui continuiamo ad essere provati e colpiti dalla pandemia, dal terrorismo anticristiano, la tentazione che tocca il nostro cuore è quella non della disperazione o della ribellione, bensì quella ormai di rimanere lì come i morti dal tempo antico, come dice il salmista. Tentati dal non far nulla, dal non dire neanche una parola anche se fosse di ribellione e di rimprovero. … sedendo in luoghi tenebrosi, come i morti dal tempo antico.

 5. Mi sono ricordato dei giorni antichi e ho meditato su tutte le tue opere: sulle azioni delle tue mani me­ditavo.

6. Ho teso a te le mie mani; la mia anima, davanti a te, co­me terra senz’acqua.

Mi sono ricordato…, ho meditato…, ho teso a te le mie mani…. Sono parole che rinfrancano il cuore dell’uomo che prega, di ognuno di noi. Non di una vittoria sul nemico si tratta, ma di una consolazione, di una salvezza che è memoria, e da essa sgorga. Una memoria, una anamnesi di tutto quello che Lui, il Signore ha fatto e fa per noi. Per tutti noi è una memoria della salvezza, che ci viene dalla lettura della sua Parola, dai suoi Santi Misteri, dai suoi e nostri fratelli che ci fanno presente questa potremo dire eucaristia che dal salmo sgorga, per la sua salvezza, la sua risurrezione, la sua vita. Quando nella nostra vita ci sentiamo come terra senz’acqua, è allora che siamo chiamati ad accoglierlo, malgrado sentirci ancora in deserto, nella solitudine. Una terra senz’acqua dice il salmista con una immagine molto forte.

 7. Presto esaudiscimi, Signore, è venuto meno il mio spirito; non distogliere da me il tuo volto, perché sarei simile a quelli che scendono nella fossa.

8. Fammi sentire al mattino la tua misericordia, perché in te ho sperato; fammi conoscere, Signore, la via su cui camminare, perché a te ho levato l’anima mia.

9. Strappami ai miei nemici, Signore, perché in te mi sono rifugiato.

10. Insegnami a fare la tua volontà, perché tu sei il mio Dio; il tuo spirito buono mi guiderà nella via retta.

La fiducia del salmista, la nostra fiducia perché siamo noi a pregare il salmo, viene a galla di nuovo con dei verbi: …esaudiscimi…, non distogliere da me…, fammi sentire…, fammi conoscere…, strappami ai miei nemici…. Tante volte sentiamo nella nostra vita non soltanto il desiderio della salvezza, della libertà, ma anche ne sentiamo l’ansia: Presto esaudiscimi, Signore…. Siamo come un bambino che chiede dalla mamma nell’ansia quello di cui sente il bisogno. Il Signore ci ascolta, il Signore ci guarda, e questo suo ascoltarci e guardarci è per noi qualcosa di vitale, come i raggi del sole lo sono per la vita degli uomini: Presto esaudiscimi, Signore, è venuto meno il mio spirito; non distogliere da me il tuo volto, perché sarei simile a quelli che scendono nella fossa. È un testo che ci tocca nel più profondo del nostro essere figli di Dio, di quel Dio che ci ascolta e ci guarda; non un Dio lontano e quasi assente, quasi sordo fosse, ma un Dio accanto a noi tutti i giorni della nostra vita. Presto esaudiscimi…, non distogliere da me il tuo volto. È un versetto che per noi prende una forza, una grazia specialmente in momenti come quelli che ci tocca da vivere quando ci sentiamo venir meno il nostro spirito, la nostra voglia di vivere, la voglia di pregare, la voglia di guardare l’altro e di essere da lui guardato. Fiduciosi che il Signore mai e poi mai toglie, allontana da noi il suo volto. Abbiamo fatto tutti l’esperienza di guardare una icona, e quando la guardiamo la prima cosa che ci colpisce è il sentirci da lei, dall’icona guardati, e con uno sguardo che mai non si distoglie da noi. Sorretti da questo sguardo del Signore, possiamo pregare con fiducia ancora il salmo: Fammi sentire al mattino la tua misericordia, perché in te ho sperato; fammi conoscere, Signore, la via su cui camminare, perché a te ho levato l’anima mia. Il salmo 142 lo preghiamo ogni giorno al mattino; iniziamo il nostro camminare quotidiano quasi sorretti dai verbi, dalle preghiere: Fammi sentire…, fammi conoscere…. Sono dei versetti messi quasi in parallelo tra la preghiera ed il motivo da cui sgorga: Fammi sentire… / perché in te ho sperato. Fammi conoscere… / perché a te ho levato l’anima mia. Strappami… / perché in te mi sono rifugiato. Insegnami…, / perché tu sei il mio Dio. Pregando al mattino questo salmo che, come abbiamo sopra accennato, ritroveremo di nuovo nell’ultima preghiera del giorno, il cristiano mette tutta la sua vita nelle mani del Signore che è Maestro, Sapienza, Redenzione, Guida. Quasi questi versetti diventassero annuncio del testo evangelico di Giovanni 14: “Io sono il cammino, la verità e la vita”.

 11. Per amore del tuo nome, Signore, mi farai vivere; nella tua giustizia trarrai dalla tribolazione l’anima mia.

12. Nella tua misericordia sterminerai i miei nemici e farai perire tutti quelli che opprimono l’anima mia, perché io sono tuo servo.

Come se in questi versetti ricominciasse l’anamnesi della salvezza adoperata dal Signore. Il tuo nome, la tua giustizia, la tua misericordia… La preghiera fiduciosa di ognuno di noi nel Signore che per amore e nell’amore salva, vivifica, libera dalla tribolazione.

Nel salmo 142 troviamo per ben due volte la preghiera per essere liberati dal nemico chiedendone la sua sconfitta, la sua fine. I salmi hanno questi versetti “imprecatori” che delle volte ci possono creare delle “difficoltà”, magari “disaggio”, se non altro. Sono dei versetti salmici che la Tradizione cristiana ha pregato senza sosta, e che vanno pregati da noi senz’altro, e assolutamente “non evitati, messi da parte, soppressi…”. Noi cristiani col Vangelo e dal Vangelo preghiamo per i nemici, per i malvagi, e preghiamo anche il Signore di distruggere, di far sprofondare, di porre fine non loro bensì il male che annida nel loro cuore.

Si ripete:

1c-2a. Esaudiscimi, Signore, nella tua giustizia, e non entrare in giudizio con il tuo servo.

10b. Il tuo spirito buono mi guiderà nella via retta.

Nella ripetizione di questi due versetti alla fine, ripetizione di uno o due versetti che troviamo in tutti i sei salmi del mattutino bizantino, rinveniamo possiamo dire la linea portante del salmo: la fiducia nella guida che lo Spirito del Signore porta a termine in noi cristiani, provati dall’angoscia, dalla malattia, e soprattutto tentati di lasciarci andare, sprofondare nella disperazione. Ma fermi nella parresia, nella confidenza e nella fede che è sempre: Il tuo spirito buono mi guiderà nella via retta. 


ΓΙΑΤΙ ΣΕ ΣΕΝΑ ΚΑΤΕΦΥΓΑ

Προσωπικές σημειώσεις πάνω στον Ψαλμό 142

 

Μπροστά πλέον σ’ ένα φανερό δεύτερο κύμα κρουσμάτων από τον Covit-19 μπροστά, επίσης σ’ ένα φανερό δεύτερο κύμα κυβερνητικών αποφάσεων υπέρ του κοινού καλού ασφαλώς, αλλά αποφάσεων που θα οδηγήσουν και ήδη οδηγούν, όχι μόνο σε δυσκολίες αλλά και σε πόνο τους πιστούς μας και τον κόσμο όλο, γιατί κανένας δεν είναι απαλλαγμένος. Ως ποιμένας μία χριστιανικής Εκκλησίας στην Ελλάδα, μικρής αλλά ζωντανής, αισθάνομαι το καθήκον να πω και να απευθύνω ένα λόγο προς τους πιστούς, οι οποίος να είναι ο λόγος πνευματικής ενίσχυσης και προπάντων λόγος πατρικής και αδελφικής συμπαράστασης. Οι πιστοί και όλοι εμείς, αντιμετωπίζουμε το δεύτερο αυτό κύμα με υπομονετική σιωπή, γιατί όλα τα ερωτήματά μας, οι αγωνίες μας, οι αμφιβολίες ακόμη και οι επαναστάσεις της καρδιάς μας, κατά το πρώτο κύμα του κορωναϊού πριν λίγους μήνες, σήμερα άφησαν τη θέση τους στην υπομονετική σιωπή. Για το λόγο αυτό σκέπτομαι ότι οι πνευματικοί ποιμένες των Εκκλησιών, κατά τις στιγμές αυτές του πόνου και της αγωνίας, οφείλουμε να πούμε και να δώσουμε ένα λόγο στους πιστούς, ένα λόγο που να αναβλύζει από μέσα μας από τη συνάντησή μας με Εκείνον, ο οποίος είναι ο Λόγος που ενσαρκώθηκε. Ο λόγος μας αυτός απηχεί μερικά τροπάρια της Μεγάλης Εβδομάδος: Δώσε μου ένα λόγο, ω Λόγε.

Κατά την περίοδο της πανδημίας Covit-19 και ιδιαίτερα κατά τις εβδομάδες και μήνες της καραντίνας, στην οποία βρισκόμασταν και βρισκόμαστε ακόμα, επέμενα στην προσωπική και οικογενειακή προσευχή, και σας έλεγα να προσεύχεστε με ψαλμούς. Πριν από λίγες εβδομάδες σας πρότεινα να προσεύχεστε με τον ψαλμό 87, έναν από τους πρωινούς ψαλμούς της βυζαντινής παραδόσεως. Σήμερα σας προτείνω την ανάγνωση-προσευχή του 142ου ψαλμού, έναν ψαλμό από τον εξάψαλμο του όρθρου. Ένα ψαλμό τον οποίο βρίσκουμε επίσης στο βυζαντινό απόδειπνο στην τελευταία ώρα προσευχής πριν πλαγιάσουμε για να κοιμηθούμε. Βάζοντας στο στόμα μας αυτόν τον ψαλμό στην αρχή της ημέρας, φαίνεται ότι η Εκκλησία θέλει να εδραιώσει την καθημερινή μας πορεία ως χριστιανοί στην εμπιστοσύνη, στην οικειότητα, στην ελευθερία προς Εκείνον, ο οποίος για μας είναι η οδός, η αλήθεια και η ζωή. Πραγματικά, οι έξι πρώτοι ψαλμοί, οι καθορισμένοι καθημερινά στον όρθρο, κατά τη βυζαντινή παράδοση, δηλαδή, οι ψαλμοί 3, 37, 62, 87, 102 και 142, είναι ψαλμοί οι οποίοι στους στίχους τους διασταυρώνουν την ομολογία και τον ύμνο της δόξας του Θεού, την δικαιοσύνη Του, την ευσπλαχνία Του, και ταυτόχρονα την εμπιστοσύνη του ανθρώπου στη νίκη του Κυρίου, του Χριστού, μέσα στο σκοτάδι της νύχτας, της αμαρτίας και του θανάτου.

 

1.Κύριε, εἰσάκουσον τῆς προσευχῆς μου, ἐνώτισαι τὴν δέησίν μου ἐν τῇ ἀληθείᾳ σου, εἰσάκουσόν μου ἐν τῇ δικαιοσύνῃ σου.

2.Καὶ μὴ εἰσέλθῃς εἰς κρίσιν μετὰ τοῦ δούλου σου, ὅτι οὐ δικαιωθήσεται ἐνώπιόν σου πᾶς ζῶν.

Βρισκόμαστε μπροστά στην μεγάλη εμπιστοσύνη, στην μεγάλη ελευθερία του ψαλμωδού προς τον Κύριό του και τον δικό μας Κύριο. Κύριε, εἰσάκουσον τῆς προσευχῆς μου, ἐνώτισαι τὴν δέησίν μου ἐν τῇ ἀληθείᾳ σου, εἰσάκουσόν μου … Και στα τρία ρήματα σημειώνουμε την παρουσία του αντικειμένου μας: της προσευχής μου, την δέησή μου. Από πολύ πρωί εμείς οι χριστιανοί βρισκόμαστε μπροστά στον Κύριο, παρουσιάζοντας του την ανάγκη μας, την προσευχή μας την εμπιστοσύνη μας, γιατί είμαστε άνθρωποι ανάγκης, προσευχής και εμπιστοσύνης. Αυτή η εμπιστοσύνη μας κάνει να αισθανόμαστε δούλοι. Εκείνος είναι ο Κύριος, τον οποίο επικαλούμαστε ως Κύριο μας στην αρχή του ψαλμού, αλλά και ο οποίος μας δίνει επίσης την παρρησία να του ζητήσουμε να μη μας βάλει στην κρίση του, η οποία είναι πραγματική, και συμπίπτει στη ζωή μας, αλλά είναι επίσης ανοιχτή προς όλη τη δημιουργία, προς κάθε οντότητα που ζει. Σκέπτομαι τόσα και τόσα τροπάρια του όρθρου στη βυζαντινή μας παράδοση, τα οποία συνδυάζουν την ομολογία της αμαρτίας εκ μέρους μας, με την ομολογία του μεγαλείου της ευσπλαχνίας του Θεού. Στη συριακή γλώσσα η λέξη ομολογία είναι συνώνυμο με τις λέξεις φανέρωση, αίνος, δοξολογία σαν να βάζει στο ίδιο επίπεδο την ομολογία της δικιάς μας αθλιότητας, με την ομολογία –αίνο του Πολυεύσπλαχνου Θεού. Ομολογώ, φανερώνω, δοξολογώ. Γι’ αυτό στην προσευχή μας επαναλαμβάνουμε πάντοτε τα τρία πρωταρχικά ρήματα: .. εἰσάκουσον τῆς προσευχῆς μου, ἐνώτισαι τὴν δέησίν μου…, εἰσάκουσόν μου.

3. Ὅτι κατεδίωξεν ὁ ἐχθρὸς τὴν ψυχήν μου· ἐταπείνωσεν εἰς γῆν τὴν ζωήν μου. Ἐκάθισέ με ἐν σκοτεινοῖς ὡς νεκροὺς αἰῶνος, (δηλαδή με κάθισε σε τόπους σκοτεινούς, σαν τους αρχαίους νεκρούς).

4. Ήκηδίασεν ἐπ᾿ ἐμὲ τὸ πνεῦμά μου, ἐν ἐμοὶ ἐταράχθη ἡ καρδία μου. (δηλαδή γκρεμίστηκε μέσα μου το πνεύμα μου, ταράχτηκε μέσα μου η καρδιά μου).

Ο ψαλμωδός συνεχίζει απαριθμώντας, σχεδόν ομολογώντας την κατάστασή του ως άνθρωπος και ως πιστός: κατεδίωξεν… ἐταπείνωσεν…. έκάθισέ με ἐν σκοτεινοῖς… ὡς νεκροὺς. Αν εμείς σήμερα μπορούμε να προσευχόμαστε και να παρουσιάζουμε μπροστά στον Κύριο αυτούς τους στίχους, αυτό οφείλεται στο ότι Εκείνος πρώτος τους έζησε τους υπέμενε, και το έκανε για χάρη μας. Ας θυμηθούμε αυτό που ο Ιερός Αυγουστίνος μας λέει για τον Χριστό: προς τον οποίο προσευχόμαστε με τους ψαλμούς, και ο οποίος επίσης στους ψαλμούς προσεύχεται μαζί μας. Ο Κύριος, για χάρη μας κατεδίωξεν … ἐταπείνωσεν …. έκάθισέ με ἐν σκοτεινοῖς… ὡς νεκροὺς, και ας προσθέσουμε ότι σ’ Αυτόν, όπως και σ’ εμάς, Ήκηδίασεν ἐπ᾿ ἐμὲ τὸ πνεῦμά μου, ἐν ἐμοὶ ἐταράχθη ἡ καρδία μου. Σ’ αυτές τις ημέρες μας, κατά τις οποίες αισθανόμαστε ότι είμαστε με τόσους και τόσους τρόπους καταδιωγμένοι, ταπεινωμένοι, σχεδόν νεκροί… (και η σκέψη μας πηγαίνει ασφαλώς στην πανδημία, αλλά και στους διωγμούς και στα μαρτύρια τόσων και τόσων χριστιανών αδελφών μας στη Μέση Ανατολή, στην καρδιά της Ευρώπης και σε όλο τον κόσμο), Εκείνος, ο Κύριος μας, στα πρόσωπά μας συνεχίζει τα τίμια πάθη του, και στη δική του σάρκα όπως και στη δική μας συνεχίζει να ζει την απομόνωση και την αγωνία. Υπογραμμίζω αυτές τις λέξεις: μοναξιά και αγωνία, ταπεινωμένος, καθισμένος σε τόπους σκοτεινούς. Κατά τους μήνες αυτούς κατά τους οποίους συνεχίζουμε να δοκιμαζόμαστε και να χτυπιόμαστε από την πανδημία, από την αντιχριστιανική τρομοκρατία, ο πειρασμός που αγγίζει την καρδιά μας δεν είναι ο πειρασμός της απελπισίας, ή της επανάστασης αλλά ο πειρασμός να μείνουμε ως νεκροί αιώνος (σαν τους αρχαίους νεκρούς), όπως λέει ο ψαλμωδός. Από τον πειρασμό του να μην κάνουμε τίποτα από το να μη λέμε ούτε μία λέξη, έστω και λέξη επανάστασης και αποδοκιμασίας … καθισμένοι σε τόπους σκοτεινούς, όπως οι νεκροί της αρχαίας εποχής.

5. Έμνήσθην ἡμερῶν ἀρχαίων, ἐμελέτησα ἐν πᾶσι τοῖς ἔργοις σου, ἐν ποιήμασι τῶν     χειρῶν σου ἐμελέτων.

6. Διεπέτασα πρὸς σὲ τὰς χεῖράς μου· ἡ ψυχή μου ὡς γῆ ἄνυδρός σοι.

Έμνήσθην …, ἐμελέτησα ., διεπέτασα πρὸς σὲ τὰς χεῖράς μου·…, είναι λέξεις που δυναμώνουν την καρδιά του ανθρώπου ο οποίος προσεύχεται, την καρδιά  του καθενός από εμάς. Δεν πρόκειται για μία νίκη κατά του εχθρού, αλλά για μια παρηγοριά για μια σωτηρία η οποία είναι ανάβλυση, και από αυτήν αναβλύζει. Μία ανάμνηση όλων εκείνων τα οποία ο Κύριος έκανε για μας. Για όλους εμάς είναι μία ανάμνηση της σωτηρίας, η οποία μας έρχεται από την ανάγνωση του Λόγου του, από τα Ιερά Μυστήρια, από τα δικά του και τα δικά μας αδέλφια, τα οποία μας παρουσιάζουν, μπορούμε να πούμε, την ευχαριστία, που από τον ψαλμό αναβλύζει, για τη σωτηρία του, την ανάστασή του, τη ζωή του. Όταν στη ζωή μας αισθανόμαστε σαν γη άνυδρη, τότε καλούμαστε να τον υποδεχθούμε, παρόλο που αισθανόμαστε ότι βρισκόμαστε στην έρημο, στη μοναξιά. Ο ψαλμωδός μιλά για μία άνυδρη γη, χρησιμοποιώντας μία δυνατή εικόνα.

7. Ταχὺ εἰσάκουσόν μου, Κύριε, ἐξέλιπε τὸ πνεῦμά μου.

Μὴ ἀποστρέψῃς τὸ πρόσωπόν σου ἀπ᾿ ἐμοῦ, καὶ ὁμοιωθήσομαι τοῖς καταβαίνουσιν εἰς λάκκον.

Ἀκουστὸν ποίησόν μοι τὸ πρωῒ τὸ ἔλεός σου, ὅτι ἐπὶ σοὶ ἤλπισα.

8. Γνώρισόν μοι, Κύριε, ὁδὸν ἐν ᾗ πορεύσομαι, ὅτι πρὸς σὲ ἦρα τὴν ψυχήν μου.

9.Ἐξελοῦ με ἐκ τῶν ἐχθρῶν μου, Κύριε, πρὸς σὲ κατέφυγον·

10. Δίδαξόν με τοῦ ποιεῖν τὸ θέλημά σου, ὅτι σὺ εἶ ὁ Θεός μου.

    Τὸ Πνεῦμά σου τὸ ἀγαθὸν ὁδηγήσει με ἐν γῇ εὐθείᾳ·

 

Η εμπιστοσύνη  του ψαλμωδού, η δικιά μας εμπιστοσύνη, εφόσον εμείς προσευχόμαστε με τον ψαλμό, έρχεται και πάλι στην επιφάνεια με τις λέξεις: εἰσάκουσόν μου… Μὴ ἀποστρέψῃς ἀπ᾿ ἐμοῦ…, Ἀκουστὸν ποίησόν…, Γνώρισόν μοι,…, Ἐξελοῦ με ἐκ τῶν ἐχθρῶν μου…  Τόσες και τόσες φορές στη ζωή μας αισθανόμαστε όχι μονάχα την επιθυμία της σωτηρίας και της ελευθερίας, αλλά αισθανόμαστε και την αγωνία γι’ αυτές: Ταχὺ εἰσάκουσόν μου, Κύριε, Είμαστε σαν ένα μικρό παιδί το οποίο ζητά με αγωνία από την μητέρα του αυτό που αισθάνεται ότι το έχει ανάγκη. Ο Κύριος μας ακούει, ο Κύριος μας κοιτάζει, και αυτή η προσοχή του για μας είναι κάτι το ζωτικό, όπως ζωτικές είναι οι ακτίνες του ήλιου για τη ζωή των  ανθρώπων: Ταχὺ εἰσάκουσόν μου, Κύριε, ἐξέλιπε τὸ πνεῦμά μου. Μὴ ἀποστρέψῃς τὸ πρόσωπόν σου ἀπ᾿ ἐμοῦ, καὶ ὁμοιωθήσομαι τοῖς καταβαίνουσιν εἰς λάκκον. Είναι ένα κείμενο που μας αγγίζει στα βαθύτερα της οντότητάς μας, ως παιδιά του Θεού· του Θεού εκείνου ο οποίος μας ακούει και μας βλέπει: όχι ενός Θεού μακρινού και σχεδόν απόντος, σαν να ήταν κωφάλαλος, αλλά ενός Θεού που βρίσκεται δίπλα μας, όλες τις ημέρες της ζωής μας. Ταχὺ εἰσάκουσόν μου, …. Μὴ ἀποστρέψῃς τὸ πρόσωπόν σου ἀπ᾿ ἐμοῦ, Ο στίχος αυτός για μας παίρνει μία δύναμη, μία χάρη, ιδιαίτερα σε στιγμές κατά τις οποίες πρέπει να ζήσουμε, όταν αισθανόμαστε ότι σβήνουν μέσα μας το πνεύμα μας, η επιθυμία της ζωής, η επιθυμία της προσευχής, η επιθυμία να κοιτάξουμε τον άλλο, και ο άλλος να κοιτάξει εμάς. Έχουμε εμπιστοσύνη ότι ο Κύριος ποτέ δεν απομακρύνει το πρόσωπό του από εμάς. Όλοι μας έχουμε την εμπειρία από το κοίταγμά μας σε μία εικόνα όταν την κοιτάζουμε, το πρώτο που μας εντυπωσιάζει είναι το αίσθημα ότι αυτή η ίδια η εικόνα μας κοιτάζει, και μας κοιτάζει έτσι ώστε αυτή η ματιά της δεν θα σβηστεί ποτέ από μέσα μας. Στηριζόμενοι από αυτή τη ματιά του Κυρίου, μπορούμε να προσευχόμαστε με νέα εμπιστοσύνη, λέγοντας στον ψαλμό: Ἀκουστὸν ποίησόν μοι τὸ πρωῒ τὸ ἔλεός σου, ὅτι ἐπὶ σοὶ ἤλπισα. Γνώρισόν μοι, Κύριε, ὁδὸν ἐν ᾗ πορεύσομαι, ὅτι πρὸς σὲ ἦρα τὴν ψυχήν μου.

 

Με τον ψαλμό 142 προσευχόμαστε καθημερινά το πρωί, στον όρθρο: αρχίζουμε την καθημερινή μας πορεία στηριζόμενοι στα λόγια του, στην προσευχή του: Ἀκουστὸν ποίησόν μοι τὸ πρωῒ…, Γνώρισόν μοι,… είναι στίχοι βαλμένοι σχεδόν παράλληλα, μεταξύ της προσευχής και της αιτίας από την οποία η προσευχή αυτή αναβλύζει: Ἀκουστὸν ποίησόν μοι… ὅτι ἐπὶ σοὶ ἤλπισα. Γνώρισόν μοι,…. ὅτι πρὸς σὲ ἦρα τὴν ψυχήν μου. Ἐξελοῦ με ἐκ τῶν ἐχθρῶν μου, Κύριε, πρὸς σὲ κατέφυγον· Δίδαξόν με τοῦ ποιεῖν τὸ θέλημά σου, ὅτι σὺ εἶ ὁ Θεός μου. Προσευχόμενος το πρωί αυτόν τον ψαλμό, τον οποίο όπως προαναφέραμε,  θα τον ξαναβρούμε κατά την τελευταία δωδέκατη προσευχή της ημέρας, ο χριστιανός βάζει όλη τη ζωή του στα χέρια του Κυρίου και Διδασκάλου του, ο οποίος είναι: Σοφία, Λύτρωση, Οδηγός. Αυτοί οι στίχοι φαίνονται σχεδόν σαν προάγγελμα του ευαγγελικού κειμένου Ιω. 14: Εγώ είμαι ή οδός, ή αλήθεια και η ζωή.

11.Ένεκεν τοῦ ὀνόματός σου, Κύριε, ζήσεις με. Ἐν τῇ δικαιοσύνῃ σου ἐξάξεις ἐκ θλίψεως τὴν ψυχήν μου·

12.Έν τῷ ἐλέει σου ἐξολοθρεύσεις τοὺς ἐχθρούς μου· καὶ ἀπολεῖς πάντας τοὺς θλίβοντας τὴν ψυχήν μου, ὅτι ἐγὼ δοῦλός σού εἰμι.

Οι στίχοι  αυτοί μοιάζουν σαν να ξανάρχισε η ανάμνηση της σωτηρίας την οποία πραγματοποίησε ο Κύριος. Το όνομά σου, η δικαιοσύνη σου, η ευσπλαχνία σου, (το έλεος σου)… Η προσευχή γεμάτη εμπιστοσύνη του καθενός από εμάς προς τον Κύριο, ο οποίος, από αγάπη και μέσα στην αγάπη, σώζει, ζωοποιεί, απελευθερώνει από την δυστυχία.

Στον ψαλμό 142 βρίσκουμε δύο φορές την προσευχή για να απελευθερωθούμε από τον εχθρό, ζητώντας την ήττα του και το τέλος του. Οι ψαλμοί έχουν στίχους με παρόμοιες ικεσίες, οι οποίες μερικές φορές μπορούν να μας δημιουργήσουν δυσκολίες ή τουλάχιστον να μας βάλουν σε δύσκολη θέση. Πρόκειται για ψαλμικούς στίχους με τους οποίους η χριστιανική Παράδοση δεν έπαψε να προσεύχεται, και με τους οποίους εμείς σήμερα προσευχόμαστε, χωρίς με κανένα τρόπο να τους αποφεύγουμε, να τους παραλείψουμε ή να τους καταργούμε… Εμείς οι χριστιανοί με το Ευαγγέλιο και από το Ευαγγέλιο προσευχόμαστε για τους εχθρούς, για τους κακούς και προσευχόμαστε επίσης στον Κύριο μας ζητώντας του να καταστρέψει να βάλει τέλος, όχι στους εχθρούς μας αλλά στο κακό που φωλιάζει μέσα στην καρδιά τους.

Επανάληψη:

1γ-2α   Εἰσάκουσον μου, Κύριε,ἐν τῇ δικαιοσύνῃ σου. καὶ μὴ εἰσέλθῃς εἰς κρίσιν μετὰ τοῦ δούλου σου.

10β Τὸ Πνεῦμά σου τὸ ἀγαθὸν ὁδηγήσει με ἐν γῇ εὐθείᾳ.

Στην επανάληψη των τελευταίων αυτών στίχων, μία επανάληψη ενός ή δύο στίχων την οποία βρίσκουμε και στους έξι ψαλμούς του βυζαντινού όρθρου, μπορούμε να πούμε ότι ανακαλύπτουμε την βασική γραμμή του ψαλμού: την εμπιστοσύνη στην καθοδήγηση με την οποία το Άγιο Πνεύμα καθοδηγεί εμάς τους χριστιανούς, δοκιμαζόμενους από την αγωνία, από την αρρώστια, και προπάντων από τον πειρασμό της απόγνωσης και της απελπισίας. Αλλά παραμένουμε σταθεροί στην παρρησία, στην εμπιστοσύνη και στην πίστη, η οποία ψάλλει πάντοτε: Το πνεύμα σου το αγαθόν οδηγήσει με εν φη ευθεία.


martedì 3 novembre 2020


In piena fiducia e parresia. A partire dal salmo 87.

Delle volte capita che un salmo lo reciti quasi a memoria, lo reciti giorno dopo giorno -settimana dopo settimana oppure mese dopo mese-, e una mattina o una sera quel salmo ti colpisce, ti penetra come una freccia, quasi si illuminasse per e nella tua propria vita, oppure per e nella vita del mondo che ti circonda. Questa mattina proprio il salmo 87 del mattutino è diventato la mia preghiera forte, esigente, difficile, ma anche libera di fronte a Dio, al cospetto del Signore che ci ascolta, che accoglie le nostre parole povere, insufficienti, e le accoglie per mezzo di queste preghiere antiche e allo stesso tempo vive ed attuali che sono i Salmi. Come se i versetti del salmo 87 diventassero pietre preziose nelle nostre mani, oppure dei dardi e delle frecce; pietre preziose che ho accolto stamane nella sua bellezza e la sua forza e la sua durezza, ma che in me sono diventate appunto dei dardi taglienti e delle frecce che ho gettato contro/al cospetto del Signore, quasi volessi ferirlo, che ho gettato contro Colui stesso che ogni giorno me ne fa dono di queste parole, che le mette nelle mie mani e nella mia bocca.

Il salmo 87 è un salmo forte, difficile, di preghiera nell’angoscia. Potremmo dire che è un salmo nel tempo della pandemia? Nel tempo della fragilità, della sprovvedutezza, dell’inabilità? Un salmo di non facile comprensione e che lo stesso Sant’Agostino nelle sue Enarrationes in Psalmos dirà che alcuni versetti neppure lui riesce a commentarli bene al suo gregge. Mi azzardo non dico a commentare ma semplicemente a sottolineare qualche versetto diventato per me, nella bocca e nel cuore, allo stesso tempo pietra preziosa e dardo tagliente. Riporto il testo intero del salmo, in grassetto i versetti che voglio sottolineare ed in caratteri blu nel mio commento.

Salmo 87. Signore, Dio della mia salvezza, di giorno ho gridato e di notte davanti a te. Entri la mia preghiera al tuo cospetto, piega il tuo orecchio alla mia supplica. Perché è stata colmata di mali l’anima mia, e la mia vita si è avvicinata all’ade. È un salmo che mostra una grande libertà, una grande fiducia da parte di chi lo prega: “Signore, Dio della mia salvezza…”. Tutti noi cristiani ci sappiamo salvati, amati e redenti dal Signore. Il nostro non è un Dio lontano, ma è il Dio che si è fatto uno di noi. È Colui che cammina con noi ogni giorno, accanto a noi, è Colui che ci fa uomini nuovi in sé stesso, in Cristo Signore. Questo nostro sentirci amati e salvati dal Signore, ci dà una totale parresia, una totale libertà e fiducia nella nostra preghiera: “…di giorno ho gridato e di notte davanti a te. Entri la mia preghiera al tuo cospetto, piega il tuo orecchio alla mia supplica”. Colpiscono i verbi forti adoperati dal salmista –“entri…”, “piega il tuo orecchio”…, “ho gridato…”-, quasi volessimo piegare l’udito e il cuore di Dio alla nostra supplica. Non si tratta di un semplice “ascolta” ma un “piégati, vieni fino a me, fino al mio abisso e fino alla mia povertà”. La mia preghiera, la mia supplica, di giorno e di notte, ogni giorno ed ogni notte, è insistente, è martellante. Come se osassimo dire, quasi sfiorando l’irriverenza: “Insomma, io ci sto, io ti prego, giorno e notte, sempre…, e Tu, Signore ché fai?”. Una delle cose per cui il Salterio è stato sempre preghiera dei monaci è sicuramente questa dimensione di “libertà, di parresia, di fiducia” del monaco, del salmista verso il suo Signore. Perché “è stata colmata di mali l’anima mia, e la mia vita si è avvicinata all’ade”. La mia anima e la mia vita colmate di mali, ed anche l’anima e la vita della nostra umanità, colmata di mali, sprofondata nell’ade della pandemia, della malattia, della sofferenza, delle privazioni, delle chiusure, dei limiti, dell’incertezza, della morte… Per mesi e mesi sono state cose che ci hanno sprofondato nell’ade, in un silenzio quasi impotente. Un ade, uno sprofondamento a cui Lui stesso, il Signore, potrà un giorno scendervi di nuovo, quasi un nuovo Sabato Grande e Santo, per tirarcene fuori “fra i morti libero”.

Sono stato annoverato tra quelli che scendono nella fossa, sono divenuto come un uomo senza aiuto, fra i morti libero; come gli uccisi che dormono nella tomba, di cui non ti sei più ricordato, e che dalla tua mano sono stati respinti. Mi hanno posto in una fossa profondissima, in luoghi tenebrosi e nell’ombra di morte. Su di me si è addensato il tuo sdegno, su di me tutte le tue tempeste hai rovesciato. Hai allontanato da me i miei conoscenti, mi hanno reso un abominio per loro; sono stato consegnato e non ne uscivo. I miei occhi si sono estenuati per la povertà. Ho grida­to a te, Signore, tutto il giorno; a te ho teso le mie mani. La stanchezza -i Padri direbbero l’accidia-, nel nostro quotidiano cammino di preghiera viene messa in primo piano: “I miei occhi si sono estenuati… Ho grida­to…, a te ho teso le mani…”. Quasi a dire al Signore: “Ché altro ancora devo fare? Cos’altro vuoi ancora?”. Scrivo queste parole nella parresia della fede ed anche facendomi voce di tanti fedeli cristiani che vivono questi momenti nello scoraggiamento, nella debolezza, nella fragilità, “…estenuati per la povertà”. Farai forse meraviglie per i morti? Oppure i morti risusciteranno e ti confesseranno? Forse qualcuno racconterà nella tomba la tua mi­se­ricordia, e la tua verità nella perdizione? Saranno forse conosciute nelle tenebre le tue mera­viglie, e la tua giustizia in una terra dimenticata? Eppure, io a te, Signore, ho gridato, e al mattino ti pre­verrà la mia preghiera. Perché, Signore, respingi la mia anima, distogli da me il tuo volto? Povero sono io e nelle fatiche fin dalla giovinezza; sono stato innalzato e poi umiliato, e sono rimasto smarrito. Come cristiani, come uomini di buona volontà siamo perseveranti nella preghiera, fatta da questo miscuglio di parresia e di angoscia, di fiducia e di fatica, di paura e di speranza, una speranza che ci fa insistenti, quasi testardi nella nostra preghiera: “Eppure, io a te, Signore, ho gridato, e al mattino ti pre­verrà la mia preghiera”, e questo “eppure… -κἀγὼ πρὸς σέ, Κύριε-” diventa quasi disarmante, come dire al Signore che ogni mattina non soltanto preghiamo ma siamo costanti, quasi testardi potremmo dire, nel nostro far pervenire a Lui la nostra supplica. Accennavo alla parresia, alla fiducia, alla libertà, che ci porta a dire non nella disperazione ma sì nella povertà e nella spogliazione che viviamo: “Perché, Signore, respingi la mia anima, distogli da me il tuo volto?”, quasi Lui si nascondesse da noi, ci mettesse da parte, specialmente in questi nostri giorni.

Su di me sono passate le tue ire, i tuoi terrori mi hanno sconvolto. Mi hanno circondato come acqua, tutto il giorno insieme mi hanno accerchiato. Hai allontanato da me amico e vicino, i miei cono­scenti dalla mia sventura. Come se il Signore ci lasciasse da soli, senza amici, senza vicini… Quasi Lui ci mettesse in quarantena. Lui permette che facciamo l’esperienza della solitudine, dell’abbandono. Sapendo, nella fede, che tante volte è fragile come un vaso di creta, che Lui cammina accanto a noi pronto a sorreggerci, ma lasciandoci camminare liberi, e ripetendo ogni mattina testardamente nella preghiera dei salmi: “Signore, Dio della mia salvezza, di giorno ho gridato e di notte davanti a te.” Ricordo il dialogo tra Cristo e Sant’Antonio il Grande, quando dopo le prove e tentazioni terribili che costui soffrì, disse al Signore, quasi rimproverandolo: “Dov’eri, Signore, mentre lottavo ed ero tentato?”. Ed il Signore gli rispose: “Ero accanto a te, per sorreggerti se cadevi”.

Signore, Dio della mia salvezza, di giorno ho gridato e di notte davanti a te. Entri la mia preghiera al tuo cospetto, piega il tuo orec­chio alla mia supplica. I salmi delle ore nella tradizione bizantina, alla fine di ognuno di essi, ripetono, quasi martellante volesse diventare la nostra preghiera, dei versetti che diventano però quelle pietre preziose che illuminano il nostro cammino, quei dardi che vogliamo feriscano il cuore del Signore, il nostro Dio, Colui che abbassa il suo orecchio alle nostre preghiere, che sorregge i nostri passi, che scende nel nostro ade quotidiano per tirarcene fuori e farci risorgere con Lui.

Il salmo 87 ha dato sfogo alla mia voglia di scrivere che sento in questi giorni. Sento il bisogno di scrivere, benché non sappia proprio né cosa né come. Come se sentissi la voglia di partorire qualcosa, mi si permetta la metafora, ma qualcosa che non è ancora pronta. Scrivo semplicemente le idee che mi vengono in mente, senza una argomentazione ordinata. Vedendo le notizie di questi giorni, ritrovo le parole: «Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi». Sono parole di Benedetto XVI nell’ultima udienza generale, quella del congedo, il 27 febbraio 2013. Parole che diventano anche preghiera e consolazione in momenti bui come i nostri. 


lunedì 26 ottobre 2020


 

Fino a quando, Signore?

Lettera pastorale novembre 2020.

Nel mese di marzo di quest’anno, al momento dello scoppio della grande pandemia, vi scrissi una lettera pastorale col titolo: “Quando la pandemia finirà…”, una lettera in cui vi esortavo a vivere quel momento di sofferenza e di paura, di prova di quei primi mesi dell’anno, di quell’inverno che diventava troppo lungo, nella speranza che sarebbe stata qualcosa forse non di breve durata ma sicuramente passeggera. Oggi, all’inizio del mese di novembre dello stesso 2020, alle porte dell’inverno, siamo di nuovo, dopo un momento di euforia ed ottimismo nei mesi dell’estate, siamo quasi sull’orlo di una nuova quarantena. Una nuova quarantena che ci auguriamo, e chiediamo al Signore nella preghiera, che non deva essere applicata, per evitare altre sofferenze ed angosce di carattere familiare e socioeconomico sulla popolazione della Grecia e di tutto il mondo, perché di una pandemia mondiale si tratta. Ci sentiamo tuttora limitati anche come Chiesa. Non facciamo quasi più la catechesi, o in numero limitato di presenze e di giorni. Le nostre celebrazioni liturgiche sono limitate in numero e nello spazio. Come viviamo questo periodo? Dobbiamo essere prudenti certamente. L'obbligo di indossare la mascherina dappertutto è stato ripristinato. Un confratello vescovo in Grecia mi diceva pochi giorni fa di fronte a queste decisioni ed imposizioni necessarie: “Essere prudenti non è essere codardi oppure uomini di poca fede”. E sono totalmente d’accordo.

           La situazione attuale diventa per l'umanità intera, e per noi come cristiani, e cristiani cattolici in Grecia, un momento di prova ed anche forse di scoraggiamento e di paura. Una pandemia che speravamo finisse in estate, ma che si protrae e non soltanto, ma aumenta in numero di contagi. Ce la trascineremo per molto questa pandemia? Dobbiamo rassegnarci a conviverci per molto tempo? I morti sono di meno, ma fino a quando durerà questa situazione? E noi cristiani, nella parresia e la fiducia dei figli, chiediamo con il salmista: Fino a quando, Signore? Non siamo dei codardi neppure uomini di poca fede, anzi. È nella fede che eleviamo, gridiamo al Signore questa nostra preghiera: Fino a quando, Signore?

           Come dobbiamo vivere questo momento di “continuità / continuazione” nella pandemia e quindi nel proseguire nelle misure di precauzione -che è necessaria, non lo dimentichiamo!-, di distanza, magari fino all’isolamento? È giusto chiederci, chiedere nella preghiera: Fino a quando, Signore? Nella consapevolezza che la risposta sta nel Signore stesso, nelle sue mani, e nella sua provvidenza verso di noi. Ma la risposta sta anche in noi stessi, nel come viviamo questi mesi, troppo lunghi, come viviamo le limitazioni in tanti ambiti, come osserviamo tutte le prescrizioni che ci vengono chieste ed imposte.

           Non abbiamo potuto ancora ripristinare le celebrazioni liturgiche nella normalità numerica e fisica negli spazi che abbiamo a disposizione nelle nostre chiese. Non abbiamo ripristinato ancora la catechesi, o magari soltanto in parte e in numero o presenze ridotte. C’è paura di riportare i bambini in chiesa. I battesimi, i matrimoni, i funerali li viviamo limitati e ridotti quasi ci fosse stata rubata la gioia di accogliere nella fede celebrata una nuova vita, un nuovo amore, e prosciugate le lacrime nel poter congedare un essere amato. Addirittura, in Grecia, la Chiesa Cattolica il prossimo 14 novembre vivrà un fatto bellissimo, un vero dono del Signore, l’ordinazione episcopale del sacerdote p. Giorgio Altouvas come nuovo arcivescovo di Corfù, e purtroppo sarà una celebrazione, bella nella fede, vissuta certamente ma limitata della celebrazione esteriore nel numero di persone presenti.

           Come affrontare questi fatti, anche i prossimi mesi, che forse non avranno la drammaticità dell’inverno scorso nel numero di ammalati e speriamo non di decessi, ma mesi che ci manterranno come dire, “sottotono”, in quell’incertezza umana, familiare, sociale, economica e politica che paralizza la nostra vita in tutti i suoi ambiti. Ormai ci stiamo abituando a vedere e guardare le persone nella metà dei suoi volti, coperti dalle mascherine. Ad essere non più vicini tra di noi ma a una distanza di sicurezza. Purtroppo, a guardare l’altro con diffidenza, quasi potesse essere un “untore” usando l’immagine manzoniana.

           Cerco di vivere e di aiutarvi a vivere il momento attuale mossi e fondati nella speranza certamente, perché ci sappiamo guidati e curati dal Signore, Colui che è il medico delle anime e dei corpi. Lo sguardo del padre e della madre, dei figli, dei fratelli, dell’amico, del sacerdote, ridotto alla metà da un pezzo di stoffa che ci protegge sicuramente, ma uno sguardo, degli sguardi che dobbiamo continuare ad scrutare nella sua pienezza, nella dimensione dell’altro come figlio amato dal Signore, appartenga o no alla nostra famiglia, appartenga o no alla nostra nazione, sia vicino o lontano, straniero o forestiero. Sempre il volto del Signore incarnato si manifesta nello sguardo e nel cuore dell’altro.

           Saranno mesi, quelli che si avvicinano, in cui dovremo cercar di essere fedeli alle piccole cose quotidiane che ci aiutano a mantenere la nostra umanità, i nostri rapporti con gli altri almeno col viso del cuore scoperto e vicino. Saranno mesi, quelli che si avvicinano, in cui dovremo cercare di essere fedeli alla preghiera personale ed ecclesiale. Voglio dire la frequentazione delle celebrazioni domenicali, con i limiti ancora necessari, ma approfittando quel che ci è permesso di fare e soprattutto di celebrare e di vivere. Saranno mesi, quelli che si avvicinano, in cui dovremo tenere a viso scoperto la nostra carità fraterna verso le persone bisognose, le persone anziane e deboli. A viso scoperto, quello del cuore soprattutto, vorrà dire sicuramente il dare una parola di pace, di riconciliazione, di incoraggiamento, mai una parola amara che crei divisione, che metta nel nostro cuore cristiano delle mascherine che nascondano il nostro essere cristiano ed il nostro essere persone umane. Nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nelle nostre parrocchie, uomini e donne di comunione e senza maschere di interessi personali, ma col viso aperto, viso che è quello del Vangelo del Signore.

           Speriamo di poter continuare le frequentazioni delle liturgie domenicali, necessarie e che vivificano la nostra vita di fede. Ma non dimentichiamo quella preghiera personale e familiare -i Salmi, la preghiera del cuore- che vi raccomandavo nei mesi bui della pandemia invernale. È stata sicuramente per molti di voi una riscoperta o magari una scoperta della preghiera personale che deve guidare e sostenere la nostra vita cristiana.

           Che il Signore ci conceda la fine ben presto della pandemia. Che ci dia anche di essere uomini e donne di preghiera, di riconciliazione, che sappiamo guardare l’altro col viso scoperto, col viso del cuore, col viso del Vangelo.

 +P. Manuel Nin

Esarca Apostolico

 

 

Μέχρι πότε, Κύριε;

Ποιμαντική επιστολή Νοεμβρίου 2020

          Κατά τον Μάρτιο αυτού του χρόνου, κατά τη στιγμή που ξέσπασε η μεγάλη παγκόσμια πανδημία, σας έγραψα μία εγκύκλιο επιστολή με τίτλο: "Όταν η επιδημία τελειώσει". Στην επιστολή εκείνη σας προέτρεπα να ζείτε τη στιγμή του πόνου και του φόβου της δοκιμασίας των πρώτων εκείνων μηνών του έτους, του χειμώνα εκείνου που ήταν πολύ μακρύς, με την ελπίδα ότι η επιδημία θα ήταν ίσως όχι σύντομη, αλλά ασφαλώς περαστική. Σήμερα, στην αρχή του Νοεμβρίου 2020 μπροστά στις πόρτες του χειμώνα, μετά από στιγμές ευφορίας και αισιοδοξίας των καλοκαιρινών μηνών, βρισκόμαστε και πάλι μπροστά στο γκεμό μίας νέας "καραντίνας". Είναι μία νέα "καραντίνα" για την οποία ευχόμαστε και ζητούμε ικετευτικά από τον Κύριο, να μην είναι σκληρή, ώστε να αποφύγουμε άλλους πόνους και αγωνίες οικογενειακού, κοινωνικού και οικονομικού χαρακτήρα, για τον πληθυσμό της Ελλάδος, και όλου του κόσμου εφόσον πρόκειται για μία παγκόσμια πανδημία. Ακόμα και ως Εκκλησία αισθανόμαστε σε δύσκολη θέση. Σχεδόν δεν κάνουμε πια κατήχηση, ή την κάνουμε περιορισμένη σε πρόσωπα και σε μέρες. Οι λειτουργικές μας γιορτές είναι περιορισμένες σε αριθμό και χώρο. Πως είναι η ζωή μας κατ'αυτήν την περίοδο; Η υποχρέωση να φοράτε τη μάσκα παντού αποκαταστάθηκε. Οφείλουμε ασφαλώς να είμαστε συνετοί. Πριν λίγο καιρό ένας συνάδελφος Επίσκοπος στην Ελλάδα μου έλεγε ενόψει αυτών των αναγκαίων αποφάσεων και επιθέσεων: "Πρέπει να είμαστε συνετοί, αλλά όχι δειλοί, όχι άνθρωποι  με λίγη πίστη". Συμφωνώ ολότελα με αυτή τη φράση.

Η σημερινή κατάσταση γίνεται για όλη την ανθρωπότητα, και για μας τους χριστιανούς, τους καθολικούς χριστιανούς στην Ελλάδα, μία στιγμή δοκιμασίας, ίσως και απογοήτευσης και φόβου. Ελπίζαμε ότι η πανδημία θα τελείωνε το καλοκαίρι αλλά αυτή προεκτείνεται και όχι μόνο αλλά και αυξάνεται ο αριθμός των κρουσμάτων. Θα υποφέρουμε ακόμα πολύ από αυτή την πανδημία; Πρέπει να εγκαταληφθούμε ή να παραδοθούμε στην πανδημία αυτή για πολύ καιρό; Οι νεκροί στη χώρα μας δεν είναι υπερβολικοί αλλά μέχρι πότε θα διαρκέσει αυτή η κατάσταση; Και εμείς οι χριστιανοί, με την "παρησία" και την εμπιστοσύνη των παιδιών του Θεού, αναρωτιόμαστε μαζί με τον ψαλμωδό: "Μέχρι πότε Κύριε;" Δεν είμαστε δειλοί, ούτε άνθρωποι με λίγη πίστη μα υψώνουμε τη φωνή μας, φωνάζουμε προς τον Κύριο αυτήν την προσευχή μας: "Μέχρι πότε Κύριε;"

Πως πρέπει να ζούμε αυτή τη στιγμή της "συνεχιζόμενης και επεκτεινόμενης" πανδημίας, και επομένως μέχρι πότε θα συνεχίσουμε τα μέτρα της απαραίτητης προφύλαξης, που είναι απαραίτητο, ας μην το ξεχάσουμε!!: των αποστάσεων μέχρι και της απομόνωσης; Είναι σωστό να αναρωτιόμαστε στην προσευχή μας: "Μέχρι πότε Κύριε;" Συνειδητοποιούμε ότι η απάντηση βρίσκεται στον ίδιο τον Κύριο, στα δικά του χέρια, και στη θεία του πρόνοια για μας. Αλλά η απάντηση βρίσκεται και σ' εμάς τους ίδιους, στον τρόπο με τον οποίο ζούμε αυτούς τους μήνες, που είναι τόσο μακρόχρονοι, πως ζούμε τα εμπόδια μέσα σε τόσα περιβάλλοντα, που τηρούμε τις επιταγές (τα προληπτικά μέτρα), που μας επιβάλλονται από τις αρμόδιες αρχές;

Δεν κατορθώσαμε ακόμα να επανέλθουμε στις λειτουργικές τελετές στην αριθμητική και φυσική τους κανονικότητα, μέσα στους χώρους που διαθέτουμε στις εκκλησίες μας.  Δεν απανήλθαμε ακόμα στις κατηχητικές συναντήσεις μας, έστω και εν μέρει ή με λιγότερες παρουσίες. Φοβούμαστε να οδηγήσουμε και  πάλι τα παιδιά μας στην εκκλησία. Οι βαπτίσεις, οι γάμοι, οι κηδείες τελούνται σαν να είναι περιορισμένη ή κλεμμένη η χαρά των τελετών αυτών, τη χαρά να υποδεχόμαστε μία νέα ζωή στην ενορία μας, να χαιρετούμε την εδραίωση μία νέας οικογένειας, να δακρύζουμε  συνοδεύοντας ένα αγαπημένο πρόσωπο στην τελευταία του επίγεια κατοικία. Στις 14 Νοεμβρίου, η Καθολική Εκκλησία της Ελλάδος θα ζήσει ένα ωραιότατο γεγονός, ένα αληθινό δώρο από τον Κύριο, την επισκοπική χειροτονία του ιερέα π. Γεωργίου Αλτουβά, ως νέου Αρχιεπισκόπου Κερκύρας. θα είναι μία ιεροτελεστία ωραιότατη στην πίστη μας, αλλά εξωτερικά περιορισμένη στον αριθμό των πιστών που θα μπορούν να συμμετέχουν.

Πως να αντιμετωπίσουμε αυτά τα γεγονότα, κατά τους μήνες που έρχονται, οι οποίοι ίσως να μην είναι τόσο δραματικοί όπως κατά τον περασμένο χειμώνα στον αριθμό των ασθενών και ελπίζουμε στον αριθμό των θανάτων. Αλλά θα είναι μήνες οι οποίοι θα μας διατηρήσουν στην ανθρώπινη, οικογενειακή, κοινωνική οικονομική και πολιτική εκείνη αβεβαιότητα, η οποία παραλύει τη ζωή μας σε όλους τους τομείς της. Τώρα πια συνηθίζουμε να βλέπουμε και να κοιτάζουμε τους ανθρώπους στα μισά τους πρόσωπα, καλυμμένα από τις μικρές μάσκες. Είμαστε υποχρεωμένοι να βρισκόμαστε όχι κοντά ο ένας στον άλλο, αλλά διατηρώντας μία απόσταση ασφαλείας. Κοιτάζουμε ο ένας τον άλλον με δυσπιστία, σαν ο άλλος να ήταν "μεταδότης" της ασθένειας σ' εμάς (όπως μας λέει ο περίφημος συγγραφέας Μαντζόνι).

Προσπαθώ να ζω και να σας βοηθήσω να ζήσετε την παρούσα στιγμή κινούμενοι και εδραιωμένοι ασφαλώς στην ελπίδα, γιατί γνωρίζουμε για μας φροντίζει και μας οδηγεί Εκείνος, που είναι ο γιατρός των ψυχών και των σωμάτων μας. Η ματιά του πατέρα και της μητέρας των παιδιών των αδελφών, των φίλων, του ιερέα, έχει μείνει η μισή φιμωμένη από ένα κομμάτι πανί, το οποίο ασφαλώς μας προστατεύει, αλλά είναι μία ματιά  από τις ματιές εκείνες, τις οποίες οφείλουμε να ερευνούμε στην ολότητά τους, στη σωστή διάσταση του πλησίον μας ως παιδιού αγαπημένου του Κυρίου, είτε αυτός ανήκει στην οικογένεια μας είτε όχι, είτε ανήκει στο έθνος μας, είτε όχι, είτει είναι συγγενής μας είτε άγνωστος, είτε συμπατριώτης μας είτε αλλοδαπός. Η μορφή του ενσαρκωμένου Κυρίου μας εμφανίζεται πάντοτε στην ματιά και στην καρδιά του πλησίον μας.

Οι μήνες που έρχονται μπροστά μας, θα είναι άραγε μήνες κατά τους οποίους πρέπει να προσπαθήσουμε να είμαστε πιστοί στα μικρά καθημερινά πράγματα, αυτά που μας βοηθούν να διατηρήσουμε την ανθρωπιά μας, τις σχέσεις μας με τους άλλους τουλάχιστον με τη ματιά της ανοιχτής και συγγενικής καρδιάς μας; Θα είναι μήνες κατά τους οποίους οφείλουμε να είμαστε πιστοί στην προσευχή μας, προσωπική και εκκλησιολογική; Εννοώ τον εκκλησιασμό στις τελετές της Κυριακής, με τα όρια που είναι ακόμα απαραίτητα, αλλά επωφελούμενη από αυτά που μπορούμε να κάνουμε και προπάντων από αυτά που μπορούμε να κάνουμε και προπάντων από αυτά που μπορούμε να τελέσουμε και να ζήσουμε. Κατά τους μήνες που έρχονται οφείλουμε να βλέπουμε με ανοιχτή ματιά την αδελφική μας αγάπη προς όσους έχουν ανάγκη, προς τους γέροντες και προς τους αδύναμους. Με ανοιχτή ματιά προπάντων με τη ματιά της καρδιάς σημαίνει να απευθύνουμε ασφαλώς ένα λόγο ειρήνης, ένα λόγο συμφιλίωσης και ενθάρρυνσης όχι ένα λόγο πικρό, που να δημιουργεί διαιρέσεις που να βάζει στην καρδιά μας μάσκες για να κρύβουν τη χριστιανική μας οντότητα και την ανθρώπινη προσωπικότητά μας.  Στις οικογένειες μας, στις κοινότητες μας, στις ενορίες μας, όλοι εμείς, άντρες και γυναίκες εκκλησιαστικής κοινωνίας και χωρίς μάσκες προσωπικών συμφερόντων, οφείλουμε να έχουμε μία ανοιχτή ματιά, τη ματιά του Ευαγγελίου του Κυρίου.

Ελπίζουμε ότι μπορούμε να συνεχίσουμε τον εκκλησιασμό  στις κυριακάτικες τελετές, οι οποίες είναι απαραίτητες και ζωοποιούν τη ζωή της πίστης μας. Αλλά ας μην λησμονούμε την προσωπική και οικογενειακή εκείνη προσευχή των Ψαλμών, την προσευχή της καρδιάς, την οποία σας συνιστώ, κατά τους μήνες αυτούς της χειμωνιάτικης πανδημίας. Για πολλούς από σας ήταν ασφαλώς μία νέα ανακάλυψη ή έστω και μία απλή ανακάλυψη αυτή η προσωπική προσευχή, η οποία πρέπει να καθοδηγεί και να υποστηρίζει τη χριστιανική μας ζωή.

Είθε ο Κύριος να μας χορηγήσει το σύντομο αυτό τέλος της πανδημίας. Είθε να μας αξιώσει να είμαστε άντρες και γυναίκες προσευχής, συμφιλίωσης, ώστε να μπορούμε να βλέπουμε τον πλησίον μας με ανοιχτή ματιά, με τη ματιά της καρδιάς, τη ματιά του Ευαγγελίου.

π. Εμμανουήλ Νιν

Αποστολικός Έξαρχος